Allora, combattiamo?

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Un ricordo di Emir Kusturica e di un equivoco lungo un festival e oltre.

La citazione

«Guardatevi da tutte le imprese che richiedono vestiti nuovi (H.D. Thoreau)»

scelta da
Carolina Crespi

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Servizio pubblicato su FilmTv 22/2013

Allora, combattiamo?


Faccia a faccia con Nicolas Winding Refn, il regista danese di culto che a Cannes 2013 ha portato in gara il revenge movie Solo Dio perdona, dove ritrova il sodale di Drive, Ryan Gosling

Nicolas Winding Refn, la più recente rockstar del popolo cinefilo (dalla trilogia di Pusher a Drive) non fa mistero di amare un cinema fatto apposta per “violentare” e “penetrare” il pubblico («allora, combattiamo?» dice appena si siede per l’intervista), di amare il Vecchio Testamento rispetto al Nuovo («perché parla dell’istinto primario: di come reagiamo a ciò che ci accade»), di aver fatto un film, Solo Dio perdona, in concorso a Cannes, più astratto, ieratico e indecifrabile degli altri («è come un film muto, pochi dialoghi: senza le parole il pubblico deve cercare di razionalizzare e capire il film solo con le immagini e i suoni che non rispettano il dominio della logica, gli spettatori devono essere capaci di connettere direttamente occhi e orecchie al cuore»), affollato di volti spietati ma enigmatico, come se fosse un film di Cimino girato da Kaurismäki. Le amputazioni, le lacerazioni, le pozze di sangue si alternano a mesti karaoke di oscure balere piene di poliziotti corrotti e boss sentimentali quanto sadici. Nicolas Winding Refn, regista danese che ha fatto un film in Asia, è anche uno capace di dire, senza alcuna ironia: «Mia figlia ha poteri sovrannaturali»...

Sua figlia?
È stata la prima ad avvertire la presenza del fantasma nella casa di Bangkok dove ho abitato durante le riprese. Abbiamo dovuto chiamare uno sciamano per disinfestarla.

Come è stato girare in Thailandia?
Il film è ambientato quasi tutto di notte: uscire dall’albergo con l’aria condizionata gelata per immergersi in quelle notti calde e umide ti fa diventare pazzo. Ma è anche un modo per capire davvero cosa hai dentro, senti la follia ma anche la verità.

È consapevole che tutti quelli che si aspettavano Drive II, nonostante la presenza di Ryan Gosling, troveranno un film molto diverso che per certi versi somiglia di più alla violenza mitica e primordiale di Valhalla Rising? Qualcuno rimarrà deluso...
Compiacere il pubblico non è appagante né per me né per il pubblico. Io faccio film in cui, come succedeva in Drive, alla fine gli spettatori devono dire «e che cavolo!». In fondo anche in questo, benché il set sia diverso, benché abbia depurato l’intreccio fino a renderlo un enigma, il pubblico arriva alla stessa percezione. Il mio cinema deve essere un’area in cui gli spettatori perdono il controllo, in cui sentono dentro di sé rabbia, frustrazione, tristezza, tutte insieme.

Sbaglio o il rumore degli spari somiglia molto di più a quello dei film degli anni 70 che a quello dei film di oggi?
Assolutamente. Amo molto gli spaghetti western e tutto quel cinema italiano infuso di surrealismo e stilizzazione. Era un cinema capace di rendere più intensa la realtà.

Solo Dio perdona segna anche una presenza femminile, con il personaggio di Kristin Scott Thomas, più attiva di quanto accadesse negli altri suoi film...
Sono sempre stato circondato in modo soffocante dalle donne: mia madre, mia moglie, mia figlia. E il mio cinema, almeno fino a oggi, è stato un modo di reagire a questo eccesso di rosa che mi assedia facendo del confronto virile un’ossessione. Ma è difficile rimuovere questa presenza, soprattutto se si ha la coscienza, come ne ho io, di quanto sia dura e dotata di poteri inquietanti.

Il film racconta la storia di una sanguinaria faida criminale in cui l’eroe, alla fine, compie un gesto sorprendente...
È una storia che ho avuto dentro per così tanti anni. Ryan Gosling, anche se è subentrato in un secondo momento, è diventato la persona più giusta per fare il protagonista. Io e lui abbiamo lavorato insieme perché prima ci siamo conosciuti e abbiamo avuto modo di scoprire che c’erano molte cose in comune, e non il contrario. In questo film - al più alto grado di concentrazione - un tipo di eroe che si ritrova spesso nel mio cinema: un uomo che ha tutte le risorse necessarie per reagire alle avversità che incontra ma che finisce per soccombere per la purezza che lo caratterizza.

Un martire?
Sì.

Un po’ come il pubblico nelle sue mani.
Deve avere l’impressione di trovarsi di fronte qualcuno che senza tanti complimenti gli dice: «Io la penso così, e tu?». 


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Solo Dio perdona» Cinerama (n° 22/2013)

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