Pietre dure - Intervista ai Glimmer Twins

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La citazione

«La televisione è meglio del cinema. Sai sempre dov'è la toilette. (Dino Risi)»

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Pedro Armocida

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Servizio pubblicato su FilmTv 06/2014

Pietre dure - Intervista ai Glimmer Twins


Mick Jagger e Keith Richards parlano a ruota libera della seconda (terza? quarta?) giovinezza dei Rolling Stones, ancora in tour, sempre con il tempo dalla loro parte.

Quando partirono per la loro prima tournée ufficiale (1963), i Rolling Stones pensavano che «sarebbe durata un giorno». Parola di Mick Jagger, che cinquant’anni dopo si è trovato in uno dei suoi posti preferiti, Hyde Park, a constatare che «il tempo procede a sbalzi. Ci sono giornate in cui nemmeno un’ora passa facilmente e decenni che mi sono sembrati un lampo, come se nemmeno li avessi vissuti davvero». È successo la scorsa estate, quando gli Stones hanno celebrato di fatto il loro cinquantesimo compleanno con due concerti nel cuore di Londra (il 6 e il 12 luglio 2014): concerti che sono diventati istantaneamente un film, Sweet Summer Sun, che ha fatto il giro del mondo al cinema (in Italia è inedito) e negli oramai implacabili supporti digitali, oltre che su dvd e Blu -ray. Da quello spunto, le due anime in perenne conflitto del gruppo, Mick Jagger e Keith Richards, hanno approfittato per raccontare cosa pensano del loro passato e del loro eventuale futuro.

TEMPO & RIVOLUZIONE
K.R.: Non esiste il tempo, esistono le cose che si fanno e le emozioni, che espandono i giorni e li raggrinziscono come una carta vecchia. Non mi sono mai chiesto se ero troppo giovane o troppo vecchio, ho semplicemente continuato a suonare come mi veniva, mentre qualcun altro si occupava di me. Appena gli Stones sono partiti, voglio dire, appena sono arrivati a essere considerati e seguiti un po’ da tutti, io mi sono tirato indietro. Ho lasciato il nostro primo manager, Andrew (Loog Oldham, ndr), e poi Mick, a gestire la macchina delle relazioni sociali. A me bastava fare a pugni ogni tanto, bere, far casino e suonare il blues.
M.J.: Essere la band più longeva del rock’n’roll non significa altro che aver fatto bene il proprio lavoro. Ho letto in una intervista a Ringo (Starr, ndr) che nei 60 i Beatles non facevano altro che registrare canzoni e incontrare giornalisti: una vita d’inferno. A noi non è andata meglio, inizialmente, ma poi abbiamo deciso che gli anni 60 sarebbero finiti senza avere il nostro scalpo. Mica era il caso di diventare delle macchine da soldi, cosa che già eravamo, se non li potevamo godere davvero. Mi ricordo che alla fine del ’68 decisi di stare un mese lontano dagli Stones, poi arrivò Keith con un paio di birre e due amiche e ci mettemmo a scrivere un pezzo, non mi ricordo quale. In quel periodo ci sono capitate moltissime cose, alcune drammatiche, altre bellissime: in qualche modo le abbiamo esorcizzate tutte nel concerto di Hyde Park del ’69. Adesso, 44 anni dopo, siamo tornati a dire grazie a quel luogo e a tutti quelli che ci hanno seguito.

SOLO ROCK’N’ROLL?
K.R.: Ci sono un sacco di documentari che ci riguardano, o in cui appariamo, dove sembriamo pazzi. Non rispondiamo alle domande dirette, facciamo gestacci... In una dico che se i poliziotti sono stati picchiati ai nostri concerti è perché se lo sono meritato. Mah. Il rock’n’roll è stato davvero irriverente: per gli americani gli inizi della rivoluzione sono stati i 50, per noi, in Inghilterra, il decennio successivo. A me era chiaro che stavo recitando a soggetto: ero un ragazzo innamorato del blues, con ancora molta strada da fare come musicista, a cui avevano dato una chitarra in mano e avevano detto «fai il cattivo, non suonare soltanto». Li ho presi alla lettera.
M.J.: L’ironia è alla base dei nostri pezzi migliori. Il rock’n’roll e il blues ci hanno portato fuori dalle nostre tristi vite, che si stavano componendo allora: insieme, grazie anche alle altre band, abbiamo scoperto che si poteva vivere di musica. Le prime volte è stato come ubriacarsi. Poi, abbiamo cominciato a pensare che la musica, in fondo, era una passione a cui dovevamo un po’ di rispetto. Così io e Keith abbiamo lavorato, sempre più duramente, sulle canzoni. Quando arrivammo a Beggars Banquet oramai lo sapevamo: stavamo diventando degli artisti, con una estetica (fa una smorfia, ndr), qualcosa da tenere alto, al di là delle nostre stronzate personali. È stata una svolta che ci ha portato a litigare sempre di più, ma a non pensare, alla fine, di mollare mai del tutto.

AMICIZIA
K.R.: Se mi chiedono chi è il mio migliore amico non rispondo, perché mi vergogno a dire «Mick».
M.J.: L’ultima cosa che Keith non mi ha perdonato è stata la mia nomina a Baronetto (Sir, in inglese: lo dice facendo un’altra smorfia, ndr). Ho sempre voluto essere accettato dai nobili, che male c’è? Lui sa che con quella brutta faccia non ha nessuna possibilità (risate di entrambi, ndr)

FUTURO
K.R.: Il futuro per gli Stones esiste, più di quanto possa esistere per me. Ma non chiedetemi di più.
M.J.: Come musicista porto avanti la curiosità, perché non so fare altro. Come membro dei Rolling Stones sono parte di un processo che prosegue, quasi indipendentemente dalla mia volontà. L’idea di suonare a Hyde Park nel 2013 non mi avrebbe mai sfiorato, se non fosse capitato che Martin (Scorsese, ndr), oramai un paio d’anni fa, mi avesse chiesto «ci sono posti che ritieni simbolici, per la band?». Così mi è venuto in mente che lì avevo detto addio a una parte della mia vita, un’era fa. Perché non ritornarci? Sul futuro non possiamo fare previsioni, ma non ci siamo ancora mandati definitivamente al diavolo, non so se mi spiego...

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