Ne ho vedute tante da raccontar

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Detroit di Kathryn Bigelow è in streaming su Netflix

Fra alti e bassi, fra neorealismo, critofilm e prodotti calligrafici, il rapporto tra pittura e cinema nei film italiani.

Al Sudestival, il festival lungo un inverno che si tiene tutti i fine settimana dal 10 gennaio al 13 marzo 2020 a Monopoli (Ba), anche l'omaggio a Dino Risi nell'ambito di un "laboratorio" sulla commedia all'italiana con gli studenti, organizzato in collaborazione con Film Tv, media partner della manifestazione. Come film più rappresentativo, Mauro Gervasini ha scelto Il giovedì , che era anche il preferito dal regista milanese. Riproponiamo la locandina con il commento.

Avete già scoperto le due nuove piattaforme di cui stiamo recensendo serie originali, di recente? Una di queste è StarzPlay, su cui vi suggeriamo di cercare questa commedia.

Il numero 50 di Film Tv è tutto dedicato alle donne, in uno speciale che attraversa ruoli e media diversi. Uno dei nomi femminili fondamentali per il cinema è Chantal Akerman, di cui vi riproponiamo questo inedito.

La citazione

«Non è più possibile parlare d'arte escludendo la scienza e la tecnologia. Non è più possibile analizzare i fenomeni fisici escludendo le realtà metafisiche. (Gene Youngblood)»

scelta da
Simone Arcagni

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Editoriale


Pubblicato su FilmTv 48/2019

Ne ho vedute tante da raccontar

Ai milioni di abbonati del nuovo servizio streaming Disney+ (in Italia dal 31/3 2020), in apertura di alcuni classici animati, è comparso il cartello: «L’opera è presentata così come è stata originariamente creata. Potrebbe contenere rappresentazioni culturali obsolete». Il riferimento è a personaggi modellati su cliché negativi o caricature offensive di determinate etnie: come i corvi (stereotipo afroamericano) di Dumbo, o i gatti siamesi (stereotipo asiatico) di Lilli e il vagabondo. Molto ci sarebbe da dire sull’ipocrisia di Disney, a partire dalla scelta delle parole: Warner Bros. aveva adottato simili disclaimer per Tom & Jerry, parlando più chiaramente di «pregiudizi razziali». Ma quel che ci colpisce è la reazione, di là e soprattutto di qua dell’Atlantico, di persone mature, acculturate e non appartenenti ad alcuna delle minoranze coinvolte dai cliché disneyani: sdegno e derisione. Stai a vedere che bisogna giustificarsi per aver inserito decenni fa la caricatura della cultura afroamericana in un innocuo cartoon! Quanto buonismo, quanta ipocrisia, quanta temibile dittatura del politicamente corretto! Di questo passo non si potrà più parlare di niente! E via dicendo. Il fatto che lamentele di questo tenore arrivino da individui appartenenti alla categoria che detiene il potere economico e l’egemonia culturale nel mondo occidentale - maschi bianchi eterosessuali cinquantenni - ci fa venire in mente una delle più becere argomentazioni contro le lotte della comunità LGBTQI, quella che recita «allora ci vuole anche l’Etero Pride!» (che peraltro già esiste). O anche la pervicacia con cui la succitata categoria sbertuccia le istanze delle «streghe» del #MeToo, colpevoli di minacciare la libertà personale e artistica degli uomini. Il fatto è che no, non ci vuole l’Etero Pride, perché la comunità eterosessuale non ha mai dovuto rivendicare il proprio diritto ad amarsi e sposarsi; e no, le donne che chiedono ambienti di lavoro esenti da molestie sessuali non vogliono castrare il maschio bianco (rubiamo le parole della fondatrice di Women Who, Otegha K. Uwagba: «Gli uomini dovrebbero essere contenti che le donne pretendano equità e non vendetta»). Similmente, non è la maggioranza caucasica a essere “bersagliata” dai (pur blandi e paraculi) disclaimer disneyani. La pretesa sottesa alle derisioni ci pare quella di godersi il film senza il cartello che ne denota il razzismo. Ricapitolando, è più rilevante il diritto di un maturo uomo bianco di vedere in santa pace il numero Siam siamesi rispetto a quello di, poniamo, un bimbo thailandese di essere avvisato che quella è una presa per i fondelli della sua etnia di appartenenza ed è «obsoleta» (che poi lo sia davvero, è un altro paio di maniche). I succitati corvi ne avevan vedute tante, da raccontar; giammai l’uomo bianco tremar, sentendosi minacciato da chi ha infinitamente meno potere di lui.


Ilaria Feole

Ilaria Feole è nata nell’anno di Il grande freddo, Il ritorno dello Jedi e Monty Python – Il senso della vita e tutto quello che sa l’ha imparato da questi tre film. Scrive di cinema e televisione per Film Tv e  Spietati.it. È autrice della monografia Wes Anderson - Genitori, figli e altri animali edita da Bietti Heterotopia.

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