I giorni della Woodstock Nation

970x250_TIM.JPG

facebook_0.png
twitter.png
vimeo.png
Instagram.png
Oggi Free
Simone Emiliani dice che Brothers è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 02:35.

Questo articolo è stato scritto dopo la strage al Bataclan di Parigi, nel novembre 2015. Lo riproponiamo dedicandolo a Johnny Hallyday, scomparso il 6 dicembre scorso a 74 anni, e alla sua idea di rock...

Sarà proiettata al #TFF35 la serie d'autore Tokyo Vampire Hotel , ma Sion Sono è un habitué della rubrica Scanners. Vi proponiamo Himizu e vi consigliamo di scoprire tutti gli altri inediti.

Mentre Sky Atlantic HD trasmette la terza stagione di Gomorra - La serie, riproponiamo la riflessione che il giornalista-scrittore fece in esclusiva per Film TV sull’importanza di una fiction televisiva che a trent'anni dalla prima Piovra ha di nuovo il coraggio di raccontare la criminalità organizzata. Un “sistema” che anche il suo libro ZeroZeroZero, a sua volta destinato a ispirare un'altra serie tv diretta da Stefano Sollima, ha saputo descrivere nei suoi connotati transnazionali.

Visconti e il lato positivo della censura, ovvero quando Gianni Amelio vide per la prima volta Rocco e i suoi fratelli .

Chicago, Nairobi, Seul, Londra, Città del Messico, San Francisco, Berlino, Mumbai. Sono otto, sono collegati. Da recuperare senza porsi domande.

La citazione

«Il motivo per cui Dio ci ha dato due orecchie e una bocca è per permetterci di ascoltare il doppio di quanto parliamo (Quincy Jones)»

scelta da
Emanuele Sacchi

cinerama
7553
cineteca
2407
servizi
2294
opinionisti
1510
locandine
952
serialminds
635
scanners
452
Servizio pubblicato su FilmTv 32/2009

I giorni della Woodstock Nation


Nel 1969 i tre giorni di pace, amore e musica che sconvolsero e trainarono un’intera generazione. Fu business, certo. Ma è il sogno che conta... 

Quando nel 1970 uscì per la Warner Brothers il film Woodstock, con diversi amici calammo dalla provincia a Milano al Cinema Alcione, in un pomeriggio di un giorno feriale, e in mezzo a uno sparuto ma attento pubblico rimanemmo estasiati dalle immagini e dalla musica di quel documentario che di colpo ci faceva partecipi di un mondo che noi, periferia dell’impero, avevamo solo supposto e immaginato, e che ora era lì davanti agli occhi terribilmente vero, reale, magnifico. D’accordo, prima c’erano stati i Beatles e i Rolling Stones, l’Italia era stata percorsa dal beat e dai “capelloni” e dalla vicina Olanda arrivavano le imprese anarchiche e pacifiche dei provos, ma quella fu la consacrazione: per la prima volta, noi che già compravamo i dischi americani di importazione e conoscevamo più Kerouac che Pavese, ecco quella fu l’entrata ufficiale nella nazione dei giovani alternativi, giovani che speravano e sognavano un mondo diverso e colorato basato, come suggeriva la scritta che troneggiava sotto la chitarra con colomba che faceva da logo al festival, sull’amore, la pace e la musica.

Era la Underground Nation, per dirla alla californiana, ribattezzata adesso, dopo la visibilità offerta dal festival, Woodstock Nation. Poco importa se di lì a poco la saggistica adulta e approfondita sui riti giovanili rivelò che in realtà i tre giorni di Woodstock furono il banco di prova da parte delle organizzazioni criminali, Fbi compresa, per il lancio di una capillare opera di penetrazione dell’eroina nel pubblico dei festival pop; e poco importa se con i 100 mila dollari pagati dalla Warner Bros. per il film e con i diritti discografici dei futuri album (prima un triplo lp Woodstock: Music from the Orginal Soundtrack and More, poi un doppio lp Woodstock 2, poi nel 1994 un terzo album Woodstock Diary e un box-set della Atlantic di 4 cd, Woodstock: Three Days of Peace and Music, e nel 2009 un monumentale box set di 6 cd) quello fu il festival dell’amore sì, ma per il business. Sono in molti a pensare che in realtà il festival di Woodstock non fu l’apice della cultura hippie o la celebrazione dell’Era dell’Acquario ma il prologo a un epilogo che si sarebbe consumato pochi mesi dopo, il 6 dicembre del 1969, sull’altipiano di Altamont, nei pressi di San Francisco, quando un servizio d’ordine di truci e impasticcati Hell’s Angels picchiò a morte un ragazzo nero, Meredith Hunter, reo di essersi avvicinato troppo aggressivamente al palco dove i Rolling Stones, gruppo che nulla aveva a che spartire con il flower power e con la rivoluzione psichedelica, stavano suonando Sympathy for the Devil. Poco importa della verità o presunta tale. Era stato bello sognare e sognammo a occhi chiusi, perché quello era il modo di entrare in trance con il rock di quei tre meravigliosi giorni, degnamente rappresentato, nell’anno in cui l’uomo passeggiò sulla Luna, da un manipolo di artisti che, ancora non relegati dalla critica nei generi e nei sottogeneri, formavano un’unica grande e inarrestabile onda sonora liberatrice.

Il più grande spettacolo rock di tutti i tempi era cominciato il 15 agosto con la voce declamatoria di Richie Havens che urlava come un ossesso Freedom nella verde valle di Bethel, ed era finito nell’umida e vitrea alba del 18 agosto davanti a una distesa di cartacce, rifiuti, bandiere sbrindellate, bivacchi abbandonati, fuochi che si spegnevano, sacchi a pelo abbandonati e “solo” 40 mila fantasmi, gli altri se ne erano già andati, davanti a Jimi Hendrix che con la sua Fender Stratocaster prendeva a mitragliate l’inno americano Star-Spangled Banner, come se quella acida e stridente distorsione avesse già messo definitivamente in archivio la Woodstock Nation e tutte le sue idee di pace & amore. In mezzo c’erano stati grandi gesti, dagli Who, il gruppo che sanciva lo strapotere inglese nel rock e ne rappresentava i nuovi scenari elettrici e hard, al massimo della loro furia iconoclasta, al dondolante e rauco Joe Cocker di With a Little Help from My Friends, una canzone che i Beatles ormai in disfacimento avevano lasciato dietro di sé; dall’interminabile assolo di Alvin Lee in I’m Goin’ Home, il blues che rese i Ten Years After prigionieri di se stessi, alla dolcezza acustica di John Sebastian in I Had a Dream, stesso titolo del celebre messaggio di Martin Luther King, dal teatrino pop demenziale degli Sha-Na-Na al primo esempio di world music del sitar di Ravi Shankar, dal funky proud and black and sexy di Sly and Family Stone alla commovente e persa Janis Joplin di Summertime, dai ruspanti Canned Heat di Going Up the Country alla nascita in diretta di uno dei quartetti più celebri e celebrati di tutta la storia del rock ovvero gli angelici Crosby, Stills, Nash & Young che con Suite: Judy Blue Eyes sparsero quelle good vibrations che negli anni successivi fecero più ebeti che pacifisti. Anche se, a dirla tutta, il botto lo fecero gli Who con See Me, Feel Me, con Roger Daltrey che canta mentre sorge il sole, e Carlos Santana “fatto” di mescalina con il batterista Mike Shrieve, che nemmeno sapeva su quale galassia si trovasse, tirano una strepitosa, torrenziale e tribale versione di Soul Sacrifice.

Tutti ricordano la danza della pioggia che coinvolse gran parte del pubblico stracciato e bagnato dopo il famigerato temporale che seguì all’esibizione di Joe Cocker e interruppe il concerto per diverse ore, tanto che in Italia ne fecero una versione nostrana con i polli gettati sul palco del Festival del Parco Lambro a metà anni 70, quando ormai quell’eroina che aveva fatto capolino a Woodstock aveva bruciato qualsiasi sogno e qualsiasi ipotesi comunitaria. Qualcuno ricorda anche una delicata e struggente ballata cantata da Joni Mitchell, appunto intitolata Woodstock, che fu scritta a posteriori dalla cantante e poi ripresa da CSN&Y; forse pentita, lei, di non aver partecipato al più grande spettacolo rock di tutti i tempi, perché il suo manager aveva preferito indirizzarla nel più seguito e telegenico Dick Cavett Show. Il festival di Woodstock nacque quando Michael Lang e Artie Kornfeld risposero a un’inserzione fatta sul “New York Times” e sul “Wall Street Journal” da John Roberts e Joel Rosenman che diceva pressappoco così: «Giovani uomini con capitale illimitato cercano interessanti opportunità legali di investimento e proposte di affari». L’idea dei quattro era squisitamente commerciale: avrebbero aperto uno studio di registrazione nell’atmosfera ritirata e tranquilla di Woodstock, Stato di New York, nel mezzo delle suggestive Catskill Mountains. L’idea cambiò e si optò per un più remunerativo festival all’aria aperta.

Dopo una veloce prevendita, la Woodstock Ventures creata dai quattro vendette solo a New York e dintorni 186mila biglietti al prezzo di 18 dollari per un giorno e 24 dollari per tutti e tre i giorni. Fu subito chiaro che il festival situato nei 600 acri della fattoria di Max Yasgur a Bethel, vicino Woodstock, avrebbe richiamato una sterminata massa di giovani, un numero talmente imponente di persone da obbligare alla scelta di un free concert. La cosa dal punto di vista logistico non fu indolore: il sito del festival non era attrezzato per così tante persone (dal mezzo milione al milione di partecipanti), le strutture sanitarie erano insufficienti, il sistema di pronto soccorso impotente, il traffico bloccò a lungo alcune autostrade dello Stato di New York e molti presenti si trovarono in difficoltà a causa del clima e per la mancanza di igiene e cibo. L’unico cronista presente nel primo giorno del festival, Bernard Collier del “New York Times”, fu esplicitamente invitato dalla sua redazione a sottolineare gli aspetti deleteri dell’evento, i blocchi stradali, la sistemazione improvvisata, l’uso di droghe fra i ragazzi, i comportamenti sessuali promiscui e la presunta aggressività fra loro. Fu impresa non facile per Collier far passare il suo punto di vista, ovvero la mancanza di violenza e il clima di affascinante cooperazione tra i partecipanti, e convincere i colleghi di Manhattan dell’erroneità delle loro opinioni preconcette. Alla fine ci riuscì, e nonostante gli aneddoti sugli ingorghi stradali e sull’amore libero fossero raccontati all’inizio degli articoli, l’atmosfera autentica di quel raduno all’insegna dell’amore, della pace e della musica comparve sulla prima pagina del “New York Times” rivelando alla nazione ciò che stava sorprendentemente succedendo in quella conca verde di Bethel.

Perché nonostante un morto per overdose e un altro accidentalmente schiacciato da un trattore mentre dormiva in un fienile, quasi un milione di giovani visse uno degli eventi più incredibili del XX secolo, e fu l’energia di quella generazione a torso nudo a scalare il palco di Woodstock e a issarlo dentro la Storia. Che fosse un’utopia lo si vide quando un tremendo nubifragio colpì il festival; nel momento in cui chiunque poteva prevedere un’immane tragedia, questi giovani capirono che stavano tutti sotto lo stesso cielo e lo stesso destino e si misero a ballare felici, nudi e sorridenti, sotto l’acqua e in mezzo al fango. Provate a pensare cosa succederebbe oggi con un milione di giovani assiepati in una radura con precari servizi igienici, senza cibo e senza controllo. Erano ed eravamo diversi.

  • Un libro a effetto

    Una bella fortuna, Elliot Tiber. Si è trovato, a distanza di pochi mesi, nei tumulti di Stonewall – l’evento che ha cambiato la storia dell’emancipazione degli omosessuali – e a organizzare l’ospitalità a Bethel, Stato di New York, dove i suoi genitori possedevano uno sfasciatissimo hotel. Nei paraggi dell’accampamento di Woodstock, la tre giorni di amore pace e musica che più proverbiale di così non si può. Insomma, il simbolo dell’avanzata progressista giovanile e globale (per altri invece, l’inizio della fine della spontaneità). In un passaggio rapido, il giovane Eliyahu Teichberg (questo il suo vero nome), figlio di mamma ebrea soffocante, supera lo scoglio dell’accettazione di sé e si gode la liberazione che solo la musica può dare. Peccato che, a fronte di un’esperienza biografica così eccezionale, la scrittura di Tiber non brilli né per originalità né per sobrietà. Gli aneddoti a sfondo sessuale sulla sua frequentazione dei cinema di Times Square, gli incontri con Rock Hudson, Truman Capote e Tennessee Williams, nonché sui regali dell’artista Mark Rothko, sembrano messi lì a effetto, per accreditarsi verso il lettore come audace frequentatore del Village. Quando invece descrive la vita familiare, i toni sembrano più sinceri. Pare il diario di un furbone, più che una testimonianza candida e critica. Il suo è un ‘69 da sitcom, a uso e consumo delle masse, quelli che «favolosi quegli anni…». Se si tralascia il sottotesto “monetario” (gli organizzatori eliminano ogni ostacolo logistico a suon di bigliettoni), una delle poche considerazioni condivisibili, non retoriche, rimane questa: «Woodstock dimostrò che quando si è tanti e uniti, ognuno conquista un margine di libertà personale che, per quanto innocua, prima non avrebbe potuto nemmeno sognare».

    (Elliot Tiber con Tom Monte, Taking Woodstock. L’avventura eroicomica del ragazzo che salvò il Festival, Rizzoli, pp. 245, € 17)

    Raffaella Giancristofaro
  • Taking Woodstock: lo sballo prima della tempesta

    «Dopo sei tragedie in tredici anni, avevo bisogno di Woodstock, per rilassarmi». Parola di Ang Lee, che in un eccesso di romanticismo il suo Taking Woodstock lo fece partire con un set newyorkese il 18 agosto del 2008, esattamente 39 anni dopo quell’unica, incredibile performance di Jimi Hendrix, atto finale dell’evento musicale più incredibile della Storia moderna, di cui l’uscita americana (il 14 agosto) celebrerà il quarantennale. E anche il mondo aveva bisogno di Woodstock, per rilassarsi e, come il regista forse, credersi diverso. Per un biennio la libertà, non solo sessuale, esplose nel movimento hippie e la sua onda d’urto sembrava inarrestabile, una gioiosa macchina di pace e amore. Era un’illusione, che ebbe il suo apice in quel milione di persone che (s)ballarono, cantarono, suonarono, amarono, giocarono tra fango, fiori e corpi nudi, fuori e dentro. Stava per finire il decennio che avrebbe cambiato il mondo: poteva essere la rivoluzione, sarà una tragedia in più atti, dagli omicidi dei Kennedy e di Martin Luther King alle rivolte sociali e di genere. Da una delle più famose, quella di Stonewall Inn, esce un designer gay, Elliot Tiber, dalle frequentazioni illustri almeno quanto è bizzarra e gretta la sua famiglia, in balia di una vita schizofrenica in cui le avventure con Mark Rothko e Truman Capote si alternano ai furiosi clienti del motel dei genitori, topaia per scelta di una madre avida e arida, in cui il Greenwich Village si alterna alla sua occupazione come presidente della camera di commercio della natìa Bethel. Già, proprio il luogo in cui Lang e i suoi trovarono la loro Woodstock, fu un’intuizione di un ragazzotto di campagna che forzò la sua autorizzazione per un festival estivo di piccole dimensioni per l’invasione pacifica più clamorosa della Storia. Ne fece un libro, la sua biografia, che in mano ad Ang Lee, entusiasta, è divenuto il film presentato a Cannes e mostrato in anteprima italiana al Biografilm Festival di Bologna lo scorso giugno. Demetri Martin, bravissimo, è lui adolescente, il resto è tutta una favola strana, un po’ psichedelica e un po’ melodrammatica (è pur sempre Ang Lee), con pochissimo concerto (un campo lunghissimo e indecifrabile la sola concessione), incontri buffi ed estemporanei, molta buona musica, anche se per i diritti troppo costosi non ascolterete i grandi capolavori. Ang Lee, purtroppo concentrato sulla figura di Elliot, ci offre un racconto divertito e divertente, più libero del solito, soprattutto nella prima metà. Mostra persino un gusto per il comico e il politicamente scorretto - vedi la matrona terribile Imelda Staunton - e una caratterizzazione forte e malin-comica. Così possiamo apprezzare quel fenomeno che è Emile Hirsch, giovane reduce di guerra, o Liev Schreiber, travestito bodyguard. Ang Lee sposta pedine e canzoni come nella commedia dell’arte, a volte semplifica, come nella sequenza lisergica (meglio Across the Universe) con Paul Dano, altre sa essere semplice e diretto. Ma per una volta si va oltre la critica, la stroncatura cinematografica. Era l’unico Woodstock che poteva raccontare Ang Lee. Quello che visse. «A Taiwan, ricordo ancora le immagini in Tv. Immagini di libertà, una splendida storia sulla felicità. Su di me, giovanissimo, ebbero un effetto incredibile, volevo restituire l’innocenza di una nuova generazione che cercava un modo gentile e fresco di vivere in pace» .

    Boris Sollazzo
  • Di tutto di più

    Isolarsi dal presente per (tentare di) respirare quell’aria di primordiale libertà che spirava forte nell’agosto del 1969. Chi vuole può muoversi nello spazio (della Triennale di Milano) per muoversi nel tempo. L’esibizione Woodstock. The After Party (fino al 20/9/2009), consta di fotografie, video proiezioni, dj set e un ciclo di proiezioni (www.triennale.it). A chi sente l’esigenza di andare oltre la superficie fatta di fango, funghi e fumo, consigliamo Il tempo di Woodstock di Ernesto Assante e Gino Castaldo (Editori Laterza, pp. 170, €15). La scrittura è agile e appassionata, precisa nel riportare nomi e numeri ma anche attenta al risvolto culturale e sociale dell’evento. Il libro coglie ed esplica l’humus che fertilizzò il terreno generazionale rendendolo adatto a far fiorire il momento di aggregazione giovanile più famoso della Storia. Lungi dall’essere una miope celebrazione, il volume riesce a mantenere il suo entusiasmo associandolo a quella lucidità di giudizio che solo un distacco di molti decenni può dare. Infine, segnaliamo l’uscita del vero Director’s Cut di Woodstock (dvd e Blu-Ray, Warner), con 3 ore di contenuti speciali inediti.

    Alice Cucchetti
  • Intervista a Michael Wadleigh

    «Woodstock è stato un simbolo della controcultura americana di sinistra degli anni 60». E Michael Wadleigh con un solo film ha dato un nome a tutta una generazione: la Woodstock Generation. Tutto questo molto prima che diventasse un semplice target pubblicitario. Incontrai Michael Wadleigh a Venezia, molti anni fa, in occasione della presentazione del Director’s Cut di Woodstock. Anche nel 1995 era tempo di revival per il più grande festival rock di tutti i tempi. Wadleigh, però, non è(ra) uno che si faceva sedurre dal fascino delle celebrazioni. Tutt’altro. Nato ad Akron, Ohio, città dei Devo e dei Black Keys, Wadleigh ha iniziato lavorando come direttore della fotografia, insieme con Richard H. Coll, per Chi sta bussando alla mia porta? di Martin Scorsese e da solo per David Holzman’s Diary, leggendario esordio di Jim McBride. Undici anni dopo Woodstock firma Wolfen, horror ecologico in cui anticipa l’uso drammatico della steadycam. Ma Wadleigh è e resterà sempre Mister Woodstock. «Quando hanno dato la stura a tutte le fesserie riguardanti il secondo Woodstock, gentilmente offerto da Pepsi, McDonald’s e stronzate del genere, alcuni amici sono venuti da me chiedendomi di fare uscire di nuovo il mio film. Sulle prime mi sono rifiutato, ma loro hanno insistito affermando che se non l’avessi fatto, i più giovani avrebbero conosciuto Woodstock solo attraverso la commercializzazione operata dalle multinazionali. Così quello che è stato chiamato Director’s Cut, in realtà non lo era affatto. Il montaggio della prima versione era quello che avevo scelto io in assoluta libertà. Semplicemente ho aggiunto del materiale documentario che non avevo utilizzato, ho inserito dei brani di Janis Joplin, Canned Heat e Jefferson Airplane e ho “allungato” la performance di Jimi Hendrix». Wadleigh è sempre stato estremamente critico nei confronti delle speculazioni commerciali riguardanti Woodstock. Sulla terrazza del Des Bains, al Lido, indossava una maglietta con la scritta “McLenin’s” (sic!) e un cappellino con il logo “Anti Woodstock” nel quale un avvoltoio sostituiva la colomba appollaiata sul manico della chitarra. «La gente sa che non mi sono venduto», dichiarava con evidente orgoglio. «Era chiaro quindi che quello che stavo facendo per il mio film, non lo facevo per denaro. Sono abbastanza ricco per permettermi di non dovere lavorare per denaro. Sono libero di fare quello che voglio». I tentativi di rifare Woodstock sono falliti miseramente. Il primo, quello più patetico, con le band dell’epoca è stato un disastro. Il secondo, invece, con gruppi del calibro di Nine Inch Nails e Red Hot Chili Peppers, è stato evento. La posizione di Wadleigh su entrambi non lascia spazio a dubbi. «Il primo Woodstock, il film, è stato realizzato da me con l’aiuto di alcuni amici. Avevamo 25 anni e abbiamo rischiato soldi nostri. Non avevamo alle spalle la Pepsi, McDonald’s o la Warner Bros. Non avevamo nessuno. Era questo lo spirito dei Sixties. Non c’erano differenze tra me dietro la macchina da presa, il pubblico e i musicisti. Oggi hai i Nine Inch Nails sul palco, ma la gente che paga il biglietto è la generazione Pepsi. Il primo Woodstock è stato un evento politico, sociale, culturale, musicale. Questi nuovi festival hanno solo un valore musicale. Sono concerti rock e basta». Non credi che sia inevitabile in una società dominata dal mercato e dalla pubblicità? «In Inghilterra non è così. Conosco molto bene il festival di Glastonbury che è fantastico. È stato ispirato da Woodstock; prese il via l’anno successivo per iniziativa di Michael Eaves, un allevatore di mucche. Michael non si è mai sputtanato. Il nuovo logo di Woodstock è di proprietà della Pepsi. Avevano i soldi per comprarlo e l’hanno fatto. Il primo Woodstock apparteneva alla gente. Il secondo alla Pepsi. Puoi obiettare che fa parte del gioco. Con la fine del comunismo e la morte delle ideologie ti ritrovi a fronteggiare l’idea che la Storia finisce quando non hai altra scelta. Ma l’ideologia non è morta. L’ideologia oggi è il denaro. Soldi, soldi, soldi». Woodstock però è della Warner Bros. o no? «Loro lo distribuiscono e basta. Se avessero insistito per mettere il loro marchio su tutto quello che riguardava Woodstock li avrei mandati a farsi fottere. C’è una differenza abissale fra distribuire un film o un disco e possederlo. Il problema è mantenere pulito il messaggio. Se con questa intervista cerchi di favorire la Warner, beh sei un bastardo e io non ti rispetto!».

    Giona A. Nazzaro

Articoli consigliati


Motel Woodstock» Cinerama (n° 40/2009)

FilmTv è una pubblicazione di Tiche Italia s.r.l. - p.iva 05037430963
Credits - Contatti - Privacy