Concorto Film Festival 2020 - I preferiti di Film Tv

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Mauro Gervasini dice che Il buono, il brutto e il cattivo è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 21:10.

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Alice Harford: I do love you and you know there is something very important we need to do as soon as possible. - Dr. Bill Harford: What's that? - Alice Harford: Fuck.»

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Fabrizio Tassi

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Concorto Film Festival 2020 - I preferiti di Film Tv


Si è conclusa sabato 29 agosto la diciannovesima edizione di Concorto Film Festival, di cui Film Tv è stata media partner. I nostri quattro inviati hanno recensito i loro film preferiti.

Electric Swan di Konstantina Kotzamani [2019, Francia/Grecia/Argentina, 40’]

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«Più in alto vivi, più tremi», questo è ciò che si dice tra i condomini di un palazzo in Avenida Liberador a Buenos Aires, questa è la regola del luogo che accoglie i protagonisti di Electric Swan, ultimo lavoro della regista greca Konstantina Kotzamani. Al suo interno si aggirano personaggi dai caratteri sfaccettati. A unirli: il portinaio. Mentre la ragazza dell’ultimo piano è spaventata dai movimenti che il grattacielo fa di notte e una signora anziana vuole uccidersi, il custode protagonista è l’unico che lavora, come l’aspirapolvere automatica che gira insieme a lui nell’atrio, imperterrita. Diviso verticalmente, in piani che “traballano” in alto e si allagano in basso, quella del palazzo è una metafora sociale letterale, solida e strutturata. Non solo, è anche luogo surreale e dello spirito dove la solidità svanisce nel movimento del grattacielo e nell’incomprensione dei progetti della struttura (l’architetto è morto e il “perché” del luogo è morto insieme a lui). Il film si muove tra interni ed esterni. Fuori dal palazzo c’è Buenos Aires, la si vede nei suoi skyline e nei videotape dal retrogusto turistico (girato durante una residenza artistica della regista), mentre il luogo esterno che attrae magneticamente il protagonista è un lago. Così, la parabola del portinaio, che sembra quasi deviare su Il brutto anatroccolo, si appropria de Il lago dei cigni (non solo nella musica), nel rapporto uomo-animale (o viceversa) che da sempre è presente nei lavori della Kotzamani. Il tutto rivisitato in chiave contemporanea. Se nel balletto di fine Ottocento i cigni erano animali vittime delle intemperie e dei cacciatori, oggi ormai sono elementi ornamentali, turistici, non sono quasi più animali: non sono tristi, «sono solo finti», elettrici.

Alberto Savi

 

Ijrain Maradona (Maradona’s Legs) di Firas Khoury [2019, Palestina/Germania, 23’] 

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Concorto Film Festival 2020 ha offerto un gustoso repertorio delle possibilità narrative del cinema contemporaneo, terreno fertile per lo sviluppo di ambiziose e creative forme di linguaggio. Ecco quindi che - tra tutti film della selezione - emergono ricercate commistioni di generi, bizzarri racconti animati, clip di videoarte, insoliti aspect ratio e complesse riflessioni filosofico-esistenziali. Nulla di tutto questo, però, ha a che fare con questa nostalgica commedia (vincitrice del Premio del pubblico) ambientata in Palestina durante lo svolgimento del Mondiale di Calcio del 90, in cui il difficile contesto politico è filtrato attraverso gli occhi di Rafat e Fadel, fratelli e tifosi sfegatati del Brasile alla ricerca delle introvabili “gambe di Maradona”, la figurina mancante al completamento dell’album. Il regista Firas Khoury firma un personalissimo racconto di crescita, i cui toni caldi ben raffigurano la rivalità sportiva fanciullesca; un inno alle gioie dell’infanzia, brillante e spensierato nel restituire la purezza d’animo dei sentimenti tra bambini, ancora troppo piccoli per preoccuparsi delle vicissitudini del mondo esterno. Il calcio diventa quindi uno mezzo di evasione da una terra isolata - teatro del conflitto arabo-israeliano - e privata della libertà di innalzare la propria bandiera. È cinema del reale, sincero, scaldacuori, privo di virtuosismi e, soprattutto, capace di rievocare momenti indelebili della vita di ognuno di noi: le estati trascorse a giocare a pallone, le incursioni nelle camere dei genitori per arraffare qualche spicciolo, le burle con gli amici... Ecco però che i ricordi svaniscono e il mondo adulto riaffiora con prepotenza: le frequenze radio annunciano la rivolta dei ribelli palestinesi, il ritorno alla dura realtà è fulmineo. C’è solo una cosa da fare: porre lo sguardo per un’ultima volta a quei colori verdeoro, così esaltanti, così sognanti. 

Stefano Lacchini

 

Postcards from the End of the World di Konstantinos Antonopoulos [2019, Grecia, 23’]

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Dimitra e Dimitris sono in vacanza assieme alle loro due figlie su un'isola del Mediterraneo. Mentre osservano altre coppie, visibilmente più felici e passionali di loro, pensano alla vita: il passato è solo una successione di fallimenti, occasioni perse e noia; il futuro sembra qualcosa di già vissuto, tutto è uguale a sé stesso e la vita degli altri è sempre migliore della propria. La ragione di quella vacanza? 4.5 punti su TripAdvisor. Il tutto un attimo prima dell'inizio del collasso dell'umanità.
Questi i presupposti dell'opera firmata dal greco Konstantinos Antonopoulos, che con la sua regia riesce a trasformare il racconto di una monotona settimana di vacanza nel preludio dell'apocalisse. Su una colonna sonora che sembra costruire i toni di un'epopea, gli ultimi attimi di una famiglia minacciata da un impellente disastro cosmico vengono scanditi da un'impassibile voce narrante perfettamente in linea con quella recitazione svuotata da psicologia e interiorità tipica della cosiddetta Greek New Wave. Eppure in Postcards from the End of the World c'è qualcosa di estraneo, fuori dagli schemi: c'è della pungente ironia, c'è un pubblico che ride di fronte alle assurdità e ai non sensi che si susseguono nei suoi 23 minuti di durata. E dalla proiezione di un'opera della Greek New Wave si esce disturbati, non divertiti. Con un linguaggio innovativo, sottile e straordinariamente semplice, Antonopoulos riesce a rielaborare un linguaggio ormai diventato brand per farlo proprio, senza scadere in soluzioni formali ed estetiche già confezionate o regole registiche non scritte. Il risultato: una commedia dai volti di ghiaccio e dall'umorismo sottile che non lascia speranza nemmeno a dei nuovi (e improbabili) Adamo ed Eva agli albori di una nuova civiltà. Postcards from the End of the World avrebbe anche potuto chiamarsi “Quando l'apocalisse diventa la cosa più eccitante della tua vita matrimoniale”.

Chiara Ghidelli

 

The Fourfold di Alisi Telengut [2020, Canada, 7’]

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«Now I a fourfold vision see,
And a fourfold vision is given to me
(...) May God us keep
From Single vision & Newton’s sleep!»

(William Blake)

The Fourfold è un cortometraggio sperimentale che introduce il pubblico ai culti animisti e ai riti sciamanici di Mongolia e Siberia, proponendo una visione vitalistica del mondo che fa di ecologia e spiritualità uno stesso concetto. La regista Alisi Telengut si confronta con le proprie radici attraverso la tecnica dell’animazione under camera e accostando colori ad olio a piante e altri materiali solidi. Ne risulta l’immagine di una natura viva, in movimento: i tocchi di colore sono come particelle atomiche vibranti di energia, il cui perpetuo moto fonde terra e cielo, umanità e divinità in un unico essere. I confini tra soggetti e paesaggio sono sfumati, suggeriti, provvisori come increspature sulla superficie marina. Completa l’opera il brano Wave, parte del consigliatissimo album Fly, Fly my Sadness, nato dalla mistica collaborazione tra il gruppo tuvano Huun Huur Tu e il coro delle Voci Bulgare Angelite.

Sofia Brugali

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