Il sesso delle stelle

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«All work and no play makes Jack a dull boy»

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Punti di vista


Pubblicato su FilmTv 21/2020

Il sesso delle stelle

È impossibile, addentrandosi nella Hollywood di Ryan Murphy, non percepire il disagio crescente di scoprirsi spettatori, più che di una lettera d’amore allo studio system, di una verbosa reprimenda. Così come non si può non convenire con chi, all'interno di questo speciale, ascrive alla voce “programmatico didascalismo” l’urgenza di declamare ad alta voce, spiegone dopo spiegone, un messaggio per cui è legittimo sacrificare ritmo narrativo e resa drammatica. L’esclusione delle minoranze dall’arena del rappresentabile è troppo vergognosa per andare per il sottile: Murphy è ansioso di distribuire premi e castighi, tracciare il confine tra dominanti e dominati. Eppure tutti, nessuno escluso, accettano il tacito assunto per cui il sesso è una merce, e per lavorare bisogna dare qualcosa in cambio. Rock si concede per far carriera, ma non per questo è un ambizioso senza scrupoli; Avis assegna la parte a Jack, che guarda a caso si è portata a letto, ma ciò non fa di lei un mostro che mercanteggia in favori sessuali; Camille, a ben guardare, è insieme l’emblema della minoranza discriminata e dell’attrice raccomandata perché sta col regista. Il campionario potrebbe continuare: la Hollywood di Murphy offre una fenomenologia variegata e complessa di umanità in cui un pappone non è necessariamente un villain e un gigolò una vittima traumatizzata. Non è che Murphy, persino nelle sue fantasie più sfrenate - le stesse in cui può esistere un film come Meg - non riesca a immaginare la fine di un sistema fondato sulle dinamiche clientelari. Semplicemente abbandona il piglio didattico e le semplificazioni manichee per riconoscere che il sesso, a priori, non è né un veicolo di emancipazione né un vile espediente di ricatto. Può essere entrambi. Dipende. Almeno in questo, non sogna una Hollywood che non c’è, ma rappresenta quella che c’è (nella duplice accezione di “raffigurare” - come un quadro rappresenta un paesaggio - e di “stare per” - come un parlamento rappresenta un popolo). Dà una voce a chi non si riconosce in nessuno dei ruoli prefabbricati che troppe narrative dell’abuso danno di vittime e carnefici, nelle sue polarizzazioni semplificatorie e forsennate. Tra le tante minoranze, c’è anche quella di chi non assegna un valore morale all’uso del sesso come merce. Anche loro, dopo tutto, meritano di riconoscere se stessi dall’altra parte dello schermo.


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