Marienbad n° 29/2020

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Francesco Foschini dice che Non si sevizia un paperino è il film da salvare oggi in TV.
Su Italia1 alle ore 02:45.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Alice Harford: I do love you and you know there is something very important we need to do as soon as possible. - Dr. Bill Harford: What's that? - Alice Harford: Fuck.»

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Fabrizio Tassi

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Editoriale


Pubblicato su FilmTv 29/2020

Marienbad n° 29/2020

«Non è compito del critico aver sempre ragione, ma è suo dovere aver torto in modo razionale» (Giorgio Manganelli, Concupiscenza libraria, Adelphi, pp. 454, € 24)

Una vita dalla parte del torto di Alberto Pezzotta, dedicato a Clint Eastwood su Film Tv n. 27/2020, è stato uno degli articoli maggiormente commentati, amati o odiati, degli ultimi tempi. Mi concentro come sempre - la mia è una perversione per la dialettica - soprattutto sul polo dei riscontri negativi, che han portato la mia stressata casella di posta a ricevere pacati messaggi come «è una vergogna», «smetto di comprare la rivista», «come si permette questo tale di criticare Clint» etc. Non servono difese d’ufficio a una rivista che il cinema di Clint Eastwood l’ha sempre ampiamente considerato, di frequente amato oltre misura finendo per eleggerlo a guida morale, coprendolo in ogni modo possibile (solo nel biennio scorso due copertine, tacendo articoli e locandine), in ultimo con un doppio memoir di Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri (vedi Film Tv n. 21/2020, ndr) la cui lettura politica sta all’esatto opposto di quella di Alberto. Il punto non è essere pro o contro Eastwood. E non servono difese d’ufficio ad Alberto, autore anche di un Castoro su Clint, e sulla cui carriera da storico e critico mi sembra indegno spendere parole. Quel che m’importa è ricordare un paio di cose che c’entrano con la critica in generale, e con la visione di critica su cui la rivista che state leggendo si fonda. La buona critica non è, e non deve essere, un banale strumento di conferma, una copia in bella scrittura del pensiero di chi legge. La buona critica apre porte, suggerisce ingressi inabituali, provoca il lettore a guardare un film sotto prospettive differenti. È il film di un percorso intellettuale, il racconto dei legami che il critico tesse tra l’opera e il suo presente, la storia che l’ha preceduto, il contesto produttivo e industriale, lo stato delle immagini che gli stanno intorno. Lo si può rifiutare, può non piacere, può portare a ribadire per contrasto, nel lettore, la sua idea. Ma fallisce nel momento in cui non è in grado di offrire nulla a chi la segue, se non quello che il lettore già pensa: se non è in grado di informarlo, di rivelargli luoghi nascosti, di narrargli la storia di un pensiero al lavoro. Non dico che questa rivista sia democratica (non sono un direttore democratico), dico che questa è una rivista che si fonda sulla pluralità. Non è un insieme di articoli, è un progetto comune: fatto di personalità differenti, di cui sono garante, in primis, della qualità del discorso critico che possono proporre al lettore (potete prendervela con me). È una rivista che si basa sull’amore per la critica, questa. E che quindi è anche dedita al piacere d’essere in disaccordo, alla fine, sapendo d’aver provato a guardare le cose, anche solo per pochi attimi, per poche righe, con uno sguardo differente. Questo è quel che proponiamo al lettore, questa è la forma di rispetto che gli offriamo: non articoli con cui compiacerlo sfacciatamente, non parolame da spot, non testi elementari con cui ridurre il discorso al mero piacere e dispiacere, ma articoli insieme a cui pensare, anche contro gli stessi. In tempi di bolle di filtraggio e dell’impero del bias di conferma, in tempi in cui hanno tutti ragione, sembra una questione politica. No?

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