Visioni dal fondo n° 08/2021

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Matteo Marelli dice che Shining è il film da salvare oggi in TV.
Su Italia1 alle ore 21:20.

Avventure da vedere e rivedere, capolavori dell’animazione e lezioni sul rapporto tra uomo e natura: sono i film dello Studio Ghibli, (quasi) tutti disponibili su Netflix.

È una questione di intesa. Lo sguardo di Jonah Hill su Stevie è simile a quello di Jodie Foster su Fred in Il mio piccolo genio . Entrambi con lo stesso provvisorio smarrimento, la stessa solitudine. Con una differenza: l’attrice, nel suo esordio nella regia, era anche protagonista. Jonah Hill no: si affida anima e corpo al bravissimo protagonista, Sunny Suljic, già sorprendente in Il sacrificio del cervo sacro . E poi ancora strani incroci: Scott Rudin, tra i produttori di Mid90s e anche di Il mio piccolo genio .

Il miglior film hollywoodiano dell’anno l’ha fatto la HBO, naturalmente è una miniserie e non un film, ma della Hollywood perduta (non necessariamente quella classica) riprende l’impostazione e la tradizione di trarre da un bestseller un’opera d’autore colta e insieme popolare, come un tempo erano film quali Ragtime , La scelta di Sophie o Il colore viola .

«Continuare a vivere significa continuare a fare film» dice Máximo Espejo, il regista di Légami! È paralizzato sulla sedia a rotelle, in preda a pulsioni fisiche voraci e inappagabili per la bella protagonista, ma non importa: importa il cinema, che si fa «con il cuore e con i coglioni», e quelli funzionano. Il cinema si deve , anche se non si vede : il cinema si fa anche da ciechi, ed è il caso di Mateo Blanco, che perde la vista e l’amore in un incidente ma torna alla celluloide per ricomporre Gli abbracci spezzati .

Sperimentatore eccentrico con l’umiltà del mestierante o dell’artigiano, Nobuhiko Ôbayashi è divenuto un culto per caso, per la sua instancabile volontà di immaginare, al di fuori da ogni schema. Al nome del regista giapponese in genere viene associato un solo titolo: House (1977). Un caso difficilmente superabile di follia su pellicola, in cui l’immaginazione sale al potere senza che nessun limite - di budget, buon gusto o buon senso - la possa rallentare.

La citazione

«What happened to Gary Cooper? The strong, silent type. That was an American. He wasn’t in touch with his feelings. He just did what he had to do. (David Chase - The Sopranos)»

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Visioni dal fondo


Pubblicato su FilmTv 08/2021

Visioni dal fondo n° 08/2021

Più di un quarto di secolo fa, il referendum del 1995 per l’abolizione degli spot durante la programmazione dei film in televisione vide schierati tra gli altri Fiorello, Mike Bongiorno e Lorella Cuccarini (insieme a Berlusconi) a favore dello status quo, contro Benigni, Grillo e il PDS, che erano per il sì. Vinse la destra, come noto e come sempre. Quella battaglia, che recava come slogan la frase felliniana «non si interrompe un’emozione», viene ormai ricordata con tenerezza. Oggi nessuno parla più della pubblicità e di quanto si infila in ogni interstizio della nostra vita - a parte gli studiosi, ovviamente, come dimostra il bel Pubblicità e cinema - Testi e contesti tra semiotica e marketing, curato da Martina Federico e Ruggero Ragonese, recentemente edito da Carocci. Paradossalmente, vediamo i film in modo più integro di un tempo. Le piattaforme streaming non hanno pubblicità se non i product placement ma almeno l’emozione non si interrompe. Altri servizi su abbonamento costringono a sorbirsi uno o due spot prima del film registrato sul decoder ma nulla di paragonabile alle televisioni commerciali, dove permane la presenza di interruzioni destinate a un pubblico lineare mediamente di età piuttosto avanzata. In qualche modo, insomma, il cinema si è riconquistato un suo spazio di unità testuale. In compenso, per tutto il resto siamo tormentati. A parte la classica scelta tra servizio free e premium (da Spotify ai giochini su smartphone), negli altri casi la pubblicità è diventata onnipresente. Non c’è video dei siti dei grandi quotidiani, o YouTube, che non preveda l’attesa di 30 secondi di promozione, senza nessun tatto per gli abbinamenti (magari ti sorbisci un allegro jingle sui biscotti prima di un servizio sui tumori infantili) così come molti siti, anche di cinema, sono costellati di pop-up e banner talmente numerosi e aggressivi che non si distingue più nemmeno il testo, costringendo a uno slalom tra le righe con il rischio di cliccare - come sperano gli inserzionisti - sulla stessa pubblicità che si voleva chiudere. Sono forme intrusive di sostentamento per l’editoria digitale. Pare vada bene così.


Roy Menarini

Roy Menarini fa troppe cose, ma non ne può fare a meno. Né di meno. Insegna cinema a studenti universitari, scrive di cinema per i lettori, organizza incontri di cinema per gli appassionati, studia cinema per la ricerca, parla di cinema per gli amici sui social, vede cinema per il bene di se stesso e dei suoi cari. Farebbe fatica anche senza musica, libri e sport, ma senza il cinema... proprio no, grazie. 
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