This is Janis Joplin - Intervista esclusiva a Amy Berg

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Maria Sole Colombo dice che Zanna Bianca è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 17:00.

Parigi brucia. Bruciano centri del potere economico e politico. Bruciano simboli della Storia. Tutti insieme. Contemporaneamente. I primi minuti di Nocturama sono la complessa coreografia degli attentati, il pedinamento dei terroristi, il balletto preparatorio di giovani d’ogni classe ed etnia e di un’unica nazione. La Francia. Nei minuti prima del fuoco, il tempo non scorre linearmente: le ore sono scritte dalle sovraimpressioni. L’ambiente principale è un non-luogo: la metropolitana.

Scoprire che Umberto Lenzi ha scritto per FilmTv. Lo avreste mai pensato?

Chicago, Nairobi, Seul, Londra, Città del Messico, San Francisco, Berlino, Mumbai. Sono otto, sono collegati. Da recuperare senza porsi domande.

Nel 2010 usciva nelle sale Saw 3D, sottotitolo "Il capitolo finale". Il prossimo 31 ottobre, giusto per festeggiare degnamente Halloween, sarà distribuito Saw: Legacy , a dimostrazione che di "finale", in verità, non c'era nulla. La saga di Jigsaw continua, la ripercorriamo a ritroso in attesa del nuovo film...

C'è tutto un cinema che non passa per le sale ma che merita di essere visto, sostenuto, cercato. Due libri per voi che sono anche due inviti a guardare oltre.

La citazione

«Guardatevi da tutte le imprese che richiedono vestiti nuovi (H.D. Thoreau)»

scelta da
Carolina Crespi

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Servizio pubblicato su FilmTv 40/2015

This is Janis Joplin - Intervista esclusiva a Amy Berg


Dopo il passaggio fuori concorso a Venezia 72, uscì nelle sale italiane l’8 ottobre 2015 il documentario Janis, ritratto intimo e travolgente dell’inarrivabile voce soul. La regista Amy Berg ci racconta la genesi, la lavorazione e le scoperte inaspettate.

«La musica mi ha aiutato attraverso ogni esperienza dolorosa che ho vissuto e mi ha fatto diventare quella che sono. E la combinazione tra musica e cinema è sempre stata fondamentale per il mio lavoro, anche nei casi in cui a prima vista non si direbbe». In effetti a scorrere la filmografia di Amy Berg, 45 anni e una carriera quasi decennale nel documentario d’inchiesta, una nomination all’Oscar per il suo primo film Deliver Us from Evil e un’attenzione al racconto di storie drammatiche e d’abuso, la presenza di un doc musicale su un’iconica rock star anni 60 suona come una scelta lievemente inaspettata. Eppure Janis, presentato Fuori concorso a Venezia 72 e nelle sale italiane dall’8 ottobre 2015 (con Gianna Nannini a leggere le lettere della cantante; in originale è Cat Power), è un progetto intimo e personale.

Cosa l’ha spinta a voler realizzare un documentario sulla vita di Janis Joplin?
Come regista donna trovo importante portare sullo schermo figure femminili forti e imperfette. Le donne al cinema sono spesso rappresentate come vittime, o in ruoli subalterni, o ancora confinate in mondi inaccessibili. È cruciale che ci siano più donne dietro la mdp, ma anche che si raccontino personaggi femminili stratificati e complessi, come Janis Joplin.

Dunque il mondo dello spettacolo è ancora lontano dalla parità di genere...
È un discorso complicato. A Hollywood e nel sistema dei grossi studios c’è un’enorme sproporzione, ma nel mondo del documentario - quello in cui mi muovo - c’è molto più equilibrio. C’entra sicuramente la differenza di budget e di dinamiche produttive: il cinema indipendente è più libero e dunque meno discriminante.

Ha lavorato a Janis per tre anni. Ha scoperto qualcosa di inaspettato su Joplin?
C’è una distanza tra la sua immagine pubblica, quella che lei stessa si è costruita, e il suo privato: sul palco è forte, decisa, ha un atteggiamento da dura, mentre leggendo lettere e diari ci si accorge che in fondo continuava a sentirsi una ragazzina affamata di legittimazione da parte di compagni e famiglia. Scartabellando tra i suoi disegni - Janis era un’artista a tutto tondo - del periodo in cui viveva in Texas, si nota una sorta di ossessione verso la rappresentazione di belle ragazze magre e bionde: lei si sentiva l’esatto opposto, e quando è approdata a San Francisco, dove improvvisamente l’aspetto fisico non importava più a nessuno, è esplosa in tutta la sua bellezza.

Il film è denso di interviste a vecchi amici ed ex colleghi: ognuno sembra avere una spiegazione diversa del motivo per cui è diventata tossicodipendente.
Solo Janis avrebbe potuto - forse - spiegare se stessa. Per quanto mi riguarda, sono persuasa che sembrasse percepire sulla pelle tutto il dolore del mondo, come un fardello di cui non riusciva mai a liberarsi, se non quando dava tutta se stessa al pubblico.

È inevitabile, anche a questo proposito, un confronto tra il suo film e un altro doc recente su una grande voce scomparsa, Amy.
Non si possono ignorare le somiglianze tra Janis Joplin e Amy Winehouse, ma credo che i due film - il mio e quello di Asif Kapadia - rispecchino perfettamente soprattutto le loro differenze. Guardare le performance di Winehouse è assistere a una tragedia a orologeria; Janis, invece, adorava esibirsi, dal palco irradiava energia pura. Ed è anche questo che volevo celebrare con il mio film.

Parlare di Janis Joplin significa anche tratteggiare un periodo storico.
Gli anni 60 della rivoluzione controculturale nel nord della California sono stati un momento romantico, affascinante e irripetibile, soprattutto per i giovani. Ho intervistato persone che hanno vissuto quegli anni e sono tra le menti più brillanti che abbia mai incontrato: mescolavano politica e rock’n’roll e mi hanno aiutato a delineare lo sfondo del film.

Qual è stata la difficoltà maggiore nel raccontare Janis?
Ero terrorizzata all’idea di non renderle giustizia. Janis ha aperto una strada di liberazione per tutte noi, per essere chi vogliamo essere. E volevo rendergliene merito.

  • Little Girl Blue

    Un successo fulmineo e abbacinante, durato una manciata di anni eppure immortale: dal 1967 al 1970, Janis Joplin , nata nel conformista Texas e adottata dalla controcultura beat di San Francisco , pubblica quattro album e si consegna alla storia come una delle più grandi cantanti dell’epopea rock.

    «Wow». La scena è questa: è il 1967, Janis Joplin è sul palco del Monterey Pop Festival, intona Ball and Chain di Big Mama Thornton. Tra il pubblico, Mama Cass la segue con occhi e bocca spalancati, il fiato sospeso e alla fine prorompe distintamente nell’unico commento possibile: «Wow». Janis Lyn Joplin, nata nel cuore del Texas in una famiglia piccoloborghese, cresciuta tra compagni che la sfottono per l’aspetto fisico e la emarginano perché troppo anticonformista, fuggita tra gli hippy di San Francisco per la seconda volta dal 1963, ha 24 anni e quello è esattamente il momento in cui esplode il suo successo. Nel giro di una manciata di mesi da quell’esibizione, escono i primi due album dei Big Brother and the Holding Company (il secondo è lo splendido Cheap Thrills), formazione non eccelsa per cui Joplin scala vertiginose vette canore soul su sottofondo di rock psichedelico. La sua voce graffia brividi sulla pelle di chi l’ascolta, le canzoni raramente sono composizioni originali (bensì standard folk, brani iconici delle sue amate blueswomen, l’inarrivabile Summertime dei Gershwin), ma Janis le possiede come se sgorgassero dal profondo del suo essere e all’interno di esse si trasfigura, indossando le liriche come fa con gli occhiali sovradimensionati, gli abiti variopinti, i boa di piume, mentre urla «prenditi un pezzo del mio cuore» o sussurra «siediti lì, piccola ragazza triste, contati le dita, che altro hai da fare?». E nelle performance - che siano davanti alle telecamere del Dick Cavett Show o in live leggendari come quello al Winterland o alla veglia per Martin Luther King - si abbandona come in trance, raggiungendo una comunione con il pubblico che ci investe inalterata, a distanza di un cinquantennio, anche solo rivedendone oggi i filmati su YouTube. Canta come nessun altro, in un modo sporco, talvolta stonato, dolorosamente sincero e irripetibile; e, come nessun altro, è quello che ha sempre voluto essere e ha sempre pensato di non essere mai: semplicemente bellissima. Divampa in pochi anni, la meraviglia di questo talento struggente, cambiando band di supporto - nel 1969 pubblica I Got Dem Ol' Kozmic Blues Again Mama! con la Kozmic Blues Band, mentre Pearl, registrato con la Full Tilt Boogie Band, esce postumo, nel 1970 -, naufragando in amori fugaci e intensi per uomini e donne, nel Southern Comfort e nell’eroina. A Woodstock agguanta il microfono poco prima dell’alba, non si regge in piedi per la droga e la stanchezza ed è comunque straordinaria. Sgranando i titoli dei suoi pezzi - da A Woman Left Lonely a Get It While You Can, da I Need a Man to Love a Try (Just a Little Bit Harder) fino a quell’acuto distorto all’inizio di Cry Baby - sembra di leggere i capitoli della sua vita, o irreprensibili epitaffi. Ma il fatto è che vivo come Janis Lyn Joplin, morta a 27 anni di overdose in un motel di Los Angeles, 16 giorni dopo Jimi Hendrix, e buried alive in the blues, non c’è (stato) quasi nessuno.

    Alice Cucchetti

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Janis» Cinerama (n° 40/2015)

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