Outsider. Tutto il cinema di Verhoeven

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«Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo. (Arthur Schopenhauer)»

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Simone Arcagni

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Servizio pubblicato su FilmTv 19/2016

Outsider. Tutto il cinema di Verhoeven


Il cineasta olandese torna sul grande schermo con un thriller psicologico, Elle, interpretato da Isabelle Huppert. Ripercorriamo la sua carriera dagli esordi al "periodo americano", quello di blockbuster come Robocop, Atto di forzaBasic Instinct, che l'hanno reso celebre in tutto il mondo. Rilanciato nel 2006 dal successo di uno dei suoi migliori film "europei", Black Book, oggi Paul Verhoeven è considerato non soltanto tra i migliori registi in circolazione ma un vero e proprio sperimentatore di forme, capace di definire figure di donne e uomini complesse e estreme. Come disse Takashi Miike dopo avere visto Starship Troopers - Fanteria dello spazio: «Ha infranto qualsiasi regola!».

Secondo un vecchio adagio molto in voga nel mondo del vino, i migliori produttori non andrebbero mai giudicati nelle grandi annate, ma da come interpretano quelle estremamente negative. La metafora enologica è particolamente calzante e applicabile al cinema di Paul Verhoeven: autore vistoso, straripante, controverso, iconoclasta e grandioso, quasi sempre equivocato, considerato eccessivo e poco raffinato, eppure in grado di imprimere il suo sguardo, le sue ossessioni e il suo humour nero a qualsiasi storia, anche a quelle apparentemente più banali e deterministe. Basti pensare al completo stravolgimento che anima il progressivo disvelamento dei personaggi di Showgirls, agli “inaccettabili” pruriti sessuali invisibili di L’uomo senza ombra, o alla follia satirica di Starship Troopers - Fanteria dello spazio, che fece dire perfino a un deformatore seriale dell’immagine come Takashi Miike: «Guardando il film mi chiedevo come mai i produttori non avessero fermato Paul Verhoeven: ha infranto qualsiasi regola!» Sono dunque, questi, film minori? Certamente sono opere fraintese e sottostimate, che non hanno goduto dell’impatto sull’immaginario di RoboCop, Atto di forza o Basic Instinct (tutti titoli furiosamente stratificati, specie l’ultimo, che in superficie solletica il voyeurismo e l’edonismo dei primi anni 90, mentre sferra un attacco frontale all’America reaganiana, sotto forma di omaggio a La donna che visse due volte), ma fanno parte di un percorso unico, perfettamente coerente con la personalità di un magnifico outsider che è arrivato al cinema tardi, passando per la carriera militare e una gavetta da documentarista.

Una personalità imponente e un cinema irrorato da grande curiosità e spirito corrosivo, mai imbavagliato dalla retorica. Capace di animare di chiaroscuri e crudezze il naturalismo del suo periodo olandese, vissuto in simbiosi con Rutger Hauer, e successivamente di giocare con i generi, realizzando blockbuster applauditi da un pubblico spesso incapace di leggersi come il principale bersaglio delle rasoiate che alimentano la sua poetica. Che non è mai affossata dall’ideologia, appunto, qualunque essa sia e qualunque abbiano tentato di affibbiargli. Quantomeno, non è attraversata da impeti moralistici, o da un’idea monolitica del mondo: il suo sguardo sulle cose e sui protagonisti è acuto e ghignante, spesso sfuggente, sempre stimolante e alla ricerca dell’incontro tra opposti. Tra elementi conflittuali apparentemente inconciliabili. Ma il cinema di Verhoeven è, soprattutto, inarrestabile: sembra infatti privo di frontiere e di limiti (di linguaggio, di rappresentabilità, di genere sessuale) e la sua macchina da presa, vorticosa e invadente, affonda la sua lente, senza remore, nel sangue e nella carne (L’amore e il sangue è d’altronde il titolo di un suo film del 1985: ancora una volta un’opera solo apparentemente minore), quando non letteralmente negli orifizi o nei genitali. Un modo ossessivo di insinuarsi che presenta qualche interessante anologia con il percorso di David Cronenberg, senza la profondità teorica e filosofica del regista canadese, ma sempre alla ricerca della parte conflittuale e segreta di ognuno di noi. Solo così un racconto di formazione come Spetters - Spruzzi può diventare un’inconciliabile tragedia, un classico di Philip K. Dick (il racconto Ricordiamo per voi) può trasformarsi in quella riflessione sul doppio e sul corpo che è Atto di forza, o un potenziale inno alla libertà e all’attivismo politico come Soldato d’Orange può farsi fagocitare dalle inclinazioni dissonanti dei suoi personaggi. Tanto che la sua evoluzione, Black Book, è ancora un’opera inarrestabile, beffarda, ambigua e anticonformista, dove l’eroina partigiana si innamora di un nazista e finisce sommersa da una cascata di escrementi. Perché su tutto domina il rifiuto della logica cartesiana applicata ai sentimenti umani. 78 anni il 18 luglio, atteso a Cannes 2016 in Concorso con il thriller Elle, a quattro anni dall’inedito mediometraggio Tricked e a dieci anni proprio da Black Book, Verhoeven è il più importante regista della storia del cinema olandese. E tra i pochi europei capaci di non svendere la propria eccentricità al modello imperante a Hollywood, quanto piuttosto di codificare un nuovo equilibrio tra la scuola cinematografica del vecchio continente e il dinamismo narrativo di quella statunitense. Già lo sappiamo: alcuni adoreranno Elle, altri lo detesteranno, qualcuno dirà che è un film reazionario, ma nessuno lo comprenderà a pieno.

Filmografia essenziale Paul Verhoeven

A cura di Giulio Sangiorgio

  • Fiore di carne

    Eletto miglior film olandese del secolo: la parola amore esiste, ma non è della stessa sostanza di Love Story. Impetuosa e impietosa storia d’amore, tra piacere e malattia. Un naturalismo acre, brusco, sconcertante. Impudico, perché non nasconde ciò di cui siamo fatti: gode del godimento, si logora nel consumo dei corpi, piange mestissimo nel romanticismo luttuoso.

  • RoboCop

    Esordio hollywoodiano. Sbirro mediocre muore assassinato: lo fan resuscitare in corpo da cyborg, robot della legge. L’essere umano riaffiora tra il metallo: intorno gli uomini sono solo schifoso bestiame. Un bignami della nuova carne, una satira sulla società dello spettacolo. Occhio: in nuce c’è il film su Gesù Cristo che Verhoeven non è mai riuscito a fare.

  • Atto di forza

    Da un racconto breve di Philip K. Dick, un pastiche post-tutto: sci-fi caricaturale, sperpero di spettacolo, arte narrativa del depistaggio (come Il quarto uomo, come poi Tricked). L’incontro tra il cinema che si perde nelle immagini drogate, virtuali, eccessive e goderecce e il corpo di Schwarzy, che raramente è stato così carnale. 

  • Il quarto uomo

    Quel che era rimasto nelle pieghe del suo cinema precedente, qui si manifesta pienamente: Il quarto uomo è un film di genere. E una delle prime caricature hitchcockiane di Verhoeven, in cui le cose taciute e nascoste, le cose un tempo non mostrabili, le cose sognate e represse, sono in primo piano, lascive e sbigottenti, alla mercé disorientata di chi le ha sempre desiderate. 

  • Soldato d'Orange

    Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Erik Hazelhoff Roelfzema, un dramma storico sulla Resistenza olandese, e un film dal doppio segno: fatto di spettacolo parahollywoodiano e cinismo polemico, smercia sentimenti en grandeur, giocando d’accumulo, non vergognandosi di fare exploitation, e cerca sempre e comunque punti di crisi. 

  • Spruzzi - Spetters

    Moto da cross, sogni banali e desideri bassoventrali di un trio di giovani nella provincia olandese. Un luogo in cui l’umano si quantifica misurando, con un calibro, il proprio membro eretto. E in cui il quieto benessere borghese riassesta ogni desiderio aberrante. Ogni spruzzo. Verhoeven repelle, con pornorealismo, ogni sguardo moraleggiante, ogni insegnamento compito: lo accusano di misoginia e omofobia.

  • Basic Instinct

    Sharon Stone accavalla le gambe. Sotto il vestito niente. Probabile che questa scena, quella dell’interrogatorio, abbia consunto, a furia di still e play, milioni di VHS. Ma dietro lo scandaletto, la pruderie da tabloid, i centimentri di pelle e i ciuffi di pelo, c’è una sublime vertigo hitchcockiana, una mascherata che si prende gioco delle immagini di donna desiderate dall’uomo. Una liberazione. 

  • Showgirls

    In Eden di Mia Hansen-Løve, e quindi nei salotti dei giovani intellò degli anni 90, si litiga su questo film: o capodopera esaltante o risibile fallimento. Noi, da sempre, stiamo dalla parte di Verhoeven: uno che come Douglas Sirk fa film con il pattume, dona al pubblico l’eccesso di sesso & violenza che chiede, e sciorina immagini-merce, marcissime, su un mondo mercificato.

  • Black Book

    Dove finisce Soldato D’Orange, comincia Black Book, storia di un’ebrea che s’allea con la Resistenza olandese e s’innamora di un ufficiale nazista. Non c’è un partito preso che Verhoeven non metta in discussione, in questo mélo storico fuori misura, continuo gioco al rilancio, mattatoio del manicheismo in un inferno fiammingo ridente.

  • Starship Troopers - Fanteria dello spazio

    Tra Barbie e barbarie, in una distopia di plastica in cui i nemici sono insetti da schiacciare, si scatena la gioia del doppio segno: da un romanzetto sci-fi fascistissimo, una farsa mai liberatoria, uno spettacolo che gode delle stesse cose di cui si disgusta. Un baraccone? No, un film che accompagna l’intrattenimento guerrafondaio sino al trash, alla crisi, alla parodia, al controsenso.


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Adriano Aiello

Scrivo. Di cinema, cibo, vino e stanchezza esistenziale in metropolitana. Sarei potuto essere un intellettuale, ma fortunatamente nel 1993 uscì la prima edizione di Championship Manager. Sono tra i 7 più grandi giocatori della storia di Risiko.

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