Camus sono io

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Visconti e il lato positivo della censura, ovvero quando Gianni Amelio vide per la prima volta Rocco e i suoi fratelli .

La citazione

«Povero pensiero... finisce sempre per sfracellarsi contro il muro dei fatti. (Lev Troskij)»

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Adriano Aiello

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Servizio pubblicato su FilmTv 38/2011

Camus sono io


Dopo la presentazione in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival 2011, Gianni Amelio ha raccontato a Film Tv la genesi e la storia di Il primo uomo, tratto dall’opera postuma di Albert Camus

Con quel suo essere quasi contemporaneo a Venezia gli echi del Festival di Toronto da noi sono sempre flebili. Anche quando in gioco c’è un nostro autore. Nella fattispecie Gianni Amelio, il cui attesissimo Il primo uomo, dall’ultima opera incompiuta di Albert Camus, si era detto in pole position a Cannes, a Venezia pareva sicuro e invece è apparso in cartellone a Toronto. L’accoglienza è stata buona, ma resta un po’ di stupore: il festival canadese non sembra il luogo migliore dove fare passerella per un film così delicato. Il film resta un’affascinante incognita malgrado l’anteprima mondiale: abbiamo interpellato lo stesso Amelio, attualmente impegnato nel doppiaggio dell’edizione italiana (l’uscita nelle nostre sale è prevista per gennaio 2012), anche circa le voci trapelate su dissapori e/o incomprensioni tra cineasta e produttore francese, Bruno Pésery. È la prima volta che Amelio parla con la stampa del suo film. È vero che Marco Müller lo ha visto e amato. Dopo varie incertezze, «al produttore ha proposto il Fuori Concorso. Non c’entra nulla la nazionalità. Il film è francese, l’Italia ha solo una quota minoritaria». A questo punto Pésery ha preferito declinare l’offerta e dare l’esclusiva mondiale a Toronto, «dove c’è il mercato (e infatti mi dicono che è già stato venduto in parecchi Paesi)» e dove gli autori subiscono meno pressione mediatica. «Una scelta che ho condiviso: i festival devono essere utili ai film e non i film ai festival». Detto questo spiega che non ha potuto essere in Canada per via di una serie di disguidi, malintesi e impegni presi in precedenza: la data scelta dal festival coincideva con le prove al San Carlo di Napoli con interpreti e orchestra per la Lucia di Lammermoor, opera di cui è il regista e che andrà in scena a febbraio. «Un appuntamento altrettanto inderogabile». Anche a proposito del produttore e dei dissapori il regista smussa gli angoli della polemica: le colpe non sono di Pésery, ma semmai «della produzione che non ha seguito da vicino la gestazione del film». I problemi maggiori sono derivati da un budget molto ridotto «che ha acuito le tensioni» e dall’aver scelto Algeri come set. «L’Algeria non è il posto più agevole dove girare, perché non ha le attrezzature, anche mentali, per fare un film. Meglio sarebbe stata la Tunisia da questo punto di vista, ma sarebbe mancato il contesto». E comunque si va dove decide la produzione. «Chi ne ha fatto le spese sono stato io che mi sono trovato ad affrontare problematiche e contrattempi di non semplice soluzione». Ma «la necessità è diventata virtù e ha aiutato il mio film a essere scarno ed essenziale». Poiché le polemiche sono il passato, Amelio invita a guardare al futuro, ovvero alla sua creatura.

CAMUS E IL LIBRO
«Le premier homme è l’ultimo scritto, incompleto e uscito postumo, di Camus: venne trovato nell’auto dove morì il 4 gennaio 1960. Scritto in piena Guerra d’Algeria, è una storia venata di nostalgia per i luoghi dell’infanzia. Camus veniva da una famiglia d’origini francesi molto povera, che viveva in Algeria da tre generazioni, i cosiddetti “francesi musulmani”. Gli anni dell’infanzia sono narrati con un alone favolistico, malgrado la durezza della vita che condusse in quel periodo: studiava e lavorava. Poi c’è il presente e il protagonista Jacques Cormery (il suo alter ego) che torna in Algeria nel momento dello scoppio della rivoluzione. Torna per rivedere la sua terra, la famiglia, ripercorrere le orme di un padre perso troppo presto, ritrova persone e frammenti dell’infanzia. Questo è il nucleo del mio film, con rimandi al passato».

LE MIE SCELTE
«Ho iniziato a lavorare su questo film (su commissione) nel 2006. La sceneggiatura l’ho fatta da solo, in francese. Era chiaro da subito che avrei dovuto operare delle scelte: era troppo vasto, c’erano cose irrealizzabili con il budget previsto. Alla fine il film è diverso dal libro: l’ho tradito ma sono restato fedele al suo senso segreto. Avevo una mia idea sulle ragioni di quel libro: che era il modo scelto da Camus di rispondere a quelli che lo accusavano di non prendere posizione sulla guerra in corso. Era la sua risposta politica. Sartre, la Sinistra, tutti manifestavano contro la Francia, per la libertà dell’Algeria. Non lui che conosceva la complessità della realtà algerina. Ma le parti in gioco erano ormai ammantate della stessa arroganza e violenza. Per questo gli faccio dire “alla fine solo i morti saranno innocenti”. Ho sintetizzato, tagliato parti, aggiunto personaggi, attribuito a Cormery frasi tratte da altri testi di Camus. La figlia, che è la severa guardiana della memoria paterna, ha approvato non solo la sceneggiatura ma anche il film. “Ho riconosciuto mio padre” ha detto. Era imprimatur a prescindere».

AUTOBIOGRAFICO
«È la prima volta che metto elementi autobiografici in un mio film. Tanti i fatti che condivido con Camus. Quell’infanzia di miseria, il lavoro infantile. Il rapporto straziante e contraddittorio con una madre giovanissima. Il padre perso: il suo morì, il mio era emigrato in Argentina e lo conobbi a 17 anni. Quella nonna con cui andare al cinema: lui litigava con lei perché non le leggeva le didascalie dei film muti; io con la mia perché la portavo a vedere western e film d’avventura e lei amava melodrammi e storie d’amore».

GLI INTERPRETI
«Non l’ho mai detto, ma è vero che avrebbe dovuto esserci Claudia Cardinale. Però gli attori hanno impegni e non possono aspettare eternamente un film. Non ha potuto esserci, come non ha potuto l’attrice feticcio di Paul Vecchiali, Hélène Surgère: ha aspettato 3 anni, ma al momento giusto per noi le era arrivata una proposta di lavoro dalla Comédie Française, il sogno di una vita che si realizzava. Ci sono Maya Sansa nel ruolo della madre del protagonista da giovane; da anziana la interpreta Catherine Sola. La nonna, ruolo fondamentale, è Ulla Baugué, una debuttante 80enne. Il protagonista da piccolo ha il volto di Nino Jouglet, un bambino miracoloso (penso che sia il mio miglior bambino...), da adulto è Jacques Gamblin».

Articolo inserito in Speciale Gianni Amelio

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