Agadah e il dovere di raccontare

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Per festeggiare David Cronenberg che verrà premiato con il Leone alla carriera a Venezia 75 abbiamo pensato di rendere disponibili tutti gli articoli archiviati nella nostra collezione Locandine. A partire da La zona morta.

La citazione

«sarà mica la maniera di lavorare… non si lavora così dai… ogni lavoro anche il più banale necessita di un minimo di regia»

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Andrea Bellavita

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Agadah e il dovere di raccontare


Intervista ad Alberto Rondalli

Grazie al Nastro d’Argento per i costumi e al passaparola carbonaro dei pochi fortunati che lo hanno visto per tempo (tra questi Film Tv, tempestivo nel segnalarne l’uscita), Agadah di Alberto Rondalli torna in sala per un tour estivo lungo la penisola, dopo essere stato colpevolmente ignorato al tempo della sua prima uscita nelle sale. Un’eccellente notizia per i cinefili doc che non hanno dimenticato Il derviscio dello stesso Rondalli o per gli amanti di quel capolavoro del Romanticismo Nero che va sotto il nome di Manoscritto trovato a Saragozza. Un’opera erudita, enciclopedica, e insieme avvincente e avventurosa, sensuale, esoterica, inquietante. Il parto di una mente geniale e instabile come quella del suo autore, Jan Potocki, suicidatosi nel più bizzarro e sensazionale dei modi. Rondalli, con umiltà e rispetto della materia, si avvicina al Manoscritto da un’angolatura opposta rispetto a quella di Wojcech Has, autore nel 1968 di una libera ed eccentrica trasposizione cinematografica del romanzo. Il regista lecchese sceglie il rigore teatrale e la sobrietà della rappresentazione e ricolloca la vicenda nell’esotica Italia, dove molti dei racconti di Potocki sono ambientati.

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Avevi iniziato a girare in Spagna, diversi anni fa, ma alla fine sei riuscito a realizzare il film trasferendolo in Italia. Come è successo?
La sceneggiatura era stata scritta pensando alla Sierra Morena per come è nel romanzo. Poi c’è stata una trasposizione completa in Italia e abbiamo cercato di mantenere la coerenza con gli eventi raccontati nel romanzo: in quella stessa epoca infatti le truppe borboniche combattevano la battaglia di Bitonto contro gli austriaci e nel loro esercito c’era un reggimento di guardie valloni, le Murge erano una zona impervia e frequentata da pirati saraceni che rapivano le persone; a Oria, un paese lì vicino, c’era una comunità cabalista, proprio come nel romanzo… Quindi, la trasposizione veniva naturale.

E nel libro ci sono tanti riferimenti a misteri italiani, come l’episodio con Caterina Murino, che non ha comportato nemmeno variazioni geografiche...
Non solo, nella genesi del romanzo molte storie sono tratte da vecchie leggende italiane. La storia dell’infanzia di Avadoro, ad esempio, è proprio italiana. Quando ho studiato il romanzo mi sono imbattuto in queste cose.

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Una storia travagliata, quella del romanzo, che doveva essere assai più esteso della prima edizione pubblicata. Per il film però hai deciso di attenerti a quest’ultima, che include solo le prima dieci giornate di Alfonso Van Worden. Come mai?
Le 10 giornate di Alfonso Van Worden (protagonista del romanzo, nda) sono state editate dallo stesso Potocki nel 1810. Per cui alla Biblioteca di Parigi ci sono due versioni originali lievemente differenti, in francese, e la storia di Avadoro. Infine c’è la famosa edizione polacca del 1834, voluminosa, che è la traduzione di un manoscritto di cui si erano perse le tracce. Ci sono poi edizioni apocrife presentate con altri nomi, anche di autori francesi. È un po’ come le Mille e una notte: in esso confluiscono tante storie, assemblate in maniera diversa.

Cosa ti ha affascinato di più di questo romanzo? Il suo fascino carnale o la sua struttura iterativa, che torna ripetutamente sulla coppia di donne e di banditi impiccati? O il fatto che questa storia sembra non finire mai, come un flusso di storytelling ininterrotto?
È stato il desiderio di abbandonarmi a un racconto. Sia come narratore, sia come colui che ascolta il racconto. Ho compreso in seguito la spinta più forte: leggendo un saggio breve di Piero Citati, c’è una frase che dice: «Se la storia fallisce, il racconto trionfa sul fallimento di ogni cosa umana, ed è l’unica realtà dell’universo». Potocki aveva molto vissuto, viaggiato e sperato nelle sorti magnifiche e progressive degli uomini, nell’Illuminismo, nella scienza che avrebbe salvato l’umanità. Ma le sue speranze si erano poi scontrate con la realtà. Infatti scrive il romanzo verso la fine della sua vita, come se il narrare costituisse la cosa più essenziale che c’è negli esseri umani.

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Forse per questo hai scelto un titolo diverso dall’originale?
Esatto. Il fatto di chiamarlo Agadah, quindi racconto, nasceva dall’idea di narrare le varie vicende tenute insieme dal viaggio di Alfonso, che secondo me altri non era che lo stesso Potocki, che rivede se stesso con grande ironia. Lui si prende in giro per l’idealismo della sua gioventù, per la presunzione di poter spiegare tutto con la ragione.

In un’ideale sfida tra trasposizioni travagliate sei riuscito a completare il film prima di Terry Gilliam con Don Quixote...
All’inizio del film ho proprio inserito una frase tratta dal Don Chisciotte perché per me è chiarissimo come Alfonso sia donchisciottesco. La Sierra Morena, lui che cavalca con il servitore che cerca di farlo ragionare, l’arrivo alla locanda che si immaginava castello fatato...

Cosa pensi di Albert Serra o di De Oliveira e del loro modo di approcciare il romanzo storico?
Alcuni punti di contatto ci sono probabilmente, ma me ne accorgo dopo. Nel dialogo del matematico al fiume ho ritrovato De Oliveira, o nel non aver paura di affrontare un dialogo elevato in un film che coinvolge lo spettatore in un gioco intellettuale.


Emanuele Sacchi

Nato nella città delle due discoteche e 106 farmacie, presto smarrito nei meandri del rock e del cinematografo. È ingegnere informatico, benché si finga pensatore umanista. Giornalista pubblicista, critico cinematografico e musicale, collabora con FilmTv, MYmovies.itRumore, Filmidee, Asiaexpress ed è direttore della testata web Hong Kong Express (www.hkx.it). È autore di 50x35mm - Soundtrack Rumorose (Homework, 2016), con Stefano Locati di Il nuovo cinema di Hong Kong - Voci e sguardi oltre l'handover (Bietti, 2014) e con Francesca Monti di Richard Linklater - La deriva del sogno americano (Bietti, 2017). Film: Apocalypse Now (ma non Redux). Album: Forever Changes dei Love (anche per il titolo).


Emanuele Sacchi

Nato nella città delle due discoteche e 106 farmacie, presto smarrito nei meandri del rock e del cinematografo. È ingegnere informatico, benché si finga pensatore umanista. Giornalista pubblicista, critico cinematografico e musicale, collabora con FilmTv, MYmovies.itRumore, Filmidee, Asiaexpress ed è direttore della testata web Hong Kong Express (www.hkx.it). È autore di 50x35mm - Soundtrack Rumorose (Homework, 2016), con Stefano Locati di Il nuovo cinema di Hong Kong - Voci e sguardi oltre l'handover (Bietti, 2014) e con Francesca Monti di Richard Linklater - La deriva del sogno americano (Bietti, 2017). Film: Apocalypse Now (ma non Redux). Album: Forever Changes dei Love (anche per il titolo).

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