Si stava meglio quando si stava Pejo?

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«We want our film to be beautiful, not realistic.»

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Editoriale


Pubblicato su FilmTv 24/2020

Si stava meglio quando si stava Pejo?

Autoreferenzialità: in soldoni, parlarsi addosso e, quindi, parlare sempre di sé, con la convinzione di essere gli unici dei quali valga la pena davvero di parlare. Prendete Netflix. In Curon, nuovissima serie italiana mistery teen, nel primo episodio, dopo neanche mezz’ora, la ragazzina protagonista cita una battuta di Orange Is the New Black. E non lascia nessun margine di ambiguità: lo dice chiaro e tondo che sta citando quella serie. Che, per inciso, è un altro originale Netflix (come Curon, d’altronde). E questo è solo l’ultimo caso in ordine di tempo: anche una serie teen deliziosa come Non ho mai... (originale Netflix) non andava troppo per il sottile, tra magliette di Stranger Things (sempre originale Netflix) e disquisizioni sull’evidente non-adolescenza anagrafica dei protagonisti adolescenti di Riverdale (ancora Netflix, anche se non un originale). Magari, più che autoreferenzialità, è marketing puro e semplice: a Netflix non basta più dirci che cosa guardare (della propria offerta) se ci è piaciuto qualcos’altro (una forma abbastanza dichiarata di persuasione, al confine con il servizio personalizzato). Ora spuntano, sempre più numerose, nelle serie di produzione queste allusioni/battute/citazioni riferite ad altri titoli in catalogo, più o meno integrate nella narrazione (meglio in Non ho mai... che in Curon). Un dubbio ci attanaglia, dunque: quando leggiamo che in un programma sono inseriti prodotti a fini commerciali, dobbiamo immaginare che siano ora i titoli di altre serie del catalogo di famiglia? Allora ci prende un senso di dolce nostalgia, quasi di tenerezza, a ripensare ai liquori e alle sigarette che spuntavano a bizzeffe nei film italiani di una volta (e, sopra tutti, l’immarcescibile acqua Pejo); e pure, di recente, al caffè Borbone bevuto in dosi da cavallo (nervoso, s’immagina) nelle fiction Rai e Mediaset. E quindi ci domandiamo: è anche questo di Netflix un placement come quelli? Ne segue le regole? E gli sceneggiatori (anche italiani), che, negli ultimi anni, mastica(va)no amaro nel dover trovar un modo per far bere più caffè ai loro personaggi (e allora sotto con i distributori nelle stazioni di polizia e le segretarie garrule con cuccume fumanti), così sentiranno meno la vergogna della famigerata “marchetta”? E poi, quali serie si possono citare? Solo quelle del catalogo della propria piattaforma, o anche quelle della concorrenza? Si può scegliere? O bisogna fare gioco di squadra - quella del Netflix di turno - anche qui? Si può farlo con libertà creativa? Oppure bisogna stare attenti a non esagerare e si possono dire solo certe cose? C’è un listino (prezzi)? Chi sa (e fa), lo racconti. Siamo davvero curiosi.


Rocco Moccagatta

Studiava giurisprudenza, ma andava più spesso al cinema di quanto avrebbe dovuto. D'altronde il padre l'ha portato per anni al cinema ogni sabato. Di cosa potrebbe dunque lamentarsi? Dopo l'università, fa la cosa giusta e comincia a occuparsi davvero di film, persino professionalmente. Oggi lo insegna pure, il cinema, in IULM e in altre università del regno, soprattutto il cinema classico e il cinema dei generi popolari, la sua passione da sempre. Per campare guarda anche molta televisione, visto che lavora come scenarista e analista dei media presso la factory di media research Neopsis (non si pronuncia Neopsais, eh...). Ha scritto e scrive da tante parti, da Duel/Duellanti a Marla, da Ottoemezzo a L'officiel Homme. Nel tempo, ha scoperto che gli piace molto il cinema italiano di ieri e di oggi e che si può non vergognarsene. Il riconoscimento più prezioso è stato essere ribattezzato "Giancarlo Cianfrusaglie" da Maccio Capatonda.

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