Anatomia della storia (e del documentario)

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Dario Stefanoni dice che La scimitarra del saraceno è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 06:30.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Lui adesso vive ad Atlantide / con un cappello pieno di ricordi / ha la faccia di uno che ha capito / e anche un principio di tristezza in fondo all'anima / nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata / e a volte ritiene di essere un eroe. (Francesco De Gregori - Atlantide)»

scelta da
Matteo Bailo

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Servizio pubblicato su FilmTv 42/2013

Anatomia della storia (e del documentario)


Joshua Oppenheimer, cineasta americano autore dei documentari The Act of KillingThe Look of Silence, sarà insignito domani a Palermo del diploma honoris causa in cinema documentario. La cerimonia (ore 17.00) avrà luogo presso la Sede Sicilia del Centro Sperimentale di Cinematografia – la cui attività didattica è sostenuta dalla Sicilia Film Commission della Regione Siciliana nell’ambito del programma Sensi Contemporanei – su iniziativa del nuovo direttore artistico e coordinatore didattico Costanza Quatriglio. Per l'occasione riproponiamo l'intervista a Oppenheimer pubblicata su Film Tv quandò uscì anche in Italia The Act of Killing...

Distribuito da I Wonder Pictures approda in sala The Act of Killing, dopo avere girato le kermesse di tutto il mondo, da Telluride a Toronto sino a Berlino, sotto l’egida della produzione di Errol Morris e Werner Herzog. «Un documentario dell’immaginazione», secondo la definizione del regista Joshua Oppenheimer, che scava negli omicidi perpetrati in Indonesia tra il 1965 e il 1966 da paramilitari e gangster reclutati per sterminare gli oppositori al regime o presunti tali. La purga anticomunista, oltre un milione di vittime in meno di un anno, impose un’autentica sospensione della coscienza negli esecutori: come sono riusciti questi uomini a convivere con la responsabilità dei loro atti? È la domanda alla quale The Act of Killing - avventurosamente girato a Medan tra il 2005 e il 2011 - tenta di rispondere, concedendo ad Anwar Congo e altri sicari la facoltà di inscenare nuovamente interrogatori, torture e pratiche omicide all’interno della cornice cinematografica preferita (gangster movie, western, musical).

Più che una classica indagine politica, The Act of Killing sembra una riflessione sulla responsabilità e l’impunità. Colpisce la distanza del tuo sguardo, né giudicante né indulgente: che tipo di relazione hai stabilito con Anwar e gli altri?
Mi sono dato due regole. La prima estremamente facile: non dimenticare mai la condanna morale dei loro crimini. L’altra, invece, che non avrei mai fatto il salto dalla consapevolezza che questi uomini hanno compiuto qualcosa di mostruoso all’idea che questi uomini sono mostri, poiché nel momento in cui compi tale passaggio ti stai rassicurando, ti stai dicendo che non sei come loro. Se vogliamo capire come noi esseri umani commettiamo atti malvagi, non abbiamo altra scelta che confrontarci coi responsabili in quanto esseri umani. A differenza di un tribunale, la chiave del mio lavoro è diventare emotivamente coinvolto.

Il film attraversa più generi per ricostruire, secondo le indicazioni di Anwar e degli altri, gli atti compiuti quasi mezzo secolo prima: il ricorso ai generi risponde alla necessità di filtrare la violenza tramite modelli cinematografici che la rendano tollerabile agli occhi degli stessi carnefici?
È assolutamente così, ogni ricostruzione è una negazione del significato morale dei loro atti. L’intero processo è alimentato dalla coscienza di Anwar. All’inizio del film lo vediamo ballare su una terrazza: questa è la prima negazione, ballare nello stesso luogo in cui ha ucciso delle persone. E ogni genere evocato è un tentativo di fuggire, per mezzo della recitazione e della performance, dal vero orrore per ciò che ha fatto. È come se usasse i musical di Elvis Presley per costruire una distanza tra sé e le azioni criminali: recitare era il suo modo di prendere le distanze allora, recitare nelle drammatizzazioni è un altro sforzo per distanziarsene ora.

Il tuo film è una sorta di making of: segui questi uomini intenti a trasfigurare la violenza per renderla cinematograficamente attraente. Il filosofo Slavoj Žižek ha affermato che The Act of Killing è «un documentario sugli effetti reali di vivere una finzione». Sei d’accordo?
Sì, ciò si connette alle conseguenze dell’impunità. Ho avviato questo progetto in collaborazione con i sopravvissuti e, ascoltando i primi responsabili vantarsi dei loro omicidi, come tutti ho creduto che non provassero alcun rimorso. Ma più tardi, incontrando Anwar (il quarantunesimo aguzzino interpellato, ndr), ho iniziato a realizzare che quella spavalderia non era segno d’orgoglio, ma un tentativo disperatamente difensivo di convincersi, e persuadere gli altri, che quello che avevano fatto era giusto. Si tratta di una finzione collettiva, una costruzione immaginaria necessaria a giustificare e sostenere la menzogna.

The Act of Killing ha avuto ripercussioni sul modo in cui l’Indonesia riflette sul proprio passato?
L’Indonesia proibisce le pellicole che hanno a che fare con la violazione dei diritti umani e sapevamo che l’uscita dell’opera avrebbe fornito una scusa ai gruppi paramilitari per attaccare le proiezioni. Siamo dunque stati costretti a organizzare una forte rete di protezione domestica e abbiamo mostrato il film lo scorso autunno in una proiezione che ha avuto forte impatto sull’opinione pubblica. In particolare un editoriale su “Tempo”, la più diffusa rivista indonesiana, ha affermato che esiste un prima e un dopo The Act of Killing. Lo stesso giornale, rompendo un silenzio durato quasi mezzo secolo, ha pubblicato una doppia edizione speciale ispirata dalla pellicola con ulteriori testimonianze raccolte sul campo, stampata per ben tre volte.


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The Act of Killing - L'atto di...» Cinerama (n° 42/2013)

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