Chi controlla il (ri)pensatore?

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Punti di vista


Pubblicato su FilmTv 21/2020

Chi controlla il (ri)pensatore?

Si fa un gran parlare di utopie e di ucronie. E di riscrittura di un finale, quando questo ci ha amareggiato e rattristato, con il suo carico di ingiustizie. È stato così per Avengers: Endgame dei fratelli Russo, che hanno concesso alla riscrittura del finale lo spazio di un intero film (peraltro il maggiore incasso di sempre). E su un piano totalmente differente per C’era una volta a… Hollywood di Tarantino, trascinato da uno slancio di amore nostalgico che lo porta a ricordare le cose «a modo suo, ossia non necessariamente come sono accadute» (per citare Fred Madison, sassofonista con qualche disturbo di troppo di Strade perdute). Della differenza netta tra questo riaggiustare e correggere e il “ripensare” su nuove basi, insito nella serie Hollywood e nel suo sorprendente epilogo, ha già detto benissimo Ilaria Feole, nel Marienbad di Film Tv n° 20/2020. Ed è inutile aggiungere altro a una visione lucida del lato “chiaro” della Luna. A cui, però, ne corrisponde sempre e immancabilmente uno “oscuro”. Perché il paradosso sulla rifondazione hollywoodiana e su cosa ne sarebbe stato degli studios se la diversity fosse stata accettata ha un suo preciso autore: è privo di volto ma ubiquo, è ben connotato nel mercato contemporaneo, è nascosto dietro uno “specchio nero”. Si chiama Netflix. Se teniamo conto di questo fattore l’operazione di Ryan Murphy assume immediatamente un’altra connotazione. Questa volontà di denunciare le storture del passato, di un sistema retto sulla menzogna e sul pregiudizio, e di rimettere le cose a posto e nelle corrette proporzioni non è forse essa stessa figlia di una mentalità algoritmica? Di uno slancio verso la perfezione che non appartiene all’umano ma al macchinico? Il fallimento, l’ingiustizia, i due pesi e due misure sono una parte, sgradevole e talora persino riprovevole, della natura umana. E dell’entropia che regola il mondo. Restando sul piano di ingiustizie perpetrate nel mondo dell’intrattenimento sarebbe bello restituire i torti e gli Oscar mai assegnati. Così come si potrebbero restituire alle nazionali che li avrebbero meritati dei campionati del mondo di calcio palesemente scippati. Ma sarebbe giusto farlo? Chi stabilisce in modo infallibile cosa è giusto e cosa è sbagliato? Azzerare e riscrivere in base a regole impeccabili, opportunamente “pesate”, assomiglia più al progetto alieno di ultracorpi che a un’utopia tutta umana e tutta fallibile o fallimentare, come lo sono state quelle di Lev Trockij o di Carlo Pisacane. Anche perché, da parte di Netflix, demolire la fabbrica dei sogni e scoperchiarne i mefitici anfratti assomiglia molto a rimarcare come il cinema (che fu) nascesse su basi inique, sulla prevaricazione. Il senso di sgradevolezza che si fa largo in bocca mal si concilia con la polvere di stelle, con la nostalgia per un’epoca mitologica. Quasi a dirci di godere del presente e di un mondo più giusto, in cui possiamo rendere possibile ciò che allora era proibito. Rottamiamo ciò che è stato, lasciamo spazio al nuovo che avanza. Non importa quanto sarà posticcio o forzato, tutti saranno rappresentati. Sarà proprio come tu lo vorrai, compatibile al 100%.


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Emanuele Sacchi

Nato nella città delle due discoteche e 106 farmacie, presto smarrito nei meandri del rock e del cinematografo. È ingegnere informatico, benché si finga pensatore umanista. Giornalista pubblicista, critico cinematografico e musicale, collabora con FilmTv, MYmovies.itRumore, Filmidee, Asiaexpress ed è direttore della testata web Hong Kong Express (www.hkx.it). È autore di 50x35mm - Soundtrack Rumorose (Homework, 2016), con Stefano Locati di Il nuovo cinema di Hong Kong - Voci e sguardi oltre l'handover (Bietti, 2014) e con Francesca Monti di Richard Linklater - La deriva del sogno americano (Bietti, 2017). Film: Apocalypse Now (ma non Redux). Album: Forever Changes dei Love (anche per il titolo).

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