Arrangiarsi è un’arte - Intervista

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Servizio pubblicato su FilmTv 36/2013

Arrangiarsi è un’arte - Intervista


In concorso alla Mostra di Venezia 2013, L’intrepido è per Gianni Amelio un film fondamentale, oltre che un titolo da prendere "alla lettera"...

Cinque partecipazioni, un Leone d’oro (Così ridevano) e un Premio alla regia (Lamerica) alle spalle, Gianni Amelio rinnova il suo rapporto con Venezia. Dopo le fatiche e le polemiche legate alla realizzazione di Il primo uomo, L’intrepido, in Concorso alla Mostra d’Arte Cinematografica, è opera in cui tutto è andato per il verso giusto, dalla scrittura al rapporto con il produttore Carlo Degli Esposti, a quello con il protagonista Antonio Albanese. Rappresenta una svolta e apre a una nuova fase della sua carriera, come ci spiegherà durante la nostra chiacchierata. Settembre sarà un mese importante: subito dopo Venezia, l’uscita in sala, quindi la staffetta festivaliera di Toronto, Busan e Londra, che lo terrà occupato fino alla seconda metà di ottobre. «Di questi tempi mi pare un miracolo: fare un film in un solo anno. Lo scorso settembre ero al Lido, ho incontrato Degli Esposti e gli ho parlato della storia che stavo scrivendo. E ora sono alla Mostra con il film finito».

L’intrepido: un riferimento al coraggio del protagonista nell’affrontare la precarietà dei nostri tempi?
Dice molto del mio film, il titolo. E va preso alla lettera. Antonio Pane è un uomo che per vivere fa qualunque mestiere anche per periodi di tempo brevissimi, pochi giorni o poche ore. È un “rimpiazzo”, sostituisce cioè chiunque sia impossibilitato a lavorare. Tramviere, impiegato, muratore, aiuto cuoco... Come dice lui, si tiene allenato e pronto per quando il suo posto arriverà. È una persona che non si arrende, ma - appunto - affronta la vita in modo intrepido. C’è anche un riferimento al giornalino a fumetti della mia infanzia: raccontava le imprese eroiche di personaggi che si trovavano spesso sull’orlo di un precipizio, da cui riuscivano però sempre a salvarsi. Ne leggevo le avventure con ansia: per me erano storie e persone vere che qualcuno riproduceva sotto forma di disegni.

Insomma porta alle estreme conseguenze il nostro problema Numero Uno.
L’intrepido è un apologo sulla condizione del lavoro oggi. Non va letto in chiave realistica o neorealistica, quanto grottesca e metaforica. Rispetto al solito, non è però un film piagnone: si ribaltano le carte in tavola. Il fondo è tragico, ma si ride molto. Antonio Pane ha conflitti e dubbi, ma anche una carica che gli permette di superarli: c’è fiducia nell’atteggiamento con cui affronta e supera le situazioni. Antonio Albanese, che lo interpreta, lo rende credibile, gli dà un’innocenza un po’ surreale e chapliniana.

Albanese è attore dotato di una “maschera” molto forte e personale.
È un clown meraviglioso. Ha una maturità e un’ingenuità che, appunto, lo avvicinano all’omino di Chaplin, perfetto simbolo di un’umanità sfruttata e senza potere, che tuttavia va incontro alle difficoltà con spirito “intrepido”. Erano almeno una decina d’anni che volevo lavorare con lui. Un desiderio reciproco. Ma non arrivava mai la storia giusta. Questa lo era: il film senza Antonio sarebbe stato impossibile. Si è calato nel personaggio come in una seconda pelle. La nostra intesa è stata perfetta, quasi di simbiosi. Caratterialmente siamo complementari. È un attore che ha tutte le qualità che un regista può desiderare: duttile, ti si affida e accetta di mettersi in gioco in modo totale. Sono già geloso del prossimo autore con cui lavorerà.

A poco più di 30 anni da Colpire al cuore, è tornato a girare a Milano.
Milano aveva fama di città ostica per chi vi voleva ambientare un film. E invece l’ho trovata accogliente e organizzata. Ne ho anche “riscoperto” molti luoghi. Il sindaco Pisapia, dopo aver letto la sceneggiatura, ha condiviso l’entusiasmo che ha animato tutti coloro che hanno lavorato alla pellicola. Ho avuto l’impressione che dalla città, che secondo me è il termometro del nostro paese, stia partendo qualcosa di nuovo. Milano si è come risvegliata dopo le ultime elezioni comunali.

E la sua opera ha risentito di quest’atmosfera diversa?
Si dice che i film debbano respirare l’aria del loro tempo. Ecco, io penso che oggi ci sia un’aria davvero pesante e che un po’ tutti si stia trattenendo il fiato nella speranza di riprendere a respirare trovandone una più leggera. Credo che questo film sia radicato nell’Italia di oggi ancora più di altri che ho girato. Ma al contrario di quanto ho fin qui fatto, è animato da un pensiero positivo, è testimonianza di una voglia di cambiamento: dobbiamo darci uno scossone, o affonderemo.

Uno scossone come il fatto che, per la prima volta, si può definire un suo titolo commedia?
Ci sono i miei vecchi collaboratori (Bigazzi per la fotografia, Piersanti per le musiche), ma è vero: L’intrepido rappresenta una svolta nella mia carriera. Tendevo a essere cupo, vorrei d’ora in poi non perdere più questa nuova leggerezza. Una leggerezza che mi arriva dalla maturità, dall’aver raggiunto un’età in cui guardo al futuro con occhi diversi. Non che abbia cambiato interessi, ma è mutata la mano con cui li racconto.

Articolo inserito in Speciale Gianni Amelio

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L'intrepido» Cinerama (n° 37/2013)

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