Sotto sotto... il western

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Servizio pubblicato su FilmTv 47/2010

Sotto sotto... il western


Attesissimo al Torino Film Festival 2010 The Ward di Carpenter. Tra fantasmi e aguzzini in camice bianco, un thriller che omaggia la serie B. Una filmografia pregna di intuizioni politiche.

Domenica 28 novembre 2010 non prendete impegni e correte sotto la Mole, per il Torino Film Festival. In anteprima, il nuovo film di John Carpenter, The Ward (la “corsia d’ospedale”) interpretato dalla migliore scream queen dell’horror contemporaneo, Amber Heard (Benvenuti a Zombieland, And Soon the Darkness). L’attesa, tra i fan, è spasmodica, più che per Hereafter di Clint Eastwood, altra succulenta chicca della kermesse sabauda. Questo perché il malandato John Carpenter è dal 2001 che non realizza lungometraggi (l’ultimo è Fantasmi da Marte), e i suoi due episodi di Masters of Horror, Pro Life e l’eccezionale Cigarette Burns, hanno solo prolungato il senso di assenza, facendo ben comprendere cosa ci mancava. Il buon John, classe 1948, soffre da anni di una malattia degenerativa che solo ultimamente è riuscito a tenere sotto controllo, nonostante si sia avuta notizia di un suo preoccupante malore durante una convention negli Usa. La forma fisica compromessa non permette il lavoro assiduo su un set, anche se continua a essere confermato “in fase di preproduzione” un suo antico progetto, L.A. Gothic, storia di un prete giustiziere che combatte contro il maligno tra le strade di Los Angeles (nome paradossale: “gli angeli”). Chi ama il regista, educato da una famiglia metodista, sa quanto siano importanti le tematiche religiose, seppure declinate in versione rigidamente horror. The Ward però non tocca simili argomenti, anche se al centro della vicenda c’è una presenza demoniaca, un fantasma che miete vittime nel reparto femminile di un ospedale psichiatrico. Amber Heard, rinchiusa perché incline alla piromania, si trova a dover fronteggiare non soltanto l’inquietante entità, ma anche il solito armamentario di infermiere sadiche e di pazienti meno paranoiche o schizofreniche dei medici. Atmosfera da Shutter Island con gli anni 60 pre rivoluzione giovanile sullo sfondo (la politica: altro tema caro al cineasta...). La storia, scritta da Michael e Shawn Rasmussen, conta fino a un certo punto. Fedele alla propria originaria ispirazione, John Carpenter parte da una idea di messa in scena. E allora il suo marchio di fabbrica è quello degli strepitosi titoli di testa, con una soggettiva divorante tra le spoglie corsie dell’ospedale, fino a scoprire una ragazza in pericolo, avvolta da ombre, sobbalzi sonori e movimenti di macchina che inchiodano lo sguardo all’oggetto della tensione. Si rivelerà pure un “film minore” questo The Ward, come dice qualcuno che l’ha visto al Festival di Toronto, ma bastano i primi quattro minuti per far capire che di un’altra classe, di un altro spessore, stiamo parlando. Carpenter è un regista classico, nonostante la definizione sia teoricamente ambigua: le sue soggettive metafisiche sono di una modernità assoluta e hanno fondato la cifra stilistica di un genere, lo slasher, all’epoca di Halloween. La notte delle streghe. E la classicità, in tempi di mancanza di idee, incertezze di scrittura e predominio del digitale, è in via d’estinzione. Il ragazzo che della Nuova Hollywood negli anni 70 rappresentava il lato B, ha saputo attraversare tutti i generi a partire dal western, il suo preferito. Tecnicamente non ne ha mai girato uno, ma basta guardare Distretto 13. Le brigate della morte per (ri)vedere Un dollaro d’onore di Howard Hawks. Persino 1997: Fuga da New York, Grosso guaio a Chinatown, Vampires e Fantasmi da Marte sono western sotto mentite spoglie, e Jena Plissken è chiaramente il nuovo John Wayne (nello specifico: il Grinta). Rispetto a Steven Spielberg, e con una sola luminosa eccezione (Starman, molto sottovalutato), a Carpenter piace il fantastico cattivo, senza finali edificanti, privo di redenzioni particolari, con alieni feroci e non innocui teletubbies che invitano ad andare in bicicletta. Il clamoroso flop di La cosa, remake del classico sci-fi di Hawks e Nyby, dimostra quanto sia stata percepita come una bestemmia, dal pubblico ancora commosso per le sorti di E.T., la scelta di far piombare sulla Terra un alieno teratomorfo (dalla morfologia mostruosa) che devasta i corpi in un’orgia splatter assolutamente radicale. Anarchico come il suo più celebre eroe, Jena, Carpenter ha sempre avuto del genere una concezione politica, eversiva, e l’ha portata avanti con coerenza fino all’ultimo. Gli extraterrestri (pre)berlusconiani di Essi vivono, il presidente “bushista” di 1997: Fuga da Los Angeles (“cristiano rinato”), il formidabile matriarcato di Fantasmi da Marte, l’autorità militare isolazionista di Villaggio dei dannati... Tutti sistemi sociali coercitivi che vanno scardinati dal basso, secondo i dettami tipici dell’etica americana (l’individualismo peckinpahiano di Plissken) e almeno in un caso (Essi vivono) seguendo una sorta di rigurgito marxista, come la rivolta dei drop out. In tutti i suoi film, però, è l’immagine il vero terreno di scontro. Dal rapporto tra ombre & nebbia di The Fog agli scarti subliminali di Essi vivono; dalle riflessioni teoriche di Il signore del male (ambientato in una chiesa sconsacrata dedicata a San Godard, per dire...) al dominio della luce di chi governa Manhattan in 1997: Fuga da New York (i lampadari montati sulla macchina sono il simbolo del potere del Duca Isaac Hayes), è la visione, o ghezzianamente la cosa (non) vista, l’altrove da riconquistare.

Filmografia essenziale di John Carpenter

A cura di Mauro Gervasini

  • Distretto 13 - Le brigate della morte

    Indiani metropolitani e desperados assediano una dismessa stazione di polizia della periferia di Los Angeles. Un ufficiale e un condannato a morte, Napoleone Wilson, resistono alla furia dei banditi. Western metropolitano di una perfezione assoluta. L’emblema del film di serie B con il coltello tra i denti: montaggio precisissimo dello stesso regista (che si firma John T. Chance, come Wayne in Un dollaro d’onore) al pari della colonna sonora elettronica, d’ora in avanti marchio di fabbrica di Carpenter. Tra le battute memorabili, quella di Napoleone che viaggia verso il braccio della morte: «Le ore sono come le donne, più ci tieni e più ti lasciano in fretta». 

  • Halloween - La notte delle streghe

    Primo pianosequenza indimenticabile. La lunga soggettiva di un assassino aderisce allo sguardo dello spettatore, che al cambio d’inquadratura scopre con angoscia l’identità di chi uccide: un bambino biondo e rubicondo. Una cittadina americana tipo sarà sconvolta dai delitti di Michael, paradigma del male assoluto scatenato dal puritanesimo. In prima lettura, però, Halloween è soprattutto una stupenda partitura horror dove stile e scrittura si amalgamano alla perfezione. Nasce una stella: Jamie Lee Curtis.

  • Elvis il re del rock

    Biopic sul King di 150 minuti, diretto da Carpenter su commissione puntando sui legami familiari della rockstar (il rapporto malsano con il fantasma del gemello morto, la presenza della madre Shelley Winters, la stessa del Clan dei Barker...) e sulle sue fragilità. Una scommessa vinta, anche grazie alla prova di Kurt Russell (che citerà se stesso in questo ruolo, anni dopo, nel modesto La rapina con Kevin Costner). Il regista e l’attore cominciano qui la loro lunga collaborazione.

  • 1997: Fuga da New York

    In un futuro che è ormai passato, Manhattan è stata trasformata in una prigione a cielo aperto, dove cade la capsula di salvataggio aereo del presidente. Presidente di che? Nel decennio della reaganomics irrompe Snake Plissken (Jena nella versione italiana), un antieroe cinico e bastardo, con benda nera sull’occhio, che accetta di salvare quel che resta dell’America in pezzi solo per salvare se stesso. Ciò che rimane è azione senza compromessi, tra personaggi ai quali basta una battuta per diventare mitologici. Adrienne Barbeau, Harry Dean Stanton, Ernest Borgnine, Isaac Hayes, l’immenso Lee Van Cleef e naturalmente Kurt Russell nello stesso teatro dell’assurdo. Una visione apocalittica e tutt’altro che integrata.

  • La cosa

    Uomini e donne di una base del Polo Nord alle prese con una “forma” aliena capace di introiettarsi nei corpi prendendone le sembianze. La “cosa” lotta per la sopravvivenza come gli umani, e questa è già una prima novità. Il concetto virale e parassitario dell’extraterrestre rientra in quell’epica della “nuova carne” tipica del New Horror, ma l’implacabile pessimismo (sulle sorti progressive del genere umano...), con il quale sono descritte le dinamiche del gruppo di assediati, ricorda Zombi di Romero. 

  • Il signore del male

    Nei sotterranei di una chiesa sconsacrata è custodita da secoli una teca contenente nientemeno che il maligno. Un gruppo di ricercatori esperti in antimateria indaga. Rischiosissimo esperimento quello di coniugare tematiche alte (la fisica quantistica e i suoi principi di “riscrittura” della realtà) con le pratiche basse dell’horror di serie B. Da un punto di vista cinematografico il film è una bomba; purtroppo disinnescata dal disinteresse del pubblico.

  • Essi vivono

    Alieni in giacca e cravatta, belli come i divi delle soap, colonizzano il mondo. Alcuni barboni guidati dall’ennesimo eroe nichilista carpenteriano (si chiama John Nada, nada come “niente”), con gli occhiali dei Blues Brothers (ecco perché loro non se li tolgono mai) vedono la realtà. Ancora una volta, nei bassifondi del genere si annida la più radicale lettura della società dei consumi, come nel cyberpunk letterario. Doveste proiettarlo a una convention di Publitalia, gli astanti sarebbero colti da empi fremiti e rigurgiti come neanche nell’Esorcista. Provare per credere.

  • Vampires

    In missione per conto del Vaticano, James Woods e i suoi pistoleros uccidono vampiri lungo la frontiera. Stupendo, meraviglioso western con un cattivo di prim’ordine (il vampiro Valek, il sensuale Thomas Ian Griffith) e un cast di pendagli da forca che non fa rimpiangere la diligenza di Ombre rosse (Oscar come miglior peggiore a Daniel Baldwin). Carpenter firma regia e musica, dimostra un’energia incontenibile, diverte con una cavalcata horror che non lascia scampo. La serie B di cui si è perso lo stampo.

  • Incubo mortale. Cigarette Burns

    Episodio della prima stagione di Masters of Horror. Il gestore di una sala in crisi accetta di ritrovare la copia di un film maledetto che secondo la leggenda causa la morte di chiunque lo veda. Il committente è Udo Kier, in una delle sue più sinistre incarnazioni: il capitalista che tutto può, persino tenere in catene un cherubino cui sono state strappate le ali, perché il potere è la vera essenza del male. Un malatissimo, fantastico, inquietante cult.


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Mauro Gervasini

Mauro Gervasini è direttore editoriale di Film Tv e di questo sito (filmtv.press) e consulente selezionatore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Insegna Linguaggi audiovisivi all'Università dell'Insubria ed è autore della prima monografia italiana dedicata al "polar" ("Cinema poliziesco francese", 2003). Ha pubblicato vari saggi in libri collettivi, in particolare sul cinema francese. John Ford, Anthony Mann, Jean-Pierre Melville, Michael Mann, Julien Duvivier, Michael Cimino e Akira Kurosawa i suoi cineasti preferiti, ma è convinto che il film da rivedere almeno una volta all'anno sia La dolce vita di Federico Fellini.


Mauro Gervasini

Mauro Gervasini è direttore editoriale di Film Tv e di questo sito (filmtv.press) e consulente selezionatore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Insegna Linguaggi audiovisivi all'Università dell'Insubria ed è autore della prima monografia italiana dedicata al "polar" ("Cinema poliziesco francese", 2003). Ha pubblicato vari saggi in libri collettivi, in particolare sul cinema francese. John Ford, Anthony Mann, Jean-Pierre Melville, Michael Mann, Julien Duvivier, Michael Cimino e Akira Kurosawa i suoi cineasti preferiti, ma è convinto che il film da rivedere almeno una volta all'anno sia La dolce vita di Federico Fellini.

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