Modestamente

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La citazione

«Il cinema è come un uomo a cavallo che arriva in una cittadina del West, e noi non sappiamo niente di lui. (Jean-Claude Carrière)»

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Marianna Cappi

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Editoriale


Pubblicato su FilmTv 05/2020

Modestamente

«Questo film politico non è un film a tesi» diceva Éric Rohmer di L’albero, il sindaco e la mediateca, nel 1993. Lo cita in una nota di Destra e sinistra Norberto Bobbio, l’anno successivo, riassumendolo così:

«Il sindaco difende le ragioni del progresso (la mediateca) mentre le ragioni della natura (l’albero) sono difese dal maestro. Tra le due posizioni qual è quella della sinistra e qual è quella della destra? Alla domanda sembra dare una risposta lo stesso regista: “Ormai i programmi della destra e della sinistra si somigliano [...] L’essenziale oggi non è imporre questo o quel regime, tutti i regimi sono imperfetti, la cosa più urgente è salvare la vita sul pianeta ed evitare in tutti i modi i conflitti tra le persone”» 

Ora il punto non è, chiaramente, il Rohmer pensatore politico, qui non particolarmente arguto. Il punto è che in Alice e il sindaco di Nicolas Pariser, film di cui potreste e dovreste perdutamente innamorarvi com’è successo al sottoscritto, siamo ancora e sempre a questo punto. Cos’è oggi una politica di sinistra? Come coniugare progresso e tutela dell’ambiente? Come trovare un equilibrio tra crescita infinita e risorse limitate? Già. «Non le sembra di sbattere contro lo stesso muro da 30 anni?» chiede Alice (Anaïs Demoustier) al sindaco (Fabrice Luchini, il maestro - non è un caso - di L’albero, il sindaco e la mediateca). 30 anni dopo le domande sono le stesse, purtroppo: a Pariser interessa che, nel suo cripto-sequel del film di Rohmer, sia cambiata l’umanità che le pone. È cambiato il lavoro, cambiata la politica. Pariser questo mette in scena: il disorientamento dei giovani di fronte al lavoro (non sappiamo perché e come Alice sia stata scelta, e nemmeno lei), l’aleatorietà del mestiere creativo («ho un lavoro che non è un lavoro»), la vita che inesorabilmente si riduce a esso (non c’è un momento, nel film, in cui non entri in campo il rapporto con il sindaco: è definita solo da questo), e ancora l’emergere ovunque della sfiducia nella politica (nel politico stesso...), i pensieri automatici degli uffici stampa al tempo dei 140 caratteri, lo scollamento della retorica dalla logica minima del pensiero, l’esplosione del disturbo psichico nel contemporaneo neo-liberista (ogni tanto bisogna tornarci, ai pensatori del negativo come Franco Bifo Berardi, Byung-Chul Han, Mark Fisher...), etc, etc. Non sono cose a cui il film arriva. Sono cose da cui parte. Cose di cui il film prende atto e, modestamente, ordina, con un’economia di linguaggio che è quella del cinema classico, in un’opera, decisamente europea, di parola. Tutto è dato, nello sguardo di Pariser. È in superficie, opaco e dunque ambiguo. Tutto è chiaro e tutto, dietro, è segreto. È quello che vediamo e sentiamo, a contare. Non ci sono premesse, prurigini, retroscena. L’occhio è freddo. Raffinato, garbato. «Modesto». È come se la levità di sguardo di Rohmer s’aggiornasse alla fine dell’empatia dei giorni nostri, cogliendola, certo, ma non rassegnandosi a essa. Non ci sono drammi. Ci sono gesti precisi, parole che, finalmente, significano. Il prefinale, con quel (fallimentare, per il partito) discorso contro la finanza, contro il mercato globale, per l’istruzione, per la responsabilità, è quello da cui la sinistra dovrebbe ripartire, come s’usa dire. “Libération” ha scritto che Alice e il sindaco non è un film rivoluzionario, né formalmente né politicamente. Ed è vero. Verissimo. È un film politico, non a tesi, che crede nella sua giusta, salda, responsabile modestia. Non denuncia. Constata. Prova a ripartire. È un film da cui dovremmo imparare. Formalmente e, dunque, politicamente.

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