La forma dell'Oscar

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La citazione

«Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo. (Arthur Schopenhauer)»

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Simone Arcagni

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Editoriale


Pubblicato su FilmTv 07/2020

La forma dell'Oscar

La cosa più interessante degli Oscar vinti da Parasite non è che si tratti di un film non americano. È il fatto che Bong Joon-ho aveva già vinto la Palma d’oro a Cannes 2019. Così come La forma dell’acqua, miglior film e regia nel 2018, aveva vinto il Leone d’oro a Venezia l’anno prima. E guarda caso, il concorrente più accreditato di Parasite era il film che aveva vinto a Venezia l’anno scorso, Joker di... di... (scusate, non mi entra in testa). Che cosa vuol dire? In un’epoca di contrazione, ridefinizione e rilocazione del consumo cinematografico, l’Academy fa sventolare la carota davanti alle produzioni di Netflix, ma poi le bastona (beffa ai danni di The Irishman, contentino a Storia di un matrimonio), ribadendo la priorità dei film fatti per le sale. Ma dietro questa strategia passatista si impone un’inedita armonia, se non sinergia, tra grandi festival e statuette. I primi più attenti, da qualche tempo, a premiare film in grado di raggiungere il grande pubblico: finita l’epoca degli azzardi impopolari, tipo la Palma a Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti o i Leoni a Un piccione seduto sul ramo riflette sull’esistenza, Ti guardo e The Woman Who Left (alzi la mano chi ne ha visti almeno due e non lo fa per mestiere). I pessimisti vedono in ciò un segno inequivocabile dell’omologazione del gusto, un trionfo del midcult: vincono film furbi e facili, ma che danno l’impressione di avere fatto chissà quale esperienza estetico-intellettuale. Gli ottimisti invece gioiscono, convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili: Hollywood finalmente premia la qualità, mentre il cinema d’autore torna a rivolgersi alle masse. La verità sta nel mezzo o, come spesso succede, è un’altra. La convergenza di premi sugli stessi titoli è sintomo innanzitutto di una riduzione di offerta e di scelta in un cinema sempre più piccolo. Piove sul bagnato perché, obiettivamente, non c’è molto altro di presentabile. Chi dovevano premiare quest’anno? 1917? Jojo Rabbit? Siamo seri. È da anni, peraltro, che l’industria preme per imporre pochi prodotti e massimizzare gli introiti. Che l’Oscar al film sudcoreano serva a far scoprire i film coi sottotitoli, come dice Bong (tanto da noi li doppiano), o l’opera precedente di quell’autore, è una pia illusione, che comunque interessa una minoranza. Una conseguenza, piuttosto, è che gli spettatori deboli vedono sempre di meno: con Parasite hanno già assolto due obblighi di visione (Oscar e Palma d’oro) e possono starsene a casa a vedere Netflix e serie tv. Nelle strategie del sistema c’è sempre una falla.


Alberto Pezzotta

Alberto Pezzotta si è occupato di cinema italiano (Ridere civilmente. Il cinema di Luigi Zampa; Il western italiano; Regia Damiano Damiani; Mario Bava; la curatela, con Stefania Parigi, di Il lungo respiro di Brunello Rondi), di storia della critica (La critica cinematografica; la curatela, con Anna Gilardelli, di Alberto Moravia, Cinema italiano. Recensioni e interventi 1933-1990), di cinema orientale (Tutto il cinema di Hong Kong). Ha collaborato alla Storia del cinema mondiale di Gian Piero Brunetta e alla Storia del cinema italiano del CSC, oltre che a riviste come “Bianco e Nero”, "Imago", “8 1/2”. Scrive di cinema e musica su "Blow Up". Ha tradotto libri, tra gli altri, di Chinua Achebe, Eric Bogosian, Harry Crews, James Dickey, Barry Gifford, Jim Harrison, Hanif Kureishi, Lorrie Moore, Joyce Carol Oates, Hugues Pagan, Derek Raymond, Colm Tóibín.
Twitter: @APezzotta.

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