L’esilio del Re Lucertola

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Maria Sole Colombo dice che Zanna Bianca è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 17:00.

Parigi brucia. Bruciano centri del potere economico e politico. Bruciano simboli della Storia. Tutti insieme. Contemporaneamente. I primi minuti di Nocturama sono la complessa coreografia degli attentati, il pedinamento dei terroristi, il balletto preparatorio di giovani d’ogni classe ed etnia e di un’unica nazione. La Francia. Nei minuti prima del fuoco, il tempo non scorre linearmente: le ore sono scritte dalle sovraimpressioni. L’ambiente principale è un non-luogo: la metropolitana.

Scoprire che Umberto Lenzi ha scritto per FilmTv. Lo avreste mai pensato?

Chicago, Nairobi, Seul, Londra, Città del Messico, San Francisco, Berlino, Mumbai. Sono otto, sono collegati. Da recuperare senza porsi domande.

Nel 2010 usciva nelle sale Saw 3D, sottotitolo "Il capitolo finale". Il prossimo 31 ottobre, giusto per festeggiare degnamente Halloween, sarà distribuito Saw: Legacy , a dimostrazione che di "finale", in verità, non c'era nulla. La saga di Jigsaw continua, la ripercorriamo a ritroso in attesa del nuovo film...

C'è tutto un cinema che non passa per le sale ma che merita di essere visto, sostenuto, cercato. Due libri per voi che sono anche due inviti a guardare oltre.

La citazione

«Scrivere è anche non parlare (Marguerite Duras)»

scelta da
Marianna Cappi

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Servizio pubblicato su FilmTv 24/2011

L’esilio del Re Lucertola


Il 3 luglio 1971 moriva Jim Morrison, lasciando un vuoto incolmabile e suscitando mille sospetti sulla sua effettiva scomparsa. When You're Strange, rockumentary di Tom DiCillo uscito in sala nel giugno 2011 (e quasi contemporaneamente in dvd e in tv), insegue il fantasma del cantante, mito ormai eterno nell’iconografia del 20esimo secolo.

Secondo una mitologia sciamanica, il Re Lucertola cambia pelle prima di morire, nella speranza di scongiurare l’estinzione. Jim Morrison, il 3 luglio del 1971, ha cambiato pelle, è diventato vento e sussurra canzoni tra le foglie. Per i maniaci delle teorie del complotto, la sottocultura postmoderna secondo la quale Elvis è vivo e figuriamoci Bin Laden, il leader dei Doors si fa i fatti suoi in un anfratto sperduto del Wisconsin, un po’ come il Tucker Crowe del romanzo Tutta un’altra musica di Nick Hornby (edizioni Guanda). Anche When You’re Strange, rockumentary di Tom DiCillo, comincia con Morrison che ascolta la voce della radio mentre annuncia la sua morte dal cruscotto di un pick up, nell’eternità del Midwest. Poi la narrazione di Johnny Depp (Morgan nell’edizione italiana), “figlio” di un’altra rockstar (il pirata Keith Richards) entra nel midollo di una storia americana. Genesi e declino di James Douglas Morrison, il Re Lucertola, nato in Florida l’8 dicembre 1943 e morto a Parigi il 3 luglio 1971, ufficialmente per attacco cardiaco, ma chissà... A ventisette anni. La candela che arde più forte brucia in meno tempo, dice il poeta, e il giovane Jim, appassionato di Rimbaud, di poesia se ne intende. Lo stesso nome della band fondata insieme a tre amici, The Doors, è un omaggio a William Blake. Tutti i musicisti del combo sono intellettuali, nessuno ha pensato di campare di note solo per avere dinero a sufficienza per la droga e le fanciulle. Ray Manzarek, l’anima colta, viene dalla classica, ha un tocco unico e idee rivoluzionarie (tra le quali una ancora oggi stupefacente: fare a meno del basso). Robby Krieger studia chitarra flamenco, John Densmore viene dal free jazz, lo stesso Morrison studia cinema alla Ucla di Los Angeles e legge come un ossesso: da qui le liriche potenti, lisergiche, immaginifiche, destabilizzanti che affascinano fortemente Manzarek fino a influenzare il suo modo di comporre. Le prime canzoni vengono così, semplici come uno schioccar di dita, tanto che il disco d’esordio (The Doors) è registrato in soli cinque giorni con un normale apparecchio a quattro piste. Light My Fire apre a una miriade di successive hit, ma è The End a imporre lo stile di Jim Morrison e a procurargli parecchi casini. La canta una prima volta dal vivo in un locale della Città degli Angeli e viene subito sbattuto fuori. Del resto il testo è privo di sfumature: «Ammazza tuo padre e scopa tua madre». Così, senza eufemismi. Dice Johnny Depp che gli anni 60 sono cominciati con un colpo di pistola, mentre JFK sfila per le strade di Dallas. E sono finiti con una coltellata, aggiungiamo noi: quella che sporcherà di sangue il concerto dei Rolling Stones di Altamont, nel 1969, pochi mesi dopo Woodstock. I Doors non escono indenni dall’eclisse del Flower Power, dalla morte di Bobby Kennedy e dalla ventata conservatrice che spinge la recrudescenza sanguinaria della guerra del Vietnam. In un certo senso sono già una band post rock, perché Morrison scrive canzoni come solo Syd “Crazy Diamond” Barrett nell’emisfero opposto. Un misto di dannazione baudelairiana e ispirazione in acido. Ad avere le idee molto chiare sono Manzarek e Krieger (i due suonano insieme il prossimo 9 luglio al Pistoia Blues Festival). L’armata delle tenebre di Albione si è appropriata di un patrimonio musicale, e culturale, non proprio. Giù le mani dal jazz, dal blues e dal soul, generi ai quali questi giovani americani attingono a man bassa, con il giusto furore filologico. Quel che resta di Jim a quarant’anni dalla morte. Una tomba al Père Lachaise non lontana da quelle di Michel Petrucciani e Chopin (tra loro adiacenti), meta di infaticabili pellegrinaggi. Un pugno di canzoni importanti, a volte bellissime e basta, a volte psichedeliche e strazianti, mai banali, anzi non ripetitive nella formula. La musica dei Doors, pur vivendo di derivazioni, rispetto a quella di band coeve non è sopravvissuta al quartetto originale se non nelle incisioni, come se in mancanza del cantante fosse impossibile “coverizzare” Riders on the Storm (il loro capolavoro secondo chi scrive) o Break on through (non era male la versione di L.A. Woman di Billy Idol, ma è la classica eccezione...). Resta, soprattutto, il primo piano di un ragazzo dai capelli arruffati, dalla voce intensissima e sensuale, sovrano di una corte spezzata che ha contemplato l’infinito troppo da vicino.

  • Inedito Rock in dvd

    Siamo quasi alla fine di Janis e John, Marie Trintignant si esibisce in una cantina cantando Kozmic blues. Il travestimento da Janis Joplin, esibito per tutto il film, è dissolto. Non ha più i costumi di Janis, perché Janis è dentro. Le voci di Janis e Marie - spiega il regista Samuel Benchetrit - sono sovrapposte. Non può cantarci semplicemente sopra, prima parte Marie, e sotto resta Janis. Le voci si mescolano. Nella sceneggiatura è una riga, per preparasi Marie ha preso lezioni di canto ogni giorno, per un anno intero. Ciò che resta davanti agli occhi è la generosità di un’attrice straordinaria, l’omaggio più sincero all’utopia degli anni 70, «quando la gente aveva voglia di aprirsi e di andare incontro agli altri». È una delle ultime scene girate da Marie al cinema, perché nell’estate del 2003 morì tragicamente, uccisa da Bertrand Cantat. Janis e John a raccontarlo sembra una commediola senza pretese: è il suo grande merito. Janis Joplin e John Lennon tornano sulla Terra per incidere una nuova canzone che porterà la pace nel mondo. Ovviamente non sono loro, ma due sosia quasi perfetti, nati dall’idea di un assicuratore in bancarotta appena saputo che il cugino Léon ha ereditato una fortuna. Sguardo perso e gentile, Léon (Christopher Lambert) ha un negozio che vende solo dischi di Janis e John e - dal giorno in cui in una toilette di Londra, dopo una potente dose di lsd gli apparvero - non aspetta che il loro ritorno. Ma, per merito un po’ di tutti, il travestimento sgangherato diventa rivelazione. C’è François Cluzet, attore fallito che dà vita a un John sopra le righe, e Marie, magica, che soffia dentro la sua spenta casalinga la vita, trasformandola in una Joplin struggente e sfolgorante. In Tv scorrono le immagini di un’esibizione di Janis al Dick Cavett Show e Marie si tuffa nella sua musica come in mare aperto. «Cantare Janis fa male ai polmoni. Non usa le corde vocali come gli altri» diceva sul set mentre la interpretava. Batterie Gretsch e chitarre Gibson, splendida colonna sonora, ogni cosa è al posto giusto in questo film. C’è anche Jean-Louis Trintignant, quasi un’apparizione: ruolo piccolissimo, lui gigantesco, arriva, dice cose tipo «in fondo ognuno di noi vorrebbe solo essere amato» in un modo che ti ricompensa per la sua assenza degli schermi per gli anni successivi. Nel 2008 in J’ai toujours rêvé d’être un gangster, Benchetrit rinnoverà la poesia filmando Arno e Bashung (quelli veri) che si fronteggiano in una buia cafeteria, confermando di saper raccontare l’anima dei musicisti come pochi.

    (Janis e John di Samuel Benchetrit, 01 Distribution, € 12,99)

    Angela Zamparelli
  • Discografia ragionata
    • The Doors (1967) Nell’anno dell’estate dell’amore, i Doors portano Baudelaire sulle spiagge californiane, non parlano di pace ma di morte, non cercano il sole ma aspettano la fine della notte. The Doors resta il più dirompente simbolo dello scontro generazionale di quegli anni: non si sa se davvero queste canzoni aprirono le porte della percezione come avrebbe voluto Morrison. Di certo spalancarono quelle della rivoluzione.
    • Strange Days (1967) Il secondo atto è figlio diretto del primo: comincia ad affiorare qualche strizzata d’occhio al pop per teenager con alcune tentazioni psichedeliche in più, ma le visioni di Morrison continuano a spadroneggiare (memorabile il comizio di 11 minuti di When the Music’s Over) e i classici non mancano (Love Me Two Times, People Are Strange). Sognante e felliniano come la famosa copertina di Joel Brodsky.
    • Morrison Hotel (1970) Dopo due dischi loffi e commerciali come Waiting for The Sun (1968) e The Soft Parade (1969), in cui le strategie di marketing governarono un Jim Morrison ridotto a fenomeno da baraccone, i Doors ebbero la forza di riprendere il timone della propria arte ricordandosi di quanto lui fosse innanzitutto un formidabile blues singer. A testimonianza di una rigenerazione, basterebbero i primi secondi di Roadhouse Blues.
    • L.A. Woman (1971) Il capolavoro della maturità uscì giusto in tempo per diventare l’epitaffio di Jim Morrison. Il blues si conferma il vero verbo dei nuovi Doors, che qui licenziano la loro opera più sporca e oscura. Riders on the Storm praticamente scrisse la storia della dark music con otto anni di anticipo, alimentando il rammarico per quanto Morrison avrebbe ancora potuto dire di importante negli anni 70.
    • In Concert (1991) Intelligente edizione che racchiude gli album Absolutely Live (1970), Alive, She Cried (1983) e le tracce live del postumo An American Prayer (1978), vale a dire tutto quello che è davvero necessario sapere dei Doors dal vivo. Obbligatorio per capire quanto sul palco avessero la stessa energia e precisione offerta in studio. E per capire perché ancora oggi Morrison sia il frontman più imitato dai giovani rocker.
    Nicola Gervasini

Filmografia essenziale

A cura di Mauro Gervasini

  • HWY: An American Pastoral

    Mediometraggio con Jim Morrison autostoppista in viaggio verso un ipotetico “nowhere” tra il deserto del Mojave e Los Angeles. Introvabile nella sua forma originale (in Internet se ne recupera una versione malmessa, in When You’re Strange alcune scene), amatoriale (Morrison fece davvero il viaggio negli anni dell’università), lisergico, figlio dell’amore cosmico che tutti coinvolgeva in quegli anni di apertura delle porte della percezione. Doveva essere parte di un lungometraggio che Jim pensava di completare proprio a Parigi, poco prima della morte.

    Mauro Gervasini

  • The Doors

    Vita morte e miracoli di Jim Morrison e dei Doors, tra psichedelia e biopic. Forte della mimetica immedesimazione di Val Kilmer (che sarà anche Elvis in Una vita al massimo), il film di Oliver Stone, massacrato all’uscita in sala, conta oggi una nutrita schiera di fan. Per nulla filologico, ma anzi molto personale e creativo, resta, comunque lo si giudichi, il solo tentativo compiuto di raccontare un mito rock’n’roll non ancora tramontato.

    Mauro Gervasini

  • Apocalypse Now

    Sarebbe la stessa cosa Apocalypse Now senza The End dei Doors? La domanda è retorica. L’incipit di questa opera mondo, tormentata e allucinante, lega l’inizio con la fine di tutto. Gli effetti dell’agente Orange sullo sguardo, le conseguenze della voce di Morrison sugli altri sensi. Un trip.

    Mauro Gervasini

  • La banda di Eddie

    Una giornalista indaga sulla presunta morte della rockstar Eddie Wilson. Fu il protagonista Michael Paré a confessare di essersi ispirato, per Eddie, a Jim Morrison. Un film non eccelso, dove vita e arte si sono però confusi in modo inatteso. Dodici anni dopo, il cantante Richey Edwards scomparve senza lasciare traccia esattamente come Eddie. Che si chiama Wilson come Brian: non è un caso, dal momento che la storia ruota intorno a un disco incompreso al pari di Pet Sounds dei Beach Boys.

    Mauro Gervasini


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When You're Strange» Cinerama (n° 25/2011)

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