Avere 20 anni

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Roberto Silvestri dice che La nera di..., è il film da salvare oggi in TV.
Su Rai3 alle ore 01:15.

Avventure da vedere e rivedere, capolavori dell’animazione e lezioni sul rapporto tra uomo e natura: sono i film dello Studio Ghibli, (quasi) tutti disponibili su Netflix.

È una questione di intesa. Lo sguardo di Jonah Hill su Stevie è simile a quello di Jodie Foster su Fred in Il mio piccolo genio . Entrambi con lo stesso provvisorio smarrimento, la stessa solitudine. Con una differenza: l’attrice, nel suo esordio nella regia, era anche protagonista. Jonah Hill no: si affida anima e corpo al bravissimo protagonista, Sunny Suljic, già sorprendente in Il sacrificio del cervo sacro . E poi ancora strani incroci: Scott Rudin, tra i produttori di Mid90s e anche di Il mio piccolo genio .

Il miglior film hollywoodiano dell’anno l’ha fatto la HBO, naturalmente è una miniserie e non un film, ma della Hollywood perduta (non necessariamente quella classica) riprende l’impostazione e la tradizione di trarre da un bestseller un’opera d’autore colta e insieme popolare, come un tempo erano film quali Ragtime , La scelta di Sophie o Il colore viola .

«Continuare a vivere significa continuare a fare film» dice Máximo Espejo, il regista di Légami! È paralizzato sulla sedia a rotelle, in preda a pulsioni fisiche voraci e inappagabili per la bella protagonista, ma non importa: importa il cinema, che si fa «con il cuore e con i coglioni», e quelli funzionano. Il cinema si deve , anche se non si vede : il cinema si fa anche da ciechi, ed è il caso di Mateo Blanco, che perde la vista e l’amore in un incidente ma torna alla celluloide per ricomporre Gli abbracci spezzati .

Sperimentatore eccentrico con l’umiltà del mestierante o dell’artigiano, Nobuhiko Ôbayashi è divenuto un culto per caso, per la sua instancabile volontà di immaginare, al di fuori da ogni schema. Al nome del regista giapponese in genere viene associato un solo titolo: House (1977). Un caso difficilmente superabile di follia su pellicola, in cui l’immaginazione sale al potere senza che nessun limite - di budget, buon gusto o buon senso - la possa rallentare.

La citazione

«Un ingenuo e stupido film americano può insegnarci qualcosa “per mezzo” della sua scempiaggine. Ma non ho imparato mai niente da uno scaltrito film inglese. (Ludwig Wittgenstein)»

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Avere 20 anni


Diario del nostro inviato a Concorto, per la XX edizione del festival: una giornata qualunque di una rassegna in grado di presentare una finestra sul contemporaneo e proporre un coinvolgimento fortissimo al pubblico presente.

Noir-Soleil di Marie Larrivé
Un terremoto nel golfo di Napoli riporta a galla il cadavere di un uomo morto più di quarant’anni fa, probabilmente suicida. Un padre e una figlia partono dalla Francia per le analisi del dna che potrebbero dimostrare la loro parentela col morto. Il Premio Speciale della Giuria Noir-Soleil è uno dei ben tre lavori d’animazione presenti in palmarès, a conferma dell’impegno di Concorto nel valorizzare un panorama troppo spesso relegato in seconda fila e invece fertile di straordinarie possibilità espressive. Fra i tre è nettamente quello dall’animo più “classico”: dolceamaro character study a due sul ritorno del rimosso che, come ben siglato dal titolo, si nutre di esistenzialismo noir traslato sui lungomare mediterranei, ibridandolo però con l’archeologia sentimentale del Rossellini di Viaggio in Italia (i corpi carbonizzati negli scavi di Pompei). Morte, dimenticanza e riemersione, non come in un ciclo ma tutto quanto insieme, mentre si riflette fumando nella vasca e la pioggia batte contro i vetri.

 

Maelbeek di Ismael Joffroy Chandoutis
Menzione Speciale della Giuria per questo film belga in tecnica mista, che frulla insieme rotoscopio, filmati di sorveglianza e 3D per scavare nei ricordi interrotti di una superstite dell’attentato Isis alla stazione di Maelbeek (Bruxelles) del 22 marzo 2016. Animazione come chirurgia ricostruttiva della memoria, quella individuale e quella di una collettività sconvolta dalla violenza, affiorante sotto forma di voci fuori campo che si uniscono telefonicamente alla terapia contribuendo ognuna con un nuovo frammento mancante del puzzle. Allo stesso tempo, e forse al di là delle intenzioni di riscossa dell’autore, svelamento di un cortocircuito percettivo che impedisce ormai definitivamente il contatto non adulterato con quella pagina della propria storia, ridotta – quasi fosse un 11 settembre in miniatura - a labirintico loop di immagini sgranate pre e post-esplosione, incubo artificiale che non si smette di tornare a sognare.

 

The Natural Death of a Mouse di Katharina Huber
Il corto vincitore dell’Asino d’Oro non è soltanto un technical achievement impressionante, tenuto conto sia della povertà di mezzi che della giovane età dell’autrice, ma uno di quei rari casi di perfetta bilateralità per cui, se si ammira la felicità d’invenzioni visive, ci si trova immediatamente a soppesare il contenuto – pesante come un macigno – e viceversa. Caleidoscopica messa in scena animata delle ansie di una post-adolescente alle prese con autoriduzione e senso di colpa, circondata da immagini della propria suscettibile coscienza nella forma di un gatto o di un annunciatore televisivo in maschera antigas, è facile in prima battuta prenderlo per autoritratto ombelicale e perfino un po’ chiuso. Ma ha ragione la giuria quando parla di “simboli grandiosi del nostro inconscio collettivo che si uniscono alle nevrosi iper-personali dell’inconscio individuale”. Nascoste in bella vista nell’intricata trama di riferimenti si trovano tutte le coordinate di un apologo generazionale in piena regola, dalle questioni ambientali all’isolamento da epoca social. Per un festival che si dà come missione rimanere sintonizzati sul presente non c’era vincitore più naturale.

 

I Am Afraid to Forget Your Face di Sameh Alaa
Nel film scelto dalla Giuria Giovani per l’assegnazione del Premio L’Onda, già Palma d’Oro al Festival di Cannes 2020 dove era stato il primo corto egiziano selezionato dopo quarant’anni, un ragazzo percorre le strade assolate del Cairo in abiti femminili, il volto nascosto dietro un velo nero. Si sta dirigendo verso il luogo di veglia della sua amata, dove il travestimento gli permetterà di confondersi tra le donne in lutto e avvicinarsi a lei per un ultimo saluto. Come in molti dei corti vincitori, anche qui ritroviamo il tema della lotta disperata contro lo scorrere del tempo che fa sbiadire il ricordo, ma stavolta la modalità scelta è una performance di genere che dentro il bisogno feticistico/apotropaico di eternare l’Altro in sé trova l’afflato per una straziante dichiarazione di appartenenza e solidarietà. Con un occhio severamente puntato sulla divisione tradizionale dei ruoli, oggi più che mai argomento di triste attualità.

 

Greetings from Nigeria di Peter Hoferica
Disavventure di una strampalata famiglia slovacca, madre single, figlio e gli anziani genitori di lei. Un giorno, come in certi racconti di Roald Dahl, il nonno si convince che un misterioso principe nigeriano lo abbia designato erede delle sue straordinarie fortune. Gli altri, non senza qualche ragione, pensano che qualche truffatore online si stia approfittando di lui e gli tolgono l’uso del computer. Ma non è detta l’ultima parola. Il pubblico premia il divertimento: Greetings from Nigeria riesce ad essere esilarante con garbo e pacatezza, non diversamente dai film di Roy Andersson a cui rimanda vistosamente anche a livello di messa in scena, statica e affidata al pallore di pochissimi ambienti costruiti con minuzia, ma rispetto al quale sfodera un pessimismo sociale assolutamente totalizzante, tanto che ci si sente quasi in colpa a ridere di queste persone, rese inermi da un’ingenuità che pure, a percorrerla fino in fondo, poteva davvero portare da qualche parte.

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