Punti di vista n° 13/2020 - Divorati dalla storia

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Punti di vista


Pubblicato su FilmTv 13/2020

Punti di vista n° 13/2020 - Divorati dalla storia

«Non avevo bisogno di ricordare» scrive Marta Barone in Città sommersa (Bompiani, tra i finalisti del premio Strega 2020), singolare memoir di un’autrice alla ricerca di un padre quasi sconosciuto in vita e da riscoprire in morte: «Il passato era una distesa uniforme». Come in un altro romanzo italiano di recente pubblicazione, Prima di noi di Giorgio Fontana (Sellerio), epopea familiare dalla disfatta di Caporetto al 2012, l’eredità di una storia da conoscere e condividere sostituisce l’eredità del sangue: il passato è una distesa uniforme da riattraversare. Lo scrittore torna flâneur (o flâneuse) camminando nello spazio e nel tempo; in una città estranea e in un passato taciuto; in una storia italiana fondata sul tradimento. «All’origine della famiglia», si legge nel finale di Prima di noi, «non c’era una storia d’incanto e cura, i due amanti che si fanno strada insieme nelle difficoltà. C’era un bastardo che abbandona una ragazzina con suo figlio nel grembo». Il tempo è il fantasma che dà forma al romanzo, ai suoi personaggi, al suo autore. Nella sua identificazione anche fisica col padre, Marta Barone chiama questo processo «un atto di negromanzia gentile, una presentificazione del passato che abbatte il tempo e la morte». Viene in mente il Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, figura oltre la morte e per questo sempre presente; o il mondo di immagini e reminiscenze fuori contesto del Martin Eden di Pietro Marcello, film schierato contro la Storia e l’idea stessa di realtà. Lo scrivevamo già dalla 76ª Mostra di Venezia che il paradosso del cinema del reale - concetto vago ma legato quantomeno all’epifania del momento, dell’attimo presente - è quello di essersi ritrovato a reimpostare l’idea di passato. Siamo perduti in un presente sommerso; saremo sempre i discendenti di un tradimento lontano (di cosa parlano, in fondo, Senso o Strategia del ragno?). Nella rabbia di Martin Eden c’è il riflesso di una rivolta mai attuata; nella purezza di Lazzaro l’ingenuità di una fuga: l’immagine, evidentemente, offre ancora una possibilità di liberazione. La parola, invece, di fronte al buio del passato sceglie umanamente la comprensione. Prima di noi si chiude per questo su un’invocazione di pietà per i suoi protagonisti e in Città sommersa, quando l’autrice incontra l’ex membro di un astruso gruppo di comunisti degli anni 70 di cui anche il padre feceva parte, si sente rivolgere una richiesta: «Abbi pietà di queste persone. Credevano in quello che facevano e la maggior parte di loro non ha mai fatto del male a nessuno, se non a se stessi. Sono stati divorati dalla Storia».


Roberto Manassero

Roberto Manassero lavora come selezionatore al Torino Film Festival, è capo-redattore del sito www.cineforum.it e collaboratore delle riviste Film Tv e Doppiozero. Ha scritto un libro su P.T. Anderson, uno su Hitchcock e uno sul melodramma hollywoodiano. Tra i curatori del programma del Circolo dei lettori di Novara, tiene lezioni di cinema in scuole, musei e associazioni cultura.

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