John Carpenter

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Cinema e potere, un rapporto intricato e complesso. Ve ne parliamo su FilmTv n° 50 in uno speciale. Qui trovate la recensione della prima stagione di The Crown​, una delle serie citate nello speciale.

La citazione

«Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo. (Arthur Schopenhauer)»

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Simone Arcagni

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Servizio pubblicato su FilmTv 07/2015

John Carpenter


In occasione dell’uscita dell'album Lost Themes (2015), abbiamo ripercorso la carriera di John Carpenter, artista da sempre in equilibrio tra immagini e suoni. Riproponiamo il servizio per celebrare i suoi 70 anni...

Suono e immagine, vista e udito: il cinema è l’arte della confluenza tra due sensi esposti e ricettivi, continuamente chiamati ad accogliere e introiettare significanti di due pratiche così distanti, eppur così vicine all’interno di singoli fotogrammi. Sulla scorta di questa considerazione, viene automatico individuare l’autorialità di un cineasta come John Carpenter, che per oltre 30 anni è stato demiurgo tanto di messe in scena claustrofobiche e opprimenti, quanto di tappeti sonori al sintetizzatore capaci di porsi come correlativo uditivo alle storie da lui stesso impaginate, fatta eccezione soltanto per La cosa (ma le partiture di Morricone sono quanto di più carpenteriano si potesse concepire), Starman e per i “commissionati” Avventure di un uomo invisibile e The Ward - Il reparto. È quantomeno curioso che una tale coerenza progettuale sia nata da un talento all’apparenza così restio all’investimento emotivo e così propenso al flusso istintuale nel concepire l’atto del creare. Carpenter ha sempre fatto cinema senza porsi troppe domande, eppure la maggior parte dei suoi titoli parrebbero frutto di prolungati e consapevoli studi della materia sociale, politica, inconscia, psicoanalitica. Prendiamo un film come Halloween, per esempio: a ogni espediente di regia finalizzato alla creazione di terrore (dalla sottrazione della visione del “mostro” alle sue soggettive in avvicinamento, dalle finte soggettive di spaesamento alla moltiplicazione dei piani prospettici dell’oscurità in interni), corrisponde una suggestione sonora, una vibrazione o un motivo ricorrente da associare a una pratica visiva che si ripete, mentre in filigrana si intravedono linee teoriche capaci di collegare traumi individuali a ferite sociali, instabilità domestiche a incertezze istituzionali. Immagine e suono si tengono per mano ed è grazie alla loro unione così rigorosa e determinata che l’opera sposta per sempre gli equilibri del thriller. Dopo Halloween - La notte delle streghe, ogni slasher americano tenterà un percorso simile, sbattendo contro il muro delle evidenze: a due teste pensanti corrispondono quasi sempre due creazioni più o meno discordanti. Sono testi complessi, quelli architettati dal profeta del western/sci-fi che aveva iniziato citando Kubrick in Dark Star e urbanizzando Un dollaro d’onore di Howard Hawks in Distretto 13 - Le brigate della morte. La confezione da B movie, l’ultraviolenza, il sound design sintetico e l’adozione dei generi come involucri di senso hanno spesso tratto in inganno lo spettatore, indotto a considerare i film di Carpenter alla stregua di prodotti per un consumo audiovisivo di superficie. In realtà, dietro ogni porta tematica aperta dall’autore si sono sempre spalancati i cancelli di una contemporaneità indagata nei suoi sintomi disfunzionali. Opere quali The Fog, Il signore del male ed Essi vivono ci hanno ricordato quanto, anche (persino) negli anni 80, la fantascienza e l’horror siano stati i generi più teorici e abissali della settima arte, quei luoghi in cui l’autore ha sperimentato liberamente meccanismi simbolici destinati a non avere tempo e a tornare, puntuali, nella nostra attualità con inalterata valenza paradigmatica. Gli Stati Uniti come interlocutore preferenziale, l’anticapitalismo come bussola ideologica, l’eresia come effetto collaterale dovuto alla sovraesposizione a un clero compromesso e a un positivismo che ha aperto la strada alle cose da un altro mondo. E poi i volti fidati di Jamie Lee Curtis e Kurt Russell, la predilezione per i paesaggi urbani spogli (desolati, come le lande del far west) e per gli interni opprimenti, per i microcosmi umani nei quali individuare le asimmetrie, sempre alla ricerca delle cose da un altro mondo. Troppe costanti, per potere prescindere da un programma. Troppa compattezza, per non averci pensato prima. Troppa genialità, per poterne ammettere l’istinto raziocinante.

Lost Themes II - Da ascoltare

 

  • Suoni perduti

    Dal 2001 a oggi ha girato un solo lungometraggio (il discusso e ignorato The Ward - Il reparto), ma a 67 anni John Carpenter non ha perso la voglia di scherzare con il proprio mito. Noto per essere uno dei pochi registi che ha scritto ed eseguito le musiche della maggior parte dei suoi film, Carpenter è infatti visto da molti anche come un piccolo genio non riconosciuto della musica elettronica. Esiste già una bella raccolta (edita dalla Silva America nel 1992) che si intitola Halloween: The Best of John Carpenter e racchiude tutte le sue più celebri colonne sonore (The FogDark Star1997: Fuga da New York e tante altre), ma Lost Themes (Sacred Bones), disco edito a sorpresa in questo inizio 2015, è un’operazione diversa. Sono inediti, scritti e suonati dal vecchio John assieme al figlio Cody (musicista professionista, nella band dei Ludrium) e il chitarrista Daniel Davies, leader degli Year Long Disaster (e figlio di Dave Davies dei Kinks), tutti rigorosamente strumentali, ma con titoli eloquentissimi come VortexMysteryAbyssPurgatoryNight e via dicendo. E sono esattamente come ve li aspettate, con un sound che potrebbe essere ancora quello di un qualsiasi horror score dei primi anni 80, immersi in un’orgia di sintetizzatori e drum machine con contrappunti di piano e chitarra elettrica, con tutti gli inevitabili rimandi ai Goblin e a Mike Oldfield. Il denominatore comune di questi nove brani è la paura e la tensione di un film inesistente, che si materializza nella sua e nella nostra testa all’ascolto. E al di là della curiosità per cinefili, l’ascolto è suggestivo e intrigante, per quanto completamente fuori dal tempo. Presentando l’album, Carpenter ha sottolineato la giocosità del progetto, quasi abbia timore che lo si pigli davvero per un musicista, ma ha anche detto che spera che queste musiche possano ispirare qualche nuovo film di un giovane regista. Come dire che lui ha già dato, ma visto che nessuno prova più a osare tanto, deve ancora una volta fare tutto lui.

    Nicola Gervasini

Filmografia completa

A cura di Claudio Bartolini

  • Dark Star

    Sci-fi, capitolo 1. Ovvero: come imparare a non preoccuparsi e a parlare alla bomba. Espandendo il suo saggio di fine corso, Carpenter manipola Kubrick e Beckett nelle gozzoviglie di quattro astronauti alle prese con una grottesca missione di distruzione. Teorico e scanzonato: un esordio folgorante. 

  • Distretto 13 - Le brigate della morte

    United States, capitolo 1. Catalizzatore di tensioni sociali insostenibili, il distretto 13 del ghetto di Los Angeles è il luogo ideale in cui estremizzare la dicotomia ordine/caos. Poliziotti (e carcerati: il caos è anche dentro) vs gang: il nemico è quasi invisibile, la violenza scioccante. 

  • Procedura ossessiva

    Tv movie, capitolo 1. È il laboratorio nel quale sperimentare il thriller che verrà. Hitchcock come nume tutelare (il nucleo tematico sul voyeurismo), la suspense come finalità ultima di messa in quadro. Per anni considerato invisibile e solo nel 2007 uscito in home video, è conosciuto anche con il titolo Procedura ossessiva

  • Halloween - La notte delle streghe

    Thriller, capitolo 1. L’atto di fondazione dello slasher Usa, paradigma a cui gli anni 80 e 90 faranno riferimento. Tra omaggi a Psyco, Il pianeta proibito e La cosa da un altro mondo, nasce Michael Myers, concrezione degli incubi di una nazione nelle cui case violabili, ora, si uccide. 

  • Elvis il re del rock

    Tv movie, capitolo 2. Girato per i piccoli schermi americani, ma approdato nelle sale di alcuni paesi tra cui l’Italia, segna l’inizio della collaborazione con Kurt Russell. Elvis, il cui ultimo personaggio interpretato per il cinema si chiamava proprio John Carpenter, è spogliato di ogni vizio in un biopic alimentare. 

  • Fog

    United States, capitolo 2. La nebbia assassina circonda San Antonio Bay e la inchioda alle sue colpe. I padri fondatori hanno le mani sporche di sangue, ma le vittime tornano a esigere un tributo di morte. Seduta horror di autocoscienza Usa tra memoria, radici ed espiazione. 

  • 1997: Fuga da New York

    United States, capitolo 3. Kurt Russell diventa icona grazie a Snake Plissken, condannato a salvare il presidente in una Manhattan mutata in penitenziario. Aggiornamento action delle anarchie di Distretto 13, tra Pazzi invisibili, critiche al potere e sguardi a Romero: vero cult. 

  • La cosa

    Apocalisse, capitolo 1. Carpenter apre la Trilogia dell’Apocalisse con un testo teorico claustrofobico e dall’inaudita violenza splatter. L’alieno colonizza l’uomo, assumendone connotati e identità. I nemici, ormai, siamo noi stessi e ciò che ci ha cambiati per sempre.

  • Christine - La macchina infernale

    Capitalismo, capitolo 1. Adattando il libro di King, Carpenter riflette le disfunzioni del prodotto capitalista. Da oggetto del desiderio a macchina di morte: la rivolta della Plymouth Fury è anche quella di un sistema valoriale ormai fuori controllo.

  • Starman

    Sci-fi, capitolo 2. Per essere accettato, l’alieno deve rendersi simile all’uomo. Ma non basta, perché il diverso, anche quando pacifico, è perseguitato con la forza. La fantascienza incontra il road movie e il dramma sentimentale, senza perdere la potenza dei suoi sottotesti. Manuale per una teoria pacifista.

  • Grosso guaio a Chinatown

    Pastiche, capitolo 1. Avventura, horror, western e kung fu movie incrociano i loro destini a San Francisco. In libera uscita dalle oscurità opprimenti del suo cinema, il regista inonda la scena di coreografie e omaggi a Tsui Hark, dissacrando e parodiando archetipi. Flop ai botteghini, cult in home video. 

  • Il seme della follia

    Apocalisse, capitolo 3. La chiusura della Trilogia dell’Apocalisse palesa il debito lovecraftiano (tra narrazioni a flashback, omaggi e citazioni) e mette in abisso il rapporto tra creatore (lo scrittore) e creazione (i mondi inventati), spingendo al collasso gli argini che li separano.

  • Villaggio dei dannati

    United States, capitolo 4. Il sonno della ragione genera mostri, allevati dalle abitanti di un paese della California. Sono alieni o frutti delle sperimentazioni del governo? Non sarebbe stato meglio poter abortire? Rifacimento del film di Wolf Rilla (1960) in ottica America, oggi. 

  • Fuga da Los Angeles

    United States, capitolo 5. Ritorno a Snake Plissken, con qualche variazione: la colonia penale è Los Angeles e il nemico del governo è un sosia di Guevara. Film coreografico, ma spoglio dei sottotesti che avevano reso grande il primo atto. Puro intrattenimento. 

  • Vampires

    Pastiche, capitolo 3. Carpenter sabota il western dei fondatori (Ford e Hawks) con la forza iconografica dell’horror, viatico per la laicizzazione dello scontro tra Bene e Male. In una mostra della violenza cruda fino al fastidio, va in scena un manifesto di politica di genere.

  • Il signore del male

    Apocalisse, capitolo 2. Il secondo atto della Trilogia dell’Apocalisse è tra i testi più teorici dell’autore, che nella chiesa di San Godard approccia criticamente il potere secolare del clero e la scriteriata hybris scientifico/accademica. Lovecraft applaude, mentre all’esterno i senzatetto uccidono, guidati da Alice Cooper.

  • Essi vivono

    Capitalismo, capitolo 2. Opera attuale, oggi come allora. Gli inni al consumismo che il wrestler Roddy Piper legge oltre la facciata delle pubblicità sono il punto di innesto per una politica aliena che mira al controllo di uomini ormai privi di forza critica. Ma qualcuno, ancora, si ribella. Un saggio di sociologia dei consumi. 

  • Le avventure di un uomo invisibile

    Pastiche, capitolo 2. Realizzato su commissione, nasconde sotto i toni della commedia romantica a tinte fantasy un curioso sottotesto sulla visibilità come condizione identitaria indispensabile, in una società governata dal principio dell’apparire. Il resto è mera routine. 

  • Body Bags - Corpi estranei

    Tv movie, capitolo 3. In questo contenitore a episodi Carpenter presta il volto al medico legale della storia cornice e la macchina da presa al primo frammento (di tre): The Gas Station, incursione di maniera nel thriller alla Halloween con tanto di Wes Craven in un cameo. Poca originalità, molti brividi.

  • Fantasmi da Marte

    Pastiche, capitolo 4. Marte come il far west, con treni e villaggi da liberare. Fantascienza sparatutto, sì, ma anche raffinato sistema narrativo a flashback (con punti di vista) multipli e ritorno anabolizzato agli assedi di Distretto 13, dunque di Un dollaro d’onore.

  • Incubo mortale. Cigarette Burns

    Tv movie, capitolo 4. Ottavo episodio della prima stagione di Masters of Horror. Il potere coercitivo del cinema, il feticismo per la pellicola scomparsa, la cinefilia come deviazione pericolosa: un cult in miniatura, da rivedere 100 volte.  

  • Il seme del male

    Tv movie, capitolo 5. Quinto episodio della seconda stagione di Masters of Horror. Nel mostruoso parto di un demone ritornano le suggestioni di Villaggio dei dannati, incanalate su binari action e cooridnate di messa in scena fantasy. C’è un diavolo in noi. 

  • The Ward - Il reparto

    Thriller, capitolo 2. La violenza grafica è simile a quella del filone torture porn, l’angoscia slasher rivela un Carpenter per nulla arrugginito dalla lunga assenza dal grande schermo. Certo, il portato teorico non è granché, ma parliamo pur sempre di un film girato su commissione.

Articolo inserito in Speciale John Carpenter

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