Fantasmi

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Su RaiMovie alle ore 21:10.

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Riproposta da Spike, comincia il 17 febbraio la prima stagione di una delle migliori serie tv britanniche degli ultimi anni. Qui ve ne riproponiamo la recensione.

La citazione

«Tutti i luoghi che ho visto, che ho visitato ora so ne sono certo: non ci sono mai stato. (Giorgio Caproni - Esperienza)»

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Pedro Armocida

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Editoriale


Pubblicato su FilmTv 49/2019

Fantasmi

1. «Si posano qui, / aspettano e non chiedono niente / solo passare». Sono versi di Niki Giannari, poetessa greca, «clandestina», che nel 2016 è stata autrice con la regista Maria Kourkouta di un documentario sulla vita quotidiana dei migranti e dei rifugiati nel campo di Idomeni, in Grecia, al tempo della chiusura della frontiera con la Macedonia del nord. Spectres Are Haunting Europe è il titolo del film. «Uno spettro si aggira per l’Europa», ricordate? Gli spettri, qui, sono i migranti. Spettri di cosa? Nostri, della nostra storia politica, del nostro presente (anche quando si fermano, nel nostro sistema paraschiavistico, abbellito con etichette come “collaboratore domestico”, con nomi che ci aiutano a dimenticarli, a non guardarli per quello che sono, come spettri per l’appunto). «I morti che abbiamo dimenticato, / gli impegni che abbiamo preso e le promesse, / le idee che abbiamo abbracciato, / le rivoluzioni che abbiamo fatto, / i sacramenti che abbiamo negato, / tutto questo è tornato con loro». In Passare a ogni costo (Edizioni Casagrande, pp. 86, € 12), il testo poetico di Giannari dialoga con i testi del filosofo Georges DidiHuberman. L’immagine, per lui, è una questione di fantasmi, di sopravvivenza, di resistenza attraverso il tempo. «Fanne immagine / che rilancerà i dadi a casa nostra». Il cinema serve anche a questo. L’idea degli spettri, degli invisibili, dei desideranti ma indesiderati, delle immagini degli ultimi che insistono oltre le nostre immagini è al centro del cinema contemporaneo. 

2. In Il paradiso probabilmente, Elia Suleiman, che la sua terra l’ha dovuta lasciare, migra dalla Palestina verso Parigi, verso New York: come sempre non parla (e non è solo una questione di gesto comico, non è solo Buster Keaton oggi: il silenzio è un fatto politico, non vi pare?). Non viene visto. Se visto, non è considerato. O svisto, a misura dello sguardo dell’altro (il vicino non aspetta le sue risposte, il taxista lo etichetta come «il palestinese», il produttore sostiene che solo i francesi sarebbero in grado di fare un film sulla Palestina...). Quel gag con l’uccellino in CGI è di beltà struggente: entrambi, uomo e animale di pixel, sono nell’immagine. Entrambi, per motivi differenti, non esistono. Suleiman è uno spettro. Così le scene in cui, seduto al tavolo di un bistrò, guarda le modelle passare sono importanti, anche se non sembrano. Sono le tracce di desiderio di un indesiderato (non si intitola forse Cronaca di una sparizione, il suo primo lungo?) Il cinema è la sua voce.

3. In Atlantique, distribuito da Netflix (vedi recensione sul Film Tv n. 48/2019), Mati Diop fa una scelta radicale: racconta di migranti che partono, che fuggono dal Senegal, che muoiono in mare. Racconta i perché della fuga. Racconta quella parte della storia. Poi guarda i suoi protagonisti ritornare, come fantasmi. Perché questi spettri sono anche spettri dell’Occidente, politicamente, certo. Ma sono soprattutto fantasmi africani. Fantasmi di quei luoghi, di quelle terre, di quelle storie d’amore. E ribadirlo significa rivendicare la propria voce. Il diritto a essere non solo fantasmi dell’Occidente. Ma anche di se stessi.


Giulio Sangiorgio

Nasce su quel ramo del lago di Como e, quando non guarda, scrive. Gli piace il cinema comico - Buster Keaton, Jerry Lewis, Charlie Bowers, Pierre Etaix - quindi non può che diffidare della facile ironia. Pretende che i film sfidino le convinzioni del suo sguardo, per questo preferisce, sempre, ciò che eccede. Lo guida Chris Marker, piange Alain Resnais e, ingenuamente, crede che non esista correlazione tra l'r moscia e la voglia costante di cinema francese. Dirige Film Tv, sceglie film per Filmmaker. Non è in grado di stendere un suo profilo, ma sa che l'anagramma del suo nome è Luigio Nasogrigio. «E di me dico "egli"; – uno che non mi riguarda». Solo per ora, però.

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