Corsi e ricorsi, il cinema negli occhi (mai) stanchi di Corso Salani

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Servizio pubblicato su FilmTv 26/2010

Corsi e ricorsi, il cinema negli occhi (mai) stanchi di Corso Salani


Attore e autore ai margini, indagatore dei confini, d’Europa e non solo, Corso Salani se n’è andato troppo presto, lasciandoci la sua preziosa idea di cinema e una manciata di film, esattamente dieci anni fa. Così lo ricordava enrico ghezzi.

Vien voglia subito di fare ricorso contro non sai cosa e chi, per la morte improvvisa di Corso Salani. Poi ti rendi conto di quanto sia improvvisa la vita e costretta a improvvisarsi, per questo la trascineresti in tribunale quando sembra precisarsi stolidamente nell’assenza. Il cinema (non “di” ma) in Corso era (ed è più che mai) in corso, gioco ininterrotto mutato lieve in lavoro. La sua è morte giocata sul lavoro, se poi stava montando fino a poche ore prima la parte di un film per l’Eni sui “morti sul lavoro”, e il giorno dopo sarebbe partito per terminare le riprese nelle Americhe centromeridionali. I confini tra gioco e lavoro e morte e vita erano sottili nel procedere di Corso, si dissolvevano man mano che lui li camminava con ossessione tenera, e si riproducevano e moltiplicavano, da quelli geografico e politici alle faglie infinitesime microscopiche delle forme frattali di essi che trovava identici nel set dei propri occhi e del cuore. La sua dozzina di film o di titoli si stava annodando e si annodò in una teoria di false deviazioni e falsi ritorni, di gorghi che son piccoli tornado, di lavori in corso che riportano dove si credeva d’esser già stati e invece no. Nella dinoccolatura instancabile (iosselianiana: penso da tempo che un misto di corsosalani e di robertodefrancesco sarebbe la perfetta incarnazione italiana di C’era una volta un merlo canterino) Corso mi ricordava lucianoemmer, grandissimo cineasta a lato del trionfo mitizzato del “cinema italiano”. Fatica gioiosamente dannata, impossibilità di non “sentire” i set e i volti e le storie in agguato a ogni passo o anzi già lì/qui in sospensione nell’aria, il cinema rosselliniano “già fatto”, da estrarre distillare nella vigna nella miniera della vita. (Non ho mai avuto il tempo o l’occasione di chiedergli - sempre che non me ne dimentichi - da dove venisse il suo nome bellissimo nome e toscano (del resto, Corso più che suscitare curiosità la colmava nella sua stessa presenza assenza). Crocedelizia di giochi di parole ovvi di cui mi pento per il tempo che trascorso in essi gli tolsi, mi rammenta troppo il grande mariocorso interista che proprio nel 1961 in cui nacque Corso segnò il suo massimo di gol in campionato: dieci: solo dieci? Ma non era da tutti far volare con i piedi una foglia morta, farla cadere farfalla in rete. Ah: “il grande Gregory!”, idiota lo accolsi una volta in ufficio). GLI OCCHI STANCHI fu il film che mi folgorò, uno dei più intensi mai tesi a smascherare la maschera che il cinema indossa per noi e che diventa la nostra. Impietoso nell’offendere la serena imbecillità consolatoria o solo tranquillante con cui ancora troppi si difendono da esso dividendo giudicando sproloquiando di fiction/non fiction. Nitido nell’indicare che voci o confini d’Europa sono presi nello stesso mito, il mito della realtà, del cinema perfino (altra cosa di cui forse non gli chiesi, e che solo in questi giorni ho appreso per certa pur sentendola da sempre: il suo discendere dal glorioso cognome Salani che aveva marcato buona parte delle mie buone visioni di libri da piccolo). Quando venne a proporre che Fuori Orario “coproducesse” (in realtà “preacquistandolo”) Confini d’Europa, con in mano già l’episodio girato a Ceuta, non potevo che dire di sì. Cineasta “insulare” estremo, più precisamente cineasta dell’enclave, capace di far vibrare (dentro un curiosità politica necessaria e essenziale) quella solitudine di monade, la malinconia di esibirsi in essa e di mutarsi nella propria vanità riconoscendola come il limite interiore dello spettacolo, da pochissimi davvero percepito e assunto. Corso era entrato nel vestibolo del labirinto favoloso in cui ciascuno nella marginalità apolide del sé enclave avverte di non potersi svellere dall’esserne anche il centro. Tutti i suoi ultimi film, ogni volta più chiaramente, volutamente e per caso, sono in equilibrio sulla lama tagliente invisibile che il cinema scopre nell’essere in quanto ri-essere, ultimo confine interno di esso. Gli stessi occhi stanchi di un dongiovanni dello sguardo migrano di film in film (quanto appropriato il suo trovarsi a filmare un “discorso ai ciechi” di nickyvendola) sempre più attratti dal volto dell’assenza e dell’invisibile (Palabras, Il peggio di noi, Mirna, Le vite possibili, e lo stupendo sgretolato postprologo aggiunto a Imatra e che ora galleggia nell’youtube di tutti e di nessuno; non la fragilità sentimentale, ma il sentire l’intervallo di presente impossibile che è l’amore). Il cinema in Corso si muove tra il trailer e il sopralluogo, tra l’esser già film che diventa anticipazione e prologo e il non esser ancora film che cerca la propria ombra già pronta. Buon sopralluogo nel presente che ci attende, (ri)Corso.

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