Identità politiche

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La citazione

«Il banco di prova di un'intelligenza di prim'ordine è la capacità di tenere due idee opposte in mente nello stesso tempo e, insieme, di conservare la capacità di funzionare (Francis Scott Fitzgerald)»

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Emanuela Martini

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Punti di vista


Pubblicato su FilmTv 21/2020

Identità politiche

Basterebbe guardare gli opening credit di Hollywood per scoprirne sintomaticamente la missione ideologica: gli attori e autori dell’immaginario film Meg - quello che secondo la storia parallela di Ryan Murphy avrebbe dovuto fare da capostipite alle identity politic hollywoodiane di oggi e su cui è incentrata la serie - che salgono sulla scala che si trova dietro alle lettere della famosa scritta “Hollywood”, e una volta arrivati in cima, ammirano la nuova alba che splende sull’industria del cinema. È l’immagine che già era cara agli economisti neoliberisti di Chicago: la vita è una scala da percorrere un gradino alla volta; una corsa dove vince chi riesce ad arrivare in fondo. E poco importa che nella versione della serie Netflix ci sia il caveat dei protagonisti che si aiutano l’un l’altro per non cadere: è la perfetta sintesi del pensiero liberal americano, dove l’etica del successo personale viene spruzzata con un po’ di attenzione alle rappresentazioni delle minoranze etniche e sessuali. Il cui parziale riconoscimento simbolico nell’industria dell’entertainment viene ancora oggi mercanteggiato a discapito della propria emancipazione sociale. E infatti, come ricorda Michelle Alexander in The New Jim Crow, negli anni di un Presidente afroamericano - ovvero, negli anni della massima rappresentazione simbolica di una minoranza - la carcerazione di afroamericani negli Stati Uniti è continuata imperterrita al ritmo dei decenni precedenti: ovvero in proporzioni, c’è da ricordarlo, che non hanno eguali in nessuna dittatura contemporanea. Il problema insomma non è tanto quello di raccontare le storie di sottomissione - come se i processi di razzializzazione facessero parte del novero delle differenze soggettive - ma di farla finita con la sottomissione stessa. Mentre invece Ryan Murphy mette in bocca a un bianco (che, con sprezzo del ridicolo, si definisce “mezzo-asiatico”) che «se puoi cambiare il modo come vengono fatti i film, puoi cambiare il mondo». Se Hollywood parla di utopia, come hanno detto in tanti, non lo fa nel senso della visionarietà di un futuro di uguaglianza (anzi, si conclude con il successo personale di “pochi”), ma nel modo in cui la intendeva Fredric Jameson, secondo cui l’utopia è «la defamiliarizzazione e ristrutturazione della nostra esperienza del presente». Da questo punto di vista Ryan Murphy finisce per essere totalmente schiacciato sulla propria ideologia del presente dove la politica è stata sostituita da una discussione infinita sui modi della “rappresentazione” di gruppi sociali separati gli uni dagli altri. E il risultato è una sorta di agiografia stalinista al tempo della identity politic, monodimensionale e piatta. Anche se Čiaureli e Pyr’ev, almeno, facevano dei grandi film.


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