La bataille de Solférino di Justine Triet

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Su Rete4 alle ore 16:30.

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Un ricordo di Emir Kusturica e di un equivoco lungo un festival e oltre.

La citazione

«Se una rana avesse le ali non sbatterebbe tante volte il culo per terra (John McCabe)»

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Emanuela Martini

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Scanners pubblicato su FilmTv 38/2014

La bataille de Solférino


Regia di Justine Triet

Uno dei migliori film attualmente nelle sale è Alice e il sindaco, mentre purtroppo è rimasto inedito in Italia La bataille de Solférino, di una cineasta brava ma da noi poco nota come Justine Triet, di soli sette anni fa. Ne riproponiamo la recensione perché i due film in qualche modo si parlano, sono complementari.

Solférino (rue de) è come per noi italiani Botteghe oscure. Troneggia la sede del Partito socialista francese, e la battaglia del titolo è quella che si è finito di combattere il 6 maggio 2012, quando Hollande ha invertito la tendenza che da anni vedeva un presidente gollista all’Eliseo, sconfiggendo Sarkozy al secondo turno delle presidenziali. Con il senno di poi, mentre si assiste al declino del socialismo francese e al tracollo nei sondaggi del suo alfiere contemporaneo, pare proprio una vittoria di Pirro. Ma allora la lotta fu tenace, e l’esito esaltante per quella fetta di paese che sperava di avere voltato pagina. Cosa c’entra questo con il film opera prima di finzione di Justine Triet? Poco o niente. Le elezioni, il trionfo, la piazza festante, la polizia che briga per mantenere l’ordine, i casseur, sono solo lo sfondo di una storia complicata ma intima. Quella di una giornalista televisiva (Lætitia Dosch), mandata a coprire l’evento, e del suo scapigliato ex marito Vincent (Vincent Macaigne, vedi focus). Dopo l’ennesimo litigio sull’affido dei figli, lui decide che li vuole vedere proprio quando si decreteranno le sorti della Repubblica, nonostante le evidenti difficoltà della ex moglie. Vincent è insicuro, aggressivo, non rassegnato: non stupisce che sia una donna a raccontare la storia di un’altra donna, realizzata ma incasinata, e dei suoi problemi con un uomo così, che forse rimanda a un campione statistico ampio. In questa relazione sta anche la criticità del film, un po’ schematico nella descrizione dei due caratteri, e certamente ambizioso nel voler legare una vicenda quotidiana ma comunque privata al destino di una nazione che evidentemente, nonostante il clima euforico del “dopo battaglia”, è disorientata e fragile più che mai. Il privato è politico, si diceva un tempo, e qui il vecchio slogan ha un senso. Justine Triet aveva già in precedenza realizzato un documentario “elettorale” e ha scelto di girare la parte centrale dell’opera proprio nella strada dei festeggiala scheda del film menti, con 10 mila comparse, un record assoluto per il cinema francese. Chapeau, perché nonostante qualche dubbio sul lavoro nel suo insieme, le scene in rue de Solférino dicono di una regista dal notevolissimo talento.

il Focus di questo numero: Vincent Macaigne

Classe 1978, Vincent Macaigne è ancora poco conosciuto fuori dai confini francesi, ma in patria è ormai tra i personaggi più famosi del cinema e del teatro. Nel 2013 i “Cahiers du Cinéma” l’hanno inserito in una lista di sicuri talenti, ed è proprio negli ultimi anni che ha spostato il proprio interesse dal teatro al grande schermo. Nel 2011 con il mediometraggio Ce qu’il restera de nous vince il Grand Prix del Festival del cortometraggio di Clermont-Ferrand. Firma regia, sceneggiatura e fotografia, protagonisti due attori della sua compagnia teatrale, Thibault Lacroix e Anthony Paliotti, fratelli nel film alle prese con la scomparsa di un padre che al primo ha lasciato tutto e al secondo niente. Macaigne però diventa una celebrità come attore, grazie a titoli come La fille du 14 juilliet, opera prima di Antonin Peretjatko presentata alla Quinzaine di Cannes nel 2013, o Tonnerre di Guillaume Brac che invece era a Locarno lo stesso anno. In questo film interpreta una star (decaduta) di rock elettronico in visita al padre nel paese natale nel nord ovest della Francia, ed è curioso che riprenda un ruolo simile in Eden di Mia Hansen-Løve, dedicato alla scena garage-dance di anni 90 (quella dei Daft Punk, per intenderci), di prossima uscita. 2 automnes 3 hivers di Sébastien Betbeder e La bataille de Solférino di Justine Triet, visti l’anno scorso al Torino Film Festival, lo consacrano come uno dei volti più significativi del nuovo cinema francese. 

Mauro Gervasini

La bataille de Solférino (2013)
Titolo originale: La bataille de Solférino
Regia: Justine Triet
Genere: Drammatico - Produzione: Francia - Durata: 94'
Cast: Laetitia Dosch, Vincent Macaigne, Arthur Harari, Virgil Vernier, Marc-Antoine Vaugeois, Jeane Ara-Bellanger, Liv Harari, Émilie Brisavoine, Vatsana Sedone, Colin Ledoux

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Mauro Gervasini

Firma storica di Film Tv, che ha diretto dal 2013 al 2017, è consulente selezionatore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e insegna Forme e linguaggi del cinema di genere all'Università degli studi dell'Insubria. Autore di Cuore e acciaio - Le arti marziali al cinema (2019) e della prima monografia italiana dedicata al polar (Cinema poliziesco francese, 2003), ha pubblicato vari saggi in libri collettivi, in particolare su cinema francese e di genere.

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