Gita al faro

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«Lui adesso vive ad Atlantide / con un cappello pieno di ricordi / ha la faccia di uno che ha capito / e anche un principio di tristezza in fondo all'anima / nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata / e a volte ritiene di essere un eroe. (Francesco De Gregori - Atlantide)»

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Matteo Bailo

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Editoriale


Pubblicato su FilmTv 25/2020

Gita al faro

Non è un film dell’orrore, The Lighthouse di Robert Eggers (su Chili, Rakuten, Infinity, Prime Video Store). Non è nemmeno, per come la penso io, un film di genere. Ci sono un faro e due guardiani. Un set e due attori. Pensateci: nella notte del mare il faro è un punto cieco, dietro la sua luce. Al cinema il faro non è lo schermo, è la cabina, quel che sta dietro il proiettore. Non il film, dunque, quello che sta prima. Mi piace pensare che The Lighthouse sia il luogo in cui l’autore (o il film stesso) s’interroga, strugge, dibatte, litiga tra sé, sul suo rapporto con la realtà, prima di darsi alla luce, prima di farsi vedere. Un dietro le quinte, un conflitto mentale, impantanato in una palude simbolica, fuori dal mondo, su quel che c’è da fare, su quel che c’è da essere, prima di apparire allo sguardo degli altri, prima di entrare nel mondo.
Non c’è nessuna premessa, nel film. Non c’è storia, non ci sono dati reali. Il rapporto tra i due personaggi è prima di scontro, di scontro sociale, poi di sospetto paranoico, alla fin fine di identità: un racconto a due che si fa racconto di specchi, deformati, in frantumi. Il tempo s’allenta, si disgrega, si perde. La lingua da bassa e triviale, ritmata da peti e grugniti, finisce per perder di senso, per essere disancorata dal mondo, per produrre discorsi privi di ogni referente reale. Il luogo si allucina, apre porte, suggerisce cose nascoste, scoperchia cose sepolte, ospita spettri. Il film comincia a convocare frammenti d’opere altrui, a farsi invadere da citazioni letterarie e poi volgarmente letterali, ad abbassarsi a crassi prelievi d’immaginari lontani, a sformare la misura di questa miniatura arty in 1,19:1, elegante nel suo bianco e nero, e a sfarla nell’informe, nel kitsch, nel risibile.
Così mi ricorda due cose, The Lighthouse.
La prima è la trilogia di Samuel Beckett - soprattutto Molloy e Malone muore, meno il radicalissimo L’innominabile -, che è la messa in forma di un soggetto, di un io, di un racconto, di una voce che non sa dire della realtà, che non sa dare forma coerente al mondo, che nel mondo non sa, non può e non vuole agire, e dunque muta, s’irridigisce, si sdoppia, cambia posto e figura, interrompe la sua storia e s’offre ad altre, perché l’avventura «non è che nel dire», e tutte quelle parole sono solo e soltanto falso movimento, agonia del pensiero, realtà sostituita dal linguaggio, rimestio in uno stagno simbolico, mentre il romanzo novecentesco, il racconto, la sua voce, ogni capacità di dare conto della realtà, scompare. «Plus rien».
La seconda, che è solo una versione meno nobile e un remake bruttarello della prima, l’avrete capita da voi, perché è una palude attuale in cui nuotiamo stanchi, e un poco tutti quanti: il dibattito intellettuale incoerente e isterico sui social, l’attivismo fuor di realtà e dentro gli schermi, la misera materia simbolica in cui è impastato il discorso politico d’oggi, la chiusura coatta dentro a un faro, una bolla, una élite, che non illumina niente, in cui non si riconosce l’uguale, come in The Lighthouse, e tantomeno si conosce il diverso. Anche se per tutto questo, è vero, c’è un romanzo di Thomas Bernhard definitivo, tutto incentrato su una voce narcisa e astiosa, accecata dall’odio e dal rancore, incapace di guardare alla realtà, sorda al prossimo, sommersa dalle sue contraddittorie verità, umorale ed egoriferita, dedita solo a posizionarsi criticamente, con acribia violenta, su temi, luoghi e persone. Il suo titolo è Estinzione. E, per quanto possibile, è anche il suo augurio.

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