Resistente al fuoco

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Su Cine Sony alle ore 06:40.

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Quando Rete 4 fu mandata sul satellite. Dialogo tra un canale televisivo e Tommaso Labranca.

La citazione

«Noi siamo orfani della Rivoluzione. E spesso pensiamo che non c'è più una vittoria possibile, che il mondo è disincantato e alla fine ci rassegniamo. Il cinema, al contrario, ci dice, a suo modo, che ci sono vittorie possibili anche nel mondo peggiore.... Non bisogna disperarsi. È quel che il cinema ci racconta, io credo. Ed è per questo che dobbiamo amarlo. (Alain Badiou)»

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Mariuccia Ciotta

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Resistente al fuoco


La serata conclusiva del Tri-P Music Festival di Milano - rassegna capace di far coesistere numerose identità musicali - si è celebrata con la voce profonda di Mark Lanegan. Echi dal grunge e canti di un folk dolente, per salutare i Giardini della Triennale.

Ogni ruga, un tormento. Questo viene da pensare guardando il volto di Mark Lanegan, mentre compare sul palco dei Giardini della Triennale di Milano, lo scorso 25/7. Vestito di nero, con la spessa montatura degli occhiali a nascondere due occhi sottili e di una serietà invalicabile, le rughe di uno che ha avuto - in anni di fervore grunge e cantautorato struggente - l’ardire di scherzare con il fuoco: far coincidere quel rock con la propria vita. Things we lost in the fire, dicevano i Low, usando quella frase come titolo del loro primo album post anni 90. Mark non è, fortunatamente, tra le perdite di quella stagione bruciante; quell’ondata di musica tutta gemiti ed esplosioni. Non è tra Cobain, Layne Staley, Elliott Smith. Non è nemmeno Jim Morrison, cui voleva assomigliare da ragazzo, ben oltre i tratti somatici. Ha però condiviso con loro, e molti altri, la tenerezza e l’autodistruzione, in nome di uno scriver canzoni toppo viscerale per non rendere anche conto di tutte le disillusioni della vita, degli scostamenti dovuti all’essere un rocker. Leader degli Screaming Trees (da metà anni 80, con i capelli fini e lunghissimi), aveva però una voce troppo profonda e raschiante per non trovare, negli anni, la lunga, personale e tenebrosa strada verso il folk. Nella serata di Milano si muove lentamente verso il microfono, con la sua band che s‘impossessa degli strumenti.

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Mentre canta sui battiti e le distorsioni di Death’s Head Tattoo (dall’ultimo album, Gargoyle, del 2017), il contrasto tra la notevole presenza scenica e la postura del corpo, racchiusa e dimessa, appare evidente. Lo sguardo vaga raramente oltre il palco, si concentra sul microfono, mentre la voce ondeggia sul riff pesante di Gravedigger’s Song, duetta assieme al canto della sua compagna in Hit the City (registrata nel 2004 con PJ Harvey), sembra quasi insabbiarsi nelle tonalità cupe di chitarre e tastiera: priva dello smalto di un tempo. La svolta arriva con la bellissima Deepest Shade (cover dei The Twilight Singers): ballata dalla quale Mark risorge con trasporto, e un timbro che sembra il dolce ribollire dell’inferno. Da quel momento, la scaletta, incentrata sugli ultimi 15 anni di carriera, cresce nell’amalgama voce-suoni di Bleeding Muddy Water, nella trance psichedelica e danzante di Ode to Sad Disco - entrambe da Blues Funeral (2012): suo miglior album recente - ma anche nella delicata No Bells on Sunday. L’assenza di capolavori del passato o di cover dal brillante album del 1999, I’ll Take Care of You (quasi un monito a se stesso: essendo un disco di rinascita, dopo il periodo della tossicodipendenza), è però compensata da una versione romantica - mai così appropriata - di Atmosphere dei Joy Division. La serata è l’ultima del Tri-P Music Festival, rassegna capace di portare tra giugno e luglio, nel giardino situato tra il porticato bianco del Palazzo dell’Arte e il Parco Sempione, l’elettronica di Alva Noto, la contaminazione soul di Moses Sumney (qui il nostro report), una programmazione ben orientata tra il contemporaneo e l’aura musicale di un reduce come Lanegan stesso. Mark, dopo il live, siede come sempre al banchetto e si lascia sommergere dalle persone. Scioglie finalmente quella seria concentrazione che lo faceva sembrare così solitario sul palco. Si concede ad autografi e sorrisi, sapendo che in molti sono lì per dirgli: «we will take care of you».

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Matteo Bailo

Una laurea in filosofia e una passione per la musica che lo porta a inseguire concerti in giro per la regione, e a procurarsi strumenti troppo impegnativi rispetto alla sua chitarra.
Lavora per Film Tv dall'agosto 2012, per il quale cura la rubrica Muzik - L'impero dei suoni, e redige i listini dei palinsesti.


Matteo Bailo

Una laurea in filosofia e una passione per la musica che lo porta a inseguire concerti in giro per la regione, e a procurarsi strumenti troppo impegnativi rispetto alla sua chitarra.
Lavora per Film Tv dall'agosto 2012, per il quale cura la rubrica Muzik - L'impero dei suoni, e redige i listini dei palinsesti.

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