L'ora più buia

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La citazione

«Life... don't talk to me about life...»

scelta da
Alice Cucchetti

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Editoriale


Pubblicato su FilmTv 41/2019

L'ora più buia

Seguitemi. C’è un uomo, di 40 anni, di bell’aspetto e amante del ciclismo, dottorando in lettere con una tesi su Kafka («un autore praghese, lo conoscete?»). È chiamato in una scuola a sostituire un professore. A fare il supplente, in una classe speciale, di studenti eccellenti («sì, lo conosciamo»), di un uomo che s’è buttato dalla finestra dell’aula, di fronte agli alunni. E ci sono questi alunni, che sono in anticipo sul programma dell’anno successivo, che sembrano non essere minimamente interessati a quello che la scuola (tantomeno quel nuovo professore) può loro insegnare: si guadagnano voti altissimi con sguardo mesto, si ritrovano in gruppo, fuori dal liceo, per farsi del male, e riprendersi. Che stiano elaborando il lutto? E se - ci chiediamo - fossero la causa di quella morte? C’è poi che al professore succedono cose inquietanti: il telefono squilla nella notte, i suoi sogni sembrano usciti dalle pagine del signore praghese, i docenti intorno a lui si comportano in modo assurdo, e gli alunni sobillano, sussurrano, sono tutti contro di lui. O meglio: è questo che crede, crediamo. Eppure, in questo rifacimento radicalmente contemporaneo di Il villaggio dei dannati che incontra Iperoggetti di Timothy Morton (leggetelo), il nostro sguardo è portato a esercitarsi su un cambiamento di paradigma, su un passaggio fondamentale, su un errore: il nostro punto di vista (il punto di vista di un medium novecentesco come il cinema, direi) è quello del giovane professore, che legge tutto quello che gli capita intorno come se lo riguardasse, come se fosse il protagonista di un intrigo ordito a sue spese, come se veramente il circostante fosse interessato a lui e lui potesse incidere sul mondo. Perché, quando lui cerca di difenderli dagli attacchi dei colleghi di scuola, gli alunni gli rispondono che non si deve permettere? Che non può salvarli? Quello che il professore scopre, quello che scopriamo, è che per gli alunni, i dannati (letteralmente), lui, come ogni uomo, non conta. E mentre lui si e ci racconta come personaggio principale di un film polanskiano, con un protagonismo narcisistico e romantico, loro sono rassegnati, spenti, coscienti che il protagonismo dell’uomo è la causa della morte dell’ambiente e del loro futuro, e per questo girano video-testamenti spartani, scioccanti, che nulla hanno a che fare con le sofisticherie di uno sguardo cinematografico, di uno sguardo protagonista. Per loro oggi non c’è nulla che si possa fare: il mondo non è in loro controllo, non è un loro prolungamento, non lo possono toccare, manipolare. Non lo possono salvare. Il protagonista delle loro esistenze è il cambiamento climatico. Non sono loro. L’ultima ora, film apocalittico francese uscito in sala sul finire della scorsa stagione (recuperatelo), mette in forma, meglio di ogni possibile saggio, questo cambio di prospettive. Certifica, tramite iperboli, questo errore, l’errore che continua a fare chi non capisce i #FridaysForFuture, chi come in un film di Polanski prova a ricostruire il complotto che sta dietro Greta e dice «gretini» ai giovani che manifestano, che guarda agli uomini singoli, e non a quello che c’è intorno, che fissa il dito, non la luna. È l’ultima ora, per l’appunto: impariamo quel che c’è da imparare. Anche a guardare.


Giulio Sangiorgio

Nasce su quel ramo del lago di Como e, quando non guarda, scrive. Gli piace il cinema comico - Buster Keaton, Jerry Lewis, Charlie Bowers, Pierre Etaix - quindi non può che diffidare della facile ironia. Pretende che i film sfidino le convinzioni del suo sguardo, per questo preferisce, sempre, ciò che eccede. Lo guida Chris Marker, piange Alain Resnais e, ingenuamente, crede che non esista correlazione tra l'r moscia e la voglia costante di cinema francese. Dirige Film Tv, sceglie film per Filmmaker. Non è in grado di stendere un suo profilo, ma sa che l'anagramma del suo nome è Luigio Nasogrigio. «E di me dico "egli"; – uno che non mi riguarda». Solo per ora, però.

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