King of California

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Servizio pubblicato su FilmTv 05/2008

King of California


Il suo regno è il deserto, la sua ricchezza l’oro nero, il suo potere si basa su forza e brutalità. Vincitore di due premi Oscar (miglior attore protagonista Daniel Day-Lewis, migliore fotografia Robert Elswit), Il petroliere di Paul Thomas Anderson è il nuovo Rapacità...

Paul Thomas Anderson, 38 anni a giugno 2008, per alcuni il più genuino talento della sua generazione di cineasti, per altri un regista senza il senso della misura. Dopo un kolossal millenarista come Magnolia (1999) e l’inutile virtuosismo intimista e minimale di Ubriaco d’amore (2002), è come se fosse andato a lavare i panni in Arno accettando con umiltà di lavorare come assistente di Robert Altman sul set di Radio America (2006). Per poi tornare con una nuova, ambiziosa opera, osannata dalla critica americana e candidata a ben otto Oscar, dei quali due vinti (migliore attore protagonista Daniel Day-Lewis e migliore fotografia Robert Elswit). Parliamo naturalmente di There Will Be Blood, in Italia con il titolo Il petroliere. Sceneggiato dallo stesso Anderson sulla base di un vecchio libro di Upton Sinclair, Oil! (1920), il film racconta la storia di Daniel Plainview, un modesto ma ambizioso minatore che un bel giorno, invece di setacciare argento dalla sua fossa, trova l’oro nero, che agisce sulla sua anima e sulla stessa morfologia dell’ecosistema circostante con lo stesso malefico influsso dell’Anello di Tolkien. Il paesaggio si imbruttisce, l’uomo si fa rapace, superbo, affamato di ricchezza e di potere. Diventa ricco, ha un figlio destinato a seguire le orme del padre, non ha scrupoli nel travolgere qualunque ostacolo. Finché un giorno, un giovane, Paul Sunday (Paul Dano), si presenta da Plainview per vendergli l’informazione di un nuovo giacimento da sfruttare nei dintorni di un cencioso insediamento nel deserto californiano, chiamato Little Boston. Per il petroliere è un’occasione da non perdere, ma tra gli abitanti del luogo trova il fratello di Paul, Eli (sempre Dano), che di mestiere fa il predicatore, con il quale ingaggia un duello senza esclusione di colpi per aggiudicarsi la simpatia, ma anche l’anima e il cuore, della gente. Come recita la locandina originale, “scorrerà il sangue”... Il petroliere è sorretto dalla titanica interpretazione di Daniel Day-Lewis, che prima di arrivare sul set si è preparato per mesi modificando il proprio modo di parlare (Anderson voleva una voce che ricordasse quella di John Huston, angloamericana con uno ruvido strascico irlandese). Ma tutti i commentatori fanno notare come il valore aggiunto del film, per esempio rispetto a Magnolia, sia la struttura narrativa. Non solo magniloquenza e allegoria, ma una storia che inchioda lo spettatore alla poltrona. Anche se, va detto, i riferimenti all’Antico Testamento (tanto cari a chi volle una pioggia di rane...) abbondano comunque, specie nell’aspro confronto, giocato appunto su toni biblici, tra il petroliere e il reverendo, figure nelle quali rivivono i fantasmi di film come La morte corre sul fiume di Laughton o Il figlio di Giuda di Richard Brooks (misconosciuto, malatissimo capolavoro!). Il punto di riferimento cinematografico di Anderson, però, è soprattutto Rapacità (Greed, 1924) di Erich von Stroheim. Prima di tutto, la storia si svolge negli stessi anni (i primi del 900, mentre le vicende del libro di Sinclair sono a ridosso della Prima guerra mondiale), poi le analogie tra il personaggio di McTeague che in Greed vince i soldi alla lotteria, e di Plainview che trova il petrolio senza neppure cercarlo, sono evidenti e si susseguono per tutto il film. Ancora una volta, Anderson quanto a modelli mira alto, ma ormai ha gli strumenti intellettuali, tecnici, persino finanziari per poterselo permettere. Aspettando l’Oscar.

  • The Muckraker

    Fanno tutti finta di conoscerlo, Upton Sinclair, autore di Oil!, il libro dal quale Paul Thomas Anderson ha tratto Il petroliere. Invece in Italia è stato tristemente snobbato, visto che solo uno dei suoi libri, il più celebre, La giungla (1906), è stato tradotto e pubblicato (per il Saggiatore, a cura di Mario Maffi). Neppure Boston, che pure ci riguarda da vicino essendo la ricostruzione militante della vicenda di Sacco e Vanzetti, ha mai raggiunto le italiche librerie. Peccato, perché la vita di Sinclair meriterebbe una storia (o un film) a parte. Socialista utopista, giornalista dalla vena lirica, agli inizi del 900 si intrufolò nei macelli di Chicago in mezzo agli immigrati lituani e ne descrisse minuziosamente le condizioni di vita bestiali, con uno stile vicino a Dickens, molto passionale fino a rischiare la retorica. Il risultato del reportage è appunto La giungla, che finì nelle mani del presidente Theodore Roosevelt il quale, decisionista com’era, fece subito smantellare gli stabilimenti e promulgò una legge, il Meat Inspection Act, tuttora in vigore. Si dice che non fossero le condizioni dei poveri russi, ucraini o lituani a stare a cuore al Presidente, quanto l’orrore di sospettare che vi fosse carne di topo nel proprio hamburger, ma tant’è... Roosevelt coniò per Sinclair la definizione di “muckraker”, letteralmente “frugatore nel letame”, da allora nickname affibbiato ai giornalisti che si sporcano le mani. Con i soldi guadagnati con il libro, lo scrittore fondò nel New Jersey una comune socialista che ebbe vita breve, ma gli valse le simpatie dei “compagni” di mezzo mondo. Anche a Mosca. Sinclair fu produttore esecutivo di Lampi sul Messico di Ejzenstejn, film dalla lavorazione travagliata. Ma questa è un’altra storia. E, chissà, un altro film.

    Mauro Gervasini

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