Burt l'indiano

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«Povero pensiero... finisce sempre per sfracellarsi contro il muro dei fatti. (Lev Troskij)»

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Editoriale


Pubblicato su FilmTv 37/2018

Burt l'indiano

Contrariamente a Marlon Brando e Sam Peckinpah, quando Burt Reynolds si diceva “figlio” di una delle nazioni indiane non millantava. Antenati cherokee per una delle poche star “native”, per ironia della sorte trasformato in un’icona dell’America bianca sudista grazie al clamoroso successo di Il bandito e la “Madama” (1977), che costato alla Universal quattro milioni di dollari ne incassò trecento (ispirerà la serie Hazzard, in italia più celebre del film). Personalmente ho pensato si trattasse di un grande attore vedendo da bambino su Rai2 le repliche delle puntate di Hawk l’indiano, serie dove interpretava uno sbirro irochese a New York, uno di quei poliziotti rimasti mitici nel mio immaginario come Toma di Tony Musante o Pepper Anderson di Angie Dickinson. Hawk doveva evidentemente piacere anche a Sergio Corbucci che chiamò l’attore per Navajo Joe (1966). Burt Reynolds giocava a fare il “macho”, di fatto è il ruolo sul quale ha costruito la carriera. Poteva permetterselo dato il fisico, ma tutti i suoi amici (leggendarie le sue scorrerie fuori e dentro il set con Dom DeLuise) e persino qualche ex moglie o fidanzata l’hanno sempre definito un uomo simpatico, incline alla commedia. Da qui la recitazione guascona, canagliesca di certi suoi antieroi. Non tutti, ovviamente. Se penso a due tra i suoi personaggi migliori, il mercenario di McKlusky, metà uomo metà odio di Joseph Sargent (1973) e il Paul Crewe di Quella sporca ultima meta di Robert Aldrich (1974), c’è poco da ridere. Fu fiero alfiere del cinema muscolare di serie B: le rare volte che gli si sono schiuse le porte di quello d’autore, come nel caso molto ricordato in questi giorni di Boogie Nights - L’altra Hollywood di Paul Thomas Anderson, ne ha in seguito un po’ preso le distanze, preferendo con onestà cose diverse. I titoli per i quali va ricordato sono, oltre a Un tranquillo weekend di paura di John Boorman, direi scontato, i sette girati con Hal Needham (tra i quali l’improbabile, alcolico e divertente La corsa più pazza d’America, coprodotto dalla Golden Harvest di Raymond Chow con il cast forse più balordo di tutti i tempi), sgangherati e mega popolari in patria, oltre a Un gioco estremamente pericoloso (1975), oppure Taglio di diamanti (1980), il primo ancora di Aldrich e il secondo di Don Siegel, due registi per i quali non esiste la categoria “film minore” (anche se Taglio di diamanti fu rovinato da un produttore pazzo, David Merrick, ma è un’altra storia). Burt Reynolds è morto il 6 settembre 2018 a 82 anni per un attacco cardiaco. Aveva una parte nel nuovo film di Quentin Tarantino Once Upon a Time in Hollywood che non ha fatto in tempo a girare.


Mauro Gervasini

Mauro Gervasini è direttore editoriale di Film Tv e di questo sito (filmtv.press) e consulente selezionatore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Insegna Linguaggi audiovisivi all'Università dell'Insubria ed è autore della prima monografia italiana dedicata al "polar" ("Cinema poliziesco francese", 2003). Ha pubblicato vari saggi in libri collettivi, in particolare sul cinema francese. John Ford, Anthony Mann, Jean-Pierre Melville, Michael Mann, Julien Duvivier, Michael Cimino e Akira Kurosawa i suoi cineasti preferiti, ma è convinto che il film da rivedere almeno una volta all'anno sia La dolce vita di Federico Fellini.


Mauro Gervasini

Mauro Gervasini è direttore editoriale di Film Tv e di questo sito (filmtv.press) e consulente selezionatore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Insegna Linguaggi audiovisivi all'Università dell'Insubria ed è autore della prima monografia italiana dedicata al "polar" ("Cinema poliziesco francese", 2003). Ha pubblicato vari saggi in libri collettivi, in particolare sul cinema francese. John Ford, Anthony Mann, Jean-Pierre Melville, Michael Mann, Julien Duvivier, Michael Cimino e Akira Kurosawa i suoi cineasti preferiti, ma è convinto che il film da rivedere almeno una volta all'anno sia La dolce vita di Federico Fellini.

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