Welles inesauribile

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Simone Emiliani dice che La dominatrice è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 05:20.

Uno dei film più amati di Albertone, uno dei suoi personaggi più indimenticabili. La locandina è di Emanuela Martini.

Il 28 febbraio comincia in prima assoluta su Joi la terza stagione di una serie che abbiamo molto amato. Dove eravamo rimasti?

Il vincitore della Berlinale69 è Nadav Lapid, nostra vecchia conoscenza, con il film Synonymes . Vi ricordate quando presentammo Policeman su FilmtVOD?

Ricordiamo il grande cineasta francese, autore del monumentale Shoah , che ha dedicato la vita a indagare il possibile ruolo dell’immagine nella rappresentazione della storia.

Se fossi una donna sarei scandalizzata dal dibattito sulle quote rosa. Molto probabilmente non amerei essere identificata con un colore appiccicoso, infantile e nauseante come il rosa. Quando un uomo politico o un giornalista usa quel colore per identificare la presenza femminile non lo fa solo per scarsa fantasia, ma per tranquillizzarsi con l’immagine di una signorina dal grembiulino color confetto, tutta pizzi, trine, boccoli e totalmente inoffensiva. Se fossi una donna avrei preferito spaziare dal rosso incandescente al grigio glaciale.

La citazione

«Revolution is my boyfriend»

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Servizio pubblicato su FilmTv 49/2018

Welles inesauribile


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Dopo aver visto The Other Side of the Wind di Orson Welles, ho sentito il bisogno di leggere. Non ho ancora visto il documentario Mi ameranno quando sarò morto di Morgan Neville, in compenso ho recuperato ben due libri che prendevano polvere sui miei scaffali. Uno è quello omonimo che contiene la sceneggiatura, curato da Giorgio Gosetti (Cahiers du cinéma/Festival International du Film de Locarno, 2005). Peccato manchi una nota filologica sul testo: che però pare corrispondere grosso modo al film montato da Bob Murawski, anche se mancano gli inserti del film nel film e il finale è diverso (peraltro nella versione Netflix non è niente male: sembra un’installazione di Douglas Gordon). Molto più soddisfacente nell’esaudire le mie curiosità è stato però Orson Welles’s Last Movie - The Making of The Other Side of the Wind (New York, St. Martin’s Press, 2015) di Josh Karp. Quest’ultimo non ha avuto accesso a testimoni chiave come Oja Kodar, ma ne ha sentiti molti altri, e ne viene fuori un ritratto d’artista affascinante e terrificante. È fin troppo chiaro che Welles non voleva finire quel film. Se in Otello aveva dovuto fare di necessità virtù, girando un campo a Torcello e un controcampo a Essaouira, in The Other Side of the Wind non c’erano motivi impellenti per girare campi e controcampi a tre, cinque anni di distanza, creando contiguità che mai erano esistite sul set. Il film era nella sua mente, lo ampliava e rimaneggiava di continuo, e poi lo smontava e rimontava creando un caleidoscopio in precario equilibrio, convinto di inventare un nuovo linguaggio cinematografico, picassiano o cubista (più modestamente influenzò Oliver Stone, uno di coloro che videro i premontati dopo la morte di Welles). E ai deliri di Welles si intrecciano almeno due altri romanzi. Uno è quello dell’eroico direttore della fotografia Gary Graver, che dedicò al film di Welles più di dieci anni di vita, rimettendoci salute, soldi e due matrimoni, mentre si manteneva girando dei porno (al montaggio di uno dei quali, 3 A.M. con Georgina Spelvin, pare contribuì lo stesso Orson, ma giusto per potere avere il fedele Graver a sua disposizione in tempi più rapidi). L’altro è quello dell’ascesa e caduta di Peter Bogdanovich, figlio prediletto e poi traditore di Welles, giovane auteur prima coccolato da Hollywood e poi fatto a pezzi, replicando il destino del suo padre-maestro. A parte ciò, leggere come venne realizzata la sequenza erotica nell’automobile, con metodi degni di Ed Wood, è un apologo sulla fine del cinema e dei suoi geni. E senza essere mai pettegolo o indiscreto, Karp getta anche luce anche sui grovigli della psiche di Orson. In ogni caso, come disse il saggio John Huston a proposito della sua esperienza di attore in The Other Side of the Wind: «Orson was at his best… I’d like a movie of him making that movie» («Orson era al suo meglio, mi piacerebbe vedere un film sulla lavorazione di quel film»). Oltre che su Netflix, il fantasma di Welles è tornato anche in libreria: esce per un piccolo e raffinato editore Moby Dick - Prove per un dramma in due atti (Alberto Gaffi/Italosvevo, pp. 132,€ 13,50). È la traduzione (di Marco Rossari) di un meta-dramma messo in scena a Londra nel 1955 (nel cast anche Christopher Lee), poco prima che uscisse il Moby Dick di Huston in cui Welles aveva recitato (tout se tient, come vedete). Welles aveva tentato di filmare lo spettacolo (che fu un successo) ma si stufò subito, e pubblicò il testo nel 1965. Paolo Mereghetti, nell’introduzione, mette in luce gli intrecci tra il romanzo di Herman Melville, Quarto potere, Shakespeare e Brecht. Un altro tassello di un’opera che, a 33 anni dalla morte di Welles, appare interminabile e inesauribile.


Alberto Pezzotta

Alberto Pezzotta si è occupato di cinema italiano (Ridere civilmente. Il cinema di Luigi Zampa; Il western italiano; Regia Damiano Damiani; Mario Bava; la curatela, con Stefania Parigi, di Il lungo respiro di Brunello Rondi), di storia della critica (La critica cinematografica; la curatela, con Anna Gilardelli, di Alberto Moravia, Cinema italiano. Recensioni e interventi 1933-1990), di cinema orientale (Tutto il cinema di Hong Kong). Ha collaborato alla Storia del cinema mondiale di Gian Piero Brunetta e alla Storia del cinema italiano del CSC, oltre che a riviste come “Bianco e Nero”, "Imago", “8 1/2”. Scrive di cinema e musica su "Blow Up". Ha tradotto libri, tra gli altri, di Chinua Achebe, Eric Bogosian, Harry Crews, James Dickey, Barry Gifford, Jim Harrison, Hanif Kureishi, Lorrie Moore, Joyce Carol Oates, Hugues Pagan, Derek Raymond, Colm Tóibín.
Twitter: @APezzotta.


Alberto Pezzotta

Alberto Pezzotta si è occupato di cinema italiano (Ridere civilmente. Il cinema di Luigi Zampa; Il western italiano; Regia Damiano Damiani; Mario Bava; la curatela, con Stefania Parigi, di Il lungo respiro di Brunello Rondi), di storia della critica (La critica cinematografica; la curatela, con Anna Gilardelli, di Alberto Moravia, Cinema italiano. Recensioni e interventi 1933-1990), di cinema orientale (Tutto il cinema di Hong Kong). Ha collaborato alla Storia del cinema mondiale di Gian Piero Brunetta e alla Storia del cinema italiano del CSC, oltre che a riviste come “Bianco e Nero”, "Imago", “8 1/2”. Scrive di cinema e musica su "Blow Up". Ha tradotto libri, tra gli altri, di Chinua Achebe, Eric Bogosian, Harry Crews, James Dickey, Barry Gifford, Jim Harrison, Hanif Kureishi, Lorrie Moore, Joyce Carol Oates, Hugues Pagan, Derek Raymond, Colm Tóibín.
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