American Tv Story 00/10 - In principio fu Twin Peaks

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La citazione

«Un ingenuo e stupido film americano può insegnarci qualcosa “per mezzo” della sua scempiaggine. Ma non ho imparato mai niente da uno scaltrito film inglese. (Ludwig Wittgenstein)»

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Servizio pubblicato su FilmTv 24/2017

American Tv Story 00/10 - In principio fu Twin Peaks


Autori, generi, formati, sperimentazioni, esperienze: Film Tv vi regala una guida a puntate per orientarvi nel prolifico mondo della serialità americana contemporanea. Cominciamo con un “episodio pilota” introduttivo.

Ripensare la serialità americana e i suoi autori trova un senso proprio nel 2017, quando il ritorno di Twin Peaks - non solo scritto ma interamente diretto da David Lynch - vale un po’ come occasione per un bilancio lungo oltre un quarto di secolo. I meno giovani, infatti, di “golden age” della televisione americana ne hanno sentito parlare spesso, a più riprese, tanto è vero che chi ha voluto contarle ha rischiato di doverne enumerare parecchie. Una delle più importanti cominciò nel 1990- 1991, quando la creatura di David Lynch, insieme agli aspetti innovativi noti a tutti e alla sorpresa di trovare un visionario del cinema alle prese con il piccolo schermo, spiegò come avrebbe funzionato la televisione del futuro. Da una parte, infatti, Lynch fungeva da mente del prodotto e da creatore/showrunner, attraverso episodi (pochi) diretti in prima persona e figure vicarie in cabina di regia durante le due stagioni classiche. Dall’altra, in epoca pre-internet, riusciva a costruire un fandom irriducibile, grazie - diremmo oggi - a idee “virali” come il caffè, le ciambelle, il ceppo, i freak, la Loggia e così via. Ed è rassicurante che - a chi temeva un seguito sgonfio e invecchiato del mito - Lynch abbia mostrato di essere sempre un passo avanti, proponendo nel 2017 una terza stagione che il “New York Observer” ha definito «un mashup di installazioni di videoarte sotto LSD che incontra il sogno più strambo che abbiate mai avuto». Da allora a oggi, Twin Peaks è passato da una tv generalista (ABC) a una pay (Showtime), così come in Italia, dalla programmazione Mediaset, si è giunti a Sky. In questo quarto di secolo, tra le due ere di Twin Peaks, è cambiato tutto.

L’EREDITÀ DI LYNCH
Ci sono altri David Lynch nel panorama seriale americano contemporaneo? Domanda sbagliata, che si baserebbe su una premessa illogica. Gli autori televisivi di oggi non sono quelli che dal cinema si calano sul piccolo schermo, bensì figure trasversali degli universi narrativi per i quali quel che conta è principalmente la scrittura. Anche il concetto di “scrittura” si è a sua volta allargato, comprendendo ideazione, sviluppo, strategie narrative, costellazioni seriali nonché sostenibilità economica, modularità industriale, potenzialità di consumo. Pensiamo a Noah Hawley, romanziere, sceneggiatore, creatore di Fargo, e già solo per questo figura irrinunciabile per comprendere la serialità di oggi: un adattamento tra i più raffinati e complessi della cultura popolare - l’espansione del primo nucleo dei Coen a (per ora) tre stagioni di letteratura noir di provincia - si fonde con altre attività dell’autore, tra cui una riscrittura supereroica in chiave mod e camp (Legion) e un avvincente romanzo thriller da vecchia editoria (Prima di cadere, Einaudi, 2017). La riconoscibile marca stilistica di Fargo, con la sua composizione geometrica dell’inquadratura, le sue oggettive irreali, i colori caldi e vintage, a chi si debbono? Le ha inventate Hawley, pur avendo diretto solo un paio di episodi in tutto, o le hanno sviluppate i tanti Keith Gordon e Michael Uppendahl che si sono avvicendati in regia? Ovviamente la prima, come dimostra del resto l’assoluta non incidenza di grossi nomi del cinema ufficiale o indie quando dirigono singole puntate di serie dalle chiare costanti tematiche, narrative e iconografiche - ultimo esempio, Gregg Araki per Tredici, indistinguibile dagli altri colleghi della prima stagione.  

L’UNIONE FA LA FORZA
Ma se Hawley nelle interviste si lamenta del troppo lavoro, che cosa dovrebbero dire autori come Shonda Rhimes (regina degli ipertesti generalisti) o Ryan Murphy (re dei palinsesti pay), che di serie televisive, antologiche e non, ne gestiscono svariate? Non si sa se invidiare la capacità di creazione a getto continuo di idee e mondi scritti, o se chiedersi che cosa c’è dietro. Ebbene, dietro c’è una formidabile visione del lavoro in team e della flessibilità del prodotto in epoca di serialità crossmediale e di tramonto del pilot, con le annate integrali che vengono messe in cantiere a prescindere. In effetti, la prima stagione di American Crime Story dedicata a O.J. Simpson poteva anche essere letta come un documentario sul lavoro seriale. Il team di avvocati che segue O.J., dove il numero di specialisti e di sotto-legali è impressionante, e spesso in competizione interna, rappresenta più o meno l’idea di scrittura industriale secondo il prodotto statunitense. Il discorso si può estendere a Matthew Weiner, allo storico J.J. Abrams, Vince Gilligan, Damon Lindelof e così via. Eppure generalizzare è impossibile: dalle scrittrici-produttrici come Sarah Treem (da In Treatment a The Affair) a un comedy maker come Judd Apatow (da Girls a Love), ogni tentativo di tracciare una linea certa e definitiva si infrange contro la frantumazione del presente e le specificità dei singoli casi - si pensi a una miniserie come Big Little Lies, pieno di “cinema” (dal regista Jean-Marc Vallée alle dive in scena) ma assolutamente perfetto per questi anni televisivi.

TRA BINGE E SLOW WATCHING
Ecco perché giustamente anche gli studi accademici sul settore preferiscono concentrarsi su altri due aspetti: i canali distributivi e il pubblico, ovviamente collegati dall’idea di fruizione. Se la grande novità del binge watching si è ormai consolidata, ha perso la sua carica cool (quando a cena tutti si vantavano di aver visto in una notte sola House of Cards) e anzi fanno capolino i primi ribelli dello slow watching (il nuovo Twin Peaks sembra imporlo apertamente), alla serialità americana da alcuni anni vengono pronosticati cupi futuri. Il grande mistero, manco a dirlo, è Netflix. I pochi dati che si conoscono, o si sussurrano, parlano di una enorme fatica a imporsi in Europa. Eppure la potenza di fuoco economica è spaventosa, pari ai big come Amazon, di cui invece si capisce bene da dove arrivino i soldi. Si parla di bolla pronta a esplodere, di piattaforme in debito osceno, di interi comparti che suonano il violino euforici mentre il Titanic affonda. I profeti di sventura, tuttavia, lo dicono da anni, e il numero di serie intanto aumenta. La cosa interessante è che il dato produttivo e di fruizione entra ormai per metafora nelle serie prodotte. Rimanendo a Netflix, è abbastanza evidente il riferimento metaforico di The OA alla narrazione seriale, ogni volta che il gruppo di bizzarri spettatori si siede a lume di candela per ascoltare gli incredibili racconti della protagonista. Ma anche il già citato Tredici, con l’ascolto delle audiocassette sempre rimandato e centellinato (altro che binge) da parte del protagonista, che cosa è se non l’esempio perfetto di come vorremmo serializzare persino la nostra esistenza, procrastinando i racconti che la compongono? 

BASTA CHE FUNZIONI
E allora, se rispetto a quando Twin Peaks vide la luce, il panorama mediale è completamente esploso, e se a discutere di Hulu, AMC, OTT, rerun, peak TV e single camera sembra ormai di far parte di un esperimento etno-linguistico, forse sarebbe bene tornare alla domanda principale. Perché la serialità americana ci piace tanto? Per i temi e per la durata. Abbiamo la sensazione che da una parte o dall’altra nessun tabù venga evitato: dal mondo LGBT di Transparent al razzismo in The Night Of, dalla sessualità di I Love Dick all’allegoria politica di House of Cards, dalla situazione femminile di The Handmaid’s Tale (inedito in Italia) al terrorismo internazionale di Homeland, e via citando, la certezza è quella che ogni angolo dell’agenda sociale e delle tensioni culturali dei nostri giorni trovi una brillante veste audiovisiva per impattare sul pubblico. È per questo che la noiosa contrapposizione col cinema non porta a niente. Le serie ci servono qui e ora, e devono durare - possibilmente a lungo e su più stagioni - per far emergere e processare le identità e le soggettività, le fobie e i desideri, i dibattiti e le contrapposizioni di un mondo ormai completamente atomizzato. E che a farlo sia una complicata galassia di scrittori, autori, showrunner, registi, programmatori e creativi non può che moltiplicare le idee da gettare nella centrifuga seriale. Finché dura, in tutti i sensi.


Roy Menarini

Roy Menarini fa troppe cose, ma non ne può fare a meno. Né di meno. Insegna cinema a studenti universitari, scrive di cinema per i lettori, organizza incontri di cinema per gli appassionati, studia cinema per la ricerca, parla di cinema per gli amici sui social, vede cinema per il bene di se stesso e dei suoi cari. Farebbe fatica anche senza musica, libri e sport, ma senza il cinema... proprio no, grazie. 
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