Il luogo che (non) c'è

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Editoriale


Pubblicato su FilmTv 20/2020

Il luogo che (non) c'è

In Hollywood, la seconda serie (dopo The Politician) partorita dal miliardario contratto di Ryan Murphy con Netflix, si immagina un colossale “what if ”: e se le minoranze storicamente escluse dalla fabbrica dei sogni avessero avuto la loro gloria? Se fossero state rappresentate sullo schermo, visibili, dunque legittimate dalla società? Avviene l’impensabile: nel 1947 sbanca il botteghino un film con un regista di origine asiatica, uno sceneggiatore afroamericano omosessuale, un’afroamericana come star, e per di più prodotto da una donna. E tutto va bene: in una narrazione che riscrive la Storia, perfino gli Oscar che sarebbero stati di Elia Kazan & Co. vanno a personaggi fittizi. I coming out, la ribellione alle norme razziste, tutto fila liscio, in un lietissimo finale dopo l’altro. A suggello, non «the end», ma «the beginning», “l’inizio”: la Storia di Hollywood riparte da lì. Per Murphy è una questione politica: da anni si impegna a coinvolgere nelle sue produzioni minoranze etniche e di orientamento sessuale (e, in generale, le categorie meno rappresentate, come le donne sopra i 50 anni) per almeno il 50% del totale di cast & crew, e Hollywood ha il sapore smaccato di un pamphlet, programmatico nella progressione di monologhi in cui i personaggi dichiarano la loro urgenza di infrangere le regole discriminatorie dell’industria. Da un lato è impossibile non notare che sull’altare della militanza si è sacrificata la sottigliezza di messa in scena: i monologhi suonano artificiosi, il montaggio alternato della Notte degli Oscar, con l’esultanza di afroamericani e sinoamericani, è stucchevole. Ma c’è qualcosa di più, nella nostra reazione a questo lieto fine, nel nostro sbigottimento di fronte alla mancanza di ostacoli. Nel Marienbad del Film Tv n. 19/2020, il direttore Giulio Sangiorgio affermava che «oggi nessuno prova a immaginarla, l’utopia, il luogo del bene, il luogo che non c’è»; ecco, quella di Murphy è una vera utopia (tecnicamente, una ucronia, perché modifica fatti già avvenuti), un’alternativa, una Hollywood che non c’è. Non è quella che c’era una volta di Tarantino: non un’operazione di feticismo verso un immaginario, ma uno slancio immaginativo verso l’inesistente. Una Hollywood che resta Babilonia (le parti si ottengono a suon di favori e ricatti, gli accordi si fanno ai festini erotici di George Cukor), ma che concede a tutti di essere rappresentati. L’utopia di Hollywood si spinge oltre, perché propone che al traguardo si arrivi senza il percorso narrativo cui siamo assuefatti, che prevede per afroamericani e appartenenti alla comunità LGBT di essere vessati, sanzionati, di arrivare a un passo dal rinunciare prima di poterla spuntare e di dover sempre sacrificare qualcosa (talvolta la vita) per avere uno spicchio di Sogno americano. E se invece no? Nel fastidio che proviamo assistendo al lieto fine, constatando l’assenza di quelle tappe drammaturgiche che l’audiovisivo ha codificato nei decenni, c’è tutto il senso di un’altra parola chiave sviscerata sul n. 19, inevitabilismo. È il “tanto, ormai”, è il “da che mondo è mondo è sempre stato così”, è la dissonanza cognitiva che sgancia il nostro agire dalla possibilità di modificare la realtà di oggi, e dunque non contempla alcun domani altro. In questo senso, l’utopia di Hollywood non parla a tutti; ma parla sicuramente di tutti.


Ilaria Feole

Ilaria Feole è nata nell’anno di Il grande freddo, Il ritorno dello Jedi e Monty Python – Il senso della vita e tutto quello che sa l’ha imparato da questi tre film. Scrive di cinema e televisione per Film Tv e  Spietati.it. È autrice della monografia Wes Anderson - Genitori, figli e altri animali edita da Bietti Heterotopia.

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