Diario di un maestro - Intervista a Daniele Gaglianone

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Servizio pubblicato su FilmTv 03/2014

Diario di un maestro - Intervista a Daniele Gaglianone


Consigliamo oggi più che mai di vedere o rivedere La mia classe, il film con il quale Daniele Gaglianone racconta un corso di italiano per migranti, con Valerio Mastandrea nei panni di insegnante. Sulle orme di Vittorio De Seta, un’opera tra documentario e finzione...

Documentario di creazione, docufiction, opera di finzione dallo sguardo documentaristico: La mia classe è tutte queste cose, si nutre e forse si compiace della propria ambiguità, ma ne fa anche uso per problematizzare tanto la questione degli immigrati quanto l’ipocrisia dei film a tema. Sicuramente un’operazione interessante questa di Daniele Gaglianone, che conferma di dare il suo meglio fuori dagli schemi come in Pietro, anziché nel mainstream di Nemmeno il destino e Ruggine. La mia classe, passato a Venezia 2013 alle Giornate degli Autori e poi al Sottodiciotto Filmfestival di Torino dove abbiamo incontrato il regista, nasce «da un’idea di due sceneggiatori, Gino Clemente e Claudia Russo, che è anche insegnante d’italiano in un’associazione culturale. Mi hanno contattato tramite il produttore Gianluca Arcopinto e nel parlare del progetto tutti abbiamo pensato a Diario di un maestro di Vittorio De Seta. Volevamo costruire una drammaturgia in cui la vita inventata incontrasse quella autentica degli studenti. Per esempio a uno di loro è stato tolto il permesso di soggiorno e, come si vede anche nel film, ci siamo chiesti cosa fare, quali responsabilità potevamo prenderci. Abbiamo cercato di rispettare il più possibile la legge e regolarizzare ogni cosa, ma ci si muove in una giungla legislativa grottesca. Al punto che una ragazza iraniana che partecipa al progetto ha il permesso per studiare ma non per lavorare: come si suppone possa mantenersi?». L’impotenza affligge, seppur in misura diversa, sia gli immigrati sia i cittadini italiani e in fondo il cinema stesso, tanto che la battuta più applaudita e forse catartica per il pubblico è di Mastandrea, che sbotta: «Quel che facciamo non serve a un cazzo!». «Infatti - continua il regista - è anche un lavoro sul cinismo di chi fa cinema, come allegoria della società. Volevamo fare emergere le contraddizioni dell’artista: realizzando un film impegnato non si ha automaticamente la coscienza a posto. Io non potrò mai essere davvero come i miei attori e personaggi, perché siamo in situazioni diverse con tutele differenti. Persino se finissi in galera non ci andrei comunque alle stesse condizioni di un immigrato. Tanto che nel film un poliziotto dice a un clandestino: “Meno male che lo fai tu il ruolo dell’impiccato!” Come dire: “A me queste cose non capitano”. Credo alla fine sia un’opera sulla mia integrazione, più che sulla loro». La mia classe adotta il più delle volte uno sguardo da cinéma vérité, sporco come la vita catturata nel suo divenire, nonostante già la prima sequenza, in cui gli studenti vengono microfonati, renda esplicito che siamo di fronte a una ricostruzione. Più avanti nel film, in coincidenza di confessioni personali e dolorose, le inquadrature si fanno invece fisse e intense, come ad arrestare il flusso delle cose. È anche una questione di empatia, spiega Gaglianone: «Di solito queste operazioni rischiano di essere ricattatorie, perché si parla di un immigrato mezzo morto e, se non sei un neonazista, devi stare dalla sua parte. Invece qui si procede in modo diverso: lo spettatore entra nella classe, diventa un compagno di banco ed è solo a quel punto che, per esempio, arriva il racconto di una traversata del deserto, perché allora non è più un fatto di cronaca, ma il vissuto di un personaggio divenuto famigliare». La mia classe cerca poi di evitare le trappole del film a tema anche nella scelta degli argomenti di cui parlano studenti e professore: «Abbiamo tolto alcune discussioni per non diventare troppo didascalici, tra cui una, bellissima, sullo Ius soli: troppo calata nell’attualità, spezzava la narrazione facendolo sembrare un instant movie. Magari le inseriremo nel dvd». L’improvvisazione ha avuto un ruolo molto importante ma è stata gestita con disciplina, con l’intento di creare una vitale porosità tra il registro documentario e quello fittizio: «Ho detto agli studenti di abituarsi a non considerare la macchina da presa, di ignorare anche l’operatore, perché tutto è giocato sul dubbio che, almeno alcuni di loro, possano essere attori». Questa ambiguità rende anche l’idea di come la nostra condizione di benessere possa facilmente ribaltarsi: «Era una cosa che sentivo molto anche quando giravo in Bosnia Rata necé biti - La guerra non ci sarà, durante le riprese ho incontrato persone culturalmente preparate che hanno finito per partecipare alla faida. E oggi c’è la Grecia... Gli immigrati di La mia classe non scappano solo da uno spazio, ma anche da un passato che potrebbe diventare il nostro futuro»


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La mia classe» Cinerama (n° 02/2014)

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