100 anni di Alberto Sordi

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Mauro Gervasini dice che Il buono, il brutto e il cattivo è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 21:10.

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Non è più possibile parlare d'arte escludendo la scienza e la tecnologia. Non è più possibile analizzare i fenomeni fisici escludendo le realtà metafisiche. (Gene Youngblood)»

scelta da
Simone Arcagni

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Servizio pubblicato su FilmTv 25/2020

100 anni di Alberto Sordi


Il 15 giugno 2020 Alberto Sordi avrebbe compiuto 100 anni: dopo tutto questo tempo, ancora non riusciamo a smettere di ridere dei suoi personaggi e di domandarci il perché.

Pier Paolo Pasolini diceva che dei personaggi di Sordi ridiamo solo noi italiani. Perché solo noi conosciamo il nostro “pollo”. Ridiamo e usciamo dal cinema vergognandoci di aver riso. Perché abbiamo riso sulla nostra viltà. Sul nostro qualunquismo. Sul nostro infantilismo. Io non so se è proprio così. Io credo che la grandezza di Sordi sia stata quella di aver saputo cogliere non solo alcuni tratti tipici del carattere degli italiani, ma anche alcune attitudini non proprio lodevoli dell’antropologia umana. Per quanto mostruosi siano i suoi personaggi, l’atteggiamento con cui Sordi li rappresenta li lascia sempre lì, in sospeso, in equilibrio fra un vigile e sarcastico criticismo e un’indulgente e bonaria comprensione. In questo sta la sua grandezza: nel suo essere l’ultimo erede contemporaneo di una cultura teatrale antichissima, che risale alle maschere plautine e arriva alla tradizione vernacolare novecentesca passando per la commedia dell’arte e per i sonetti di Giuseppe Gioachino Belli. Ed è una tradizione che irride senza mai abbandonarsi a fanatismi e giustizialismi, ma cercando piuttosto di capire ciò che mette alla berlina: quand’anche il personaggio appare cinico in un dato contesto narrativo, Sordi lascia sempre intravedere una sua posizione antropologicamente comprensiva. Lui stesso ribadisce con forza il rifiuto di essere confuso con i suoi personaggi in un’intervista rilasciata intorno alla metà degli anni 90: «Non li ho amati neanche io, quei personaggi... Ma non capisco questa accusa: io, con quelli lì, non c’entro niente, non ho mai interpretato me stesso, tra me e loro c’è soltanto un rapporto breve, temporaneo. Faccio l’attore, io». Solo un grande attore, in effetti, poteva dar corpo e voce, volto e gesti al personaggio del giovane vigliacco, approfittatore, indolente e scansafatiche, infantile e qualunquista che molti hanno poi interpretato come ritratto impagabile dell’italiano medio, colto nei suoi tanti vizi e nelle sue poche virtù. Ma Sordi non è solo questo. Sordi si maschera. Sordi si traveste. Sordi si concede. Sordi si lascia plasmare dagli umori del tempo, e li restituisce sullo schermo. In alcuni personaggi la sua maschera trova un riscatto: il caso più emblematico è nel capolavoro di Mario Monicelli La grande guerra, Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 1959 ex aequo con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini. Qui, dopo aver incarnato per tutto il film il tipo umano dell’imboscato, del codardo, del vile, del vigliacco, il suo personaggio - il romano Oreste Jacovacci, insieme e accanto al suo compare lombardo Giovanni Busacca, interpretato da Vittorio Gassman - ritrova uno scatto d’orgoglio e sceglie di finire davanti al plotone d’esecuzione piuttosto che tradire i propri compagni. Non è un caso isolato: i finali di film come Tutti a casa (1960) di Luigi Comencini o Una vita difficile (1961) di Dino Risi, con lui che trova la morte imbracciando le armi contro i nazisti, o prende a schiaffi il commendatore simbolo del benessere rampante dell’Italia del Boom, sono esempi indimenticabili di un’italianità che alla resa dei conti è molto meno opportunista e servile di quanto sembri, e trova un suo coerente e dignitoso codice d’onore. Ma c’è un personaggio che mi piace ricordare per concludere questa breve riflessione: è il protagonista di Il tassinaro (1983), dove Albertone dà vita a un tipico canonico ed emblematico tassista di Roma. Flemmatico, scorbutico, un po’ lunatico, carica sul suo taxi i personaggi più disparati, li scorrazza avanti e indietro per l’Urbe, e intanto dà sfogo al suo incontenibile e torrenziale desiderio di parlare. A un certo punto carica a bordo nientemeno che Federico Fellini, suo coetaneo (sono nati entrambi nel 1920) e suo mentore a inizio carriera. Non appena riconosce il Maestro, il tassinaro di Sordi inserisce nell’autoradio una cassetta con le musiche di Nino Rota e poi si abbandona a una lettura strepitosa del cinema di Fellini, evocando - dice - quelle scene fantastiche piene di trippone, di chiappone, di zinnone, di bucine, e poi di preti sdentati, di monache cappellone, di cavallerizze, di cardinali, di clown, di pagliacci col fischietto e di vecchi che si perdono nella nebbia.
Fellini lo ascolta divertito e un po’ sorpreso e poi gli risponde: «Ma solo questo lei vede nei miei film?». È una battuta straordinaria, che ci interroga su ciò che davvero vediamo quando andiamo al cinema e quando vediamo un film. Ed è una battuta che ci induce a chiederci cosa abbiamo visto noi italiani nei personaggi di Sordi. E perché abbiamo riso. È stato un riso di identificazione o di distanziamento? Abbiamo riso perché ci siamo sentiti come lui, o per allontanare da noi la paura di essere come lui? Quel che è certo, è che lo abbiamo sentito vicino anche quando non ci siamo identificati con i personaggi a cui ha dato vita. Come ha detto una volta Mario Monicelli, Sordi ha avuto il merito di essere l’unico comico al mondo a divertire milioni di persone mettendo in scena personaggi sostanzialmente negativi: un atto di coraggio alquanto raro che merita ancora oggi la nostra stima, la nostra riconoscenza e il nostro affetto.

  • Buffone malinconico

    Alberto Sordi visto attraverso gli occhi della critica, ieri e oggi.

    Talvolta il meccanismo usa-e-getta degli anniversari pur serve come utile promemoria: sapere che Sordi e Fellini erano coetanei, quando giravano insieme alcuni dei migliori film di entrambi, non è irrilevante. Ma un’ulteriore coincidenza rischia di passare inosservata: nello stesso 1920 nacque il critico Tino Ranieri, che nel 1956 pubblicherà il primo libro su Sordi, uscito per l’effimera collana (solo 9 titoli) Tascabile del cinema, co-curata da Tullio Kezich per la milanese Sedit. Come Kezich e Cosulich anche Ranieri era triestino, ma per loro fu una sorta di fratello maggiore: in lui scoprirono la passione cinematografica celata in un oscuro impiegato del comune di Trieste. Kezich lo attrasse nelle sue imprese editoriali e produttive a Milano, ma Ranieri vi si abbandonò senza piena convinzione, e meglio poi accolse il coinvolgimento del critico del PCI Ugo Casiraghi, che diventerà l’amico di una vita.
    Sembra esserci poco in comune tra il fondo malinconico di Ranieri, la cui vita sarà troncata da un galoppante diabete, e gli scatenamenti comici di Sordi. Ma quella malinconia (Ranieri non scrive con gli innesti di umorismo di Kezich e Cosulich) è forse il miglior specchio di quello che diventerà il Sordi della vecchiaia, ingiustamente trascurato anche da molti ammiratori, che poco amano le sue “velleità” registiche. Rispetto alle quali dirò che, anche non vi fosse un capolavoro come Il comune senso del pudore, svelano non solo l’intima natura di Sordi, ma il più generale rapporto col cinema, tra generosità e sottrarsi, dei massimi comici italiani (cui dopo l’olimpico Totò aggiungerei a Sordi, Chiari e Tognazzi, lasciando invece perdere l’infelice categoria dei colonnelli).
    Nel primo libro su Sordi, in attesa delle più tarde summe di Claudio G. Fava e Alberto Anile (e del magnifico sguardo trasversale di Tatti Sanguineti via Rodolfo Sonego), emergono dalla penna di Ranieri alcune grandi intuizioni: lo spostamento dalla maschera petroliniana (eppur non poteva sapere che qualche anno dopo Sordi avrebbe sovrapposto, in Gastone, la propria maschera su quelle di Ettore Petrolini e Mario Bonnard) a quella di ricreatore di echi americani, dalla voce di Oliver Hardy alle citazioni moltiplicate da Steno in Un americano a Roma. E qui Ranieri proietta anche la sua futura prolifica attività di scrittore western per ragazzi per l’editrice AMZ (l’abbiamo bibliografata nel catalogo di I mille occhi del 2013) che per lui, nato Costantino Krainer, prima che Salgari richiama Karl May, o meglio Charles Sealsfield e Luis Trenker. Perché Sordi, che entrò nel cinema mascherato da leone in Il feroce Saladino del citato Bonnard e in Scipione l’Africano di Gallone è più invisibile dei famigerati orologi ai polsi, non può che sollecitare tutti noi a proiettarci sulla sua immagine. Non è un caso che il suo libro più amato fosse Le avventure di Pinocchio di Collodi, vortice di maschere en abyme.
    Dato che a Ranieri invece sfugge l’importanza dei film sordiani di Giorgio Bianchi, voglio qui sottolinearla io. Che testimonierò di un’altra maschera: mio padre, che m’introdusse spettatore bambino al western e al comico (mentre devo a mia madre l’ossessione primaria per il mélo) era quasi un sosia di Alberto Sordi, e vedendo Sordi su schermo mi si sottolineava nella forza comica dell’attore la dimensione malinconica della figura paterna. E soffrii poi molto nell’adolescenza quando il mio migliore amico di allora, con cui vedevo molti film, pur essendo uno spettatore acuto detestava Sordi nelle sue ostentate goffaggini, e sembrava non accorgersi di come la forza comica le rendesse sublimi.
    Sarò apparso autoreferenziale, ma credo di aver in realtà raccolto il geniale invito di Sordi a proiettarci su di lui (come già Tino Ranieri seppe fare). Nell’attesa di rivedere presto quel suo massimo capolavoro maledetto che è Il diavolo di Gian Luigi Polidoro scritto da Sonego.

    Sergio M. Grmek Germani
  • Il comico del disordine

    Prima di ogni altra cosa, la traiettoria cinematografica di Alberto Sordi è la contemplazione del disordine. È la testimonianza d’una situazione caotica nel nostro cinema commerciale spiegata attraverso un attore che ne costituisce, in questo momento, uno dei personaggi più rappresentativi, più nevralgici.
    Prende forma cinematografica in Un americano a Roma un nuovo tipo di vitellone proletario, non meno reale nelle sue debolezze e nei suoi tic esuberanti degli azzimati perdigiorno provinciali di Fellini. È il giovanottone che crede al mito dei film americani, legge le riviste d’igiene muscolare e i fumetti, tormenta i ritornelli di Bing Crosby e la domenica, su un’ornata motocicletta, vola sulle strade di campagna con qualche domestica abruzzese, sognandosi sceriffo del Kansas, o meglio, come ripete nel suo formidabile gergo, «del Kansas City».
    Nei motteggi, nei ripensamenti, nelle sottolineature mimiche una specie di giovane Petrolini del mezzo secolo, a cavallo della sua moto e dei suoi scintillanti “sogni proibiti”. Ed ecco così riuniti due richiami in apparenza stridenti e contrastanti, ma che si plasmano sempre meglio sull’evoluzione del nostro personaggio. Da un lato la comicità corposa, geniale, di vecchio ceppo che scende da “Giggi er bullo” e da tutta una tradizione latina di maschere dialettali, fino alle ultime deformazioni del surrealismo romanesco. Dall’altro lato, l’esasperazione del motivo mitologico d’indole prettamente cinematografica, il passo della generazione dei comics. Vediamolo percorrere di notte le vie deserte, dopo l’ultimo spettacolo e l’ultima nocciolina, a passo di gangster con il monologo smozzicato che ha appena finito d’imparare dai suoi diletti eroi: Nando, sognatore solitario, non ha risveglio, quindi non avrà delusioni.
    Anche Cinecittà è un poco tutte queste cose. Mettendo ordine, finalmente, nell’identità più profonda del suo redditizio figliolo, il cinema italiano potrebbe in pari tempo trovarsi - e sarebbe anche questo salutare - brutalmente di fronte a se stesso.

    Tino Ranieri

I 10 migliori Sordi secondo Emanuela Martini

A cura di Emanuela Martini

  • Una vita difficile

    Quintessenza dell’italiano medio a cavallo tra i 50 e i 60: Magnozzi Silvio, imboscato ma non troppo, poi idealista, marito pasticcione, portaborse servile, capace di clamoroso riscatto con ceffone. Il suo personaggio più completo e uno dei migliori film di Risi, ancora pieno di grinta e di attualità.
    In dvd

  • I vitelloni

    La cialtroneria e la malinconia. Fellini coglie subito le due facce di Sordi e con il personaggio di Alberto gli regala scene indimenticabili: non tanto quella del gesto dell’ombrello ai lavoratori, quanto quella del mambo con Fabrizi in mezzo alla strada e la lunga, amarissima sequenza del veglione.

  • La grande guerra

    Un milanese e un romano nella fangosa e miserabile guerra di trincea del 1915- 1918: Gassman e Sordi danno voce, corpo, sorrisi, paura e dolore al bell’affresco antiretorico e antieroico di Monicelli. Molto umano e pietoso: Sordi fa la controvoce, in sordina, del Mattatore, e si aggiudica un finale da brivido.
    In dvd

  • Mafioso

    Il Sordi che non ti aspetti, scattante e moderno poi pigro e atavico, perplesso, mai sopra le righe, preso nella rete dei favori e del sangue. Si ride poco e amaramente, il tempo rapido del racconto coglie di sorpresa noi e il protagonista. Il finale agghiaccia. Ferreri e Azcona tra gli sceneggiatori.
    In dvd

  • Piccola posta
  • Il vedovo

    Già quasi una commedia “all’italiana”, molto comica, ma anche velenosa e nera. Tra nobili decaduti e borghesi arricchiti, uno sguardo cattivo alla Milano degli affari e alle trame del marito “Cretinetti”, spiantato e donnaiolo. Sordi è perfetto e tanto maldestro che si fa il tifo per lui.

  • Lo scopone scientifico

    Lotta di classe intorno al tavolo da gioco: una miliardaria americana e il suo ubbidiente cavalier servente sfidano a scopone una volta all’anno una coppia proletaria romana. Davis e Cotten contro Mangano e Sordi, che è dimesso, disperato, sottotono, vittima designata del dolente gioco al massacro.
    In dvd

  • Un giorno in pretura

    Mericoni Nando, l’americano che nuota nudo e finisce davanti al giudice: parodia tanto azzeccata da fare il bis (Un americano a Roma). Uno dei tanti geniali sketch sordiani: il “dentone” di I complessi, lo zoppetto di Brevi amori a Palma di Majorca, il mercante di bambini di Il giudizio universale

  • Il boom

    Il miracolo economico dei borghesi rampanti, tra accenni di dolce vita e commerci innominabili: frenetico e patetico, Sordi si vende un occhio per restare a galla e conservare una moglie viziata. La satira acida di De Sica e Zavattini sfiora l’assurdo e precorre i tempi. Sottovalutato all’epoca.
    In dvd

  • La più bella serata della mia vita

    Film insolito, a tratti sgradevole, da La panne di Dürrenmatt, un apologo nero, dove Scola cuce addosso a Sordi uno dei suoi personaggi più laidi: trafficone, piacione, pimpante, del tutto incapace di coscienza morale. E lui tiene testa a mostri sacri come Michel Simon, Charles Vanel e Pierre Brasseur. 


Gianni Canova

Archeologo del visuale e entomologo dell'immaginario, di giorno insegna cinema all'Università (la IULM di Milano), di notte si traveste da Cinemaniaco e vagola sui canali di Sky Cinema cercando di contagiare chi lo vede con le sue insane passioni. In passato ha fatto anche il critico cinematografico, colpa che non ha ancora smesso di espiare. Politicamente totoista, adora i film di Douglas Sirk, di Valerio Zurlini e di Antonio Pietrangeli. La sua attrice preferita è Eleonora Rossi Drago. Ha una sincera e gaudente pietà per chi non riesce a godere di un film di Sorrentino.

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