Editoriale n° 19/2018

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Matteo Marelli dice che Conan il barbaro è il film da salvare oggi in TV.
Su Spike alle ore 23:30.

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La citazione

«Life... don't talk to me about life...»

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Alice Cucchetti

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Editoriale


Pubblicato su FilmTv 19/2018

Editoriale n° 19/2018

Due tempi, due film. Loro 1 e Loro 2. Il primo tempo traccia un percorso preciso, il percorso da Loro all’1. E l’1 è, evidentemente, Silvio Berlusconi. Loro sono i coordinatori di escort Sergio Morra e la moglie Tamara, sono le donne giovani e belle pronte a svendersi al potere, sono i politici di contorno che cercano di sostituire B., sono i cortigiani e le cortigiane, sono la politica e la tv. Loro sono quelli che vorrebbero pensare come lui, immaginare come lui, essere come lui. Loro e 1, dunque. Plurale e singolare. Per Paolo Sorrentino quel singolo è plurale: Berlusconi è in tutti loro, quell’1 è il loro desiderio. Loro sono l’1. È una questione di ideologia. Di pensiero unico. D’altro canto, come comincia il primo film? Con una pecorella (e ogni riferimento biblico al popolo guidato da un pastore è assolutamente da considerare) che muore, uccisa da non si sa cosa: dall’aria condizionata che scende fino allo zero? Dal montaggio demente ed esasperato del quiz di Mike Bongiorno in tv? Comunque, sceso al grado zero, il film di Sorrentino finisce per raccontare un mondo congelato. Congelato nella confusione tra realtà e fiction, tra reale e immaginario, tra quello che si è e quello che si sogna. «Tutto vero, tutto falso» dice la frase di lancio del film. «Tutto documentato, tutto arbitrario» sostiene Giorgio Manganelli in esergo. I nomi dei personaggi sono importanti: perché Silvio Berlusconi è Silvio Berlusconi? Perché Sorrentino fa i nomi, ma il personaggio che sta per Gianpaolo Tarantini si chiama nel film Sergio Morra? E perché il suo cognome, Tarantini, diviene per calambour il suo luogo di origine, Taranto (mentre il personaggio reale è barese)? Perché il documentato si equipara al gioco linguistico? Perché ci sono personaggi che pertengono a gradi di realtà differente, al vero e al falso, nello stesso livello di rappresentazione? Perché il Bagaglino convive col realismo? Che realtà è, dunque, quella che Sorrentino congela al grado zero del suo film? Una realtà in cui è impossibile distinguere l’autentico dall’inautentico, una realtà in cui i simboli non rimandano a un significato superiore, ma sono degradati, abbassati, umiliati, messi in ridicolo. Un cinema che informa e sforma l’inguardabile immaginario contemporaneo. Un mondo ancora rinchiuso nel cul-de-sac della pubblicità, in cui la grande bellezza si fa fatica a distinguere nel cielo romano illuminato dal logo Martini, quel mondo lì, in cui la retorica e la persuasione sono l’unica politica, la politica di tutti, la politica del tutto (per questo ci sembrò ponderatissima la pubblicità di Sorrentino in Fiat 500 che interrompeva la prima visione tv di La grande bellezza...). Una realtà che è ridotta alla performance del linguaggio. Un linguaggio bassissimo, godereccio, pecoreccio. Pensate al grande topo di fogna che, a un certo punto, porta a un incidente stradale: topo di fogna non si dice forse “zoccola”? E non è così che, con inelegante spregio, si potrebbero chiamare le fanciulle guidate da Morra che giungono dal controcampo di quel ratto abnorme? Anche Dio, nel film di Sorrentino, è un dio mondano, costretto a essere terreno, un misero mistero da sauna e prostituzione, il dio-personaggio-secondario che loro e lui si meritano, il dio che possono immaginare. Poi arriva la seconda parte. Loro 2. E nonostante il film cominci con un Toni Servillo/Silvio B. sdoppiato, con uno di loro che è riuscito a essere (e dunque a vendere) come l’1, scopriamo che il punto non è quello dell’ideologia, delle copie, dei sosia e dei loro 1, ma il punto sono loro 2, Silvio e Veronica. Il punto cioè, come sempre in Sorrentino, è un problema preciso che viene posto in primis allo spettatore, come enigma, non come morale: cosa resta di autentico, nell’euforia di tutte queste immagini? Che luogo occupa il sentimento, in questo mondo esasperato da troppi stimoli, privo di gerarchie, in questo vero che non sa distinguersi dal falso? Come ci si può concentrare sull’interiore, se tutto è rivolto all’esterno, alla persuasione, alla pubblicità, alla politica quotidiana? Alla fine, Silvio B. non ce la fa, a concentrarsi come si deve, a gestire il proprio (reale?) sentimento. E il cinema di Sorrentino si spegne, passando dallo scialo amorale e virtuosistico al lunghissimo, sfinente dialogo a due attori, al citazionismo mesto del finale da povero cristo, a dei loro che non sono quelli che desiderano lui, l’1, ma loro, gli altri, dimenticati, quelli che desiderano solo una casa, a L’Aquila, tra le macerie del terremoto, in quella realtà che rompe la realtà congelata del film, con una tragedia che è oltre la becera CGI con cui è messa in scena. Tutto questo, che è una precisa domanda sulla nostra realtà e il nostro immaginario, passa da una forma cinematografica problematica, da un’idea di cinema forte e sfuggente. Ed è per questo che su Loro 1 e 2 non ci saranno solo le recensioni e questo editoriale, ma anche un lungo speciale critico, sul numero 21. Perché oltre al bello e al brutto, ritengo che questo sia un film da pensare. Un film pienamente contemporaneo, per cui la critica serva. Buona lettura.

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