Estensione del dominio della lotta

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Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

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La citazione

«Lui adesso vive ad Atlantide / con un cappello pieno di ricordi / ha la faccia di uno che ha capito / e anche un principio di tristezza in fondo all'anima / nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata / e a volte ritiene di essere un eroe. (Francesco De Gregori - Atlantide)»

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Matteo Bailo

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Estensione del dominio della lotta


Dal 15 novembre nelle sale In guerra di Stéphane Brizé con Vincent Lindon, cronaca "bellica" di uno sciopero tra lavoratori veri, rivendicazioni giuste, scenari sempre più comuni... Lo stile di un regista, l'impegno dell'attore, l'urgenza del cinema.

Agen, città della Garonna celebre per le prugne secche (“les prouneaux d’Agen”) sede anche di una fabbrica siderurgica di proprietà tedesca che chiude. All’improvviso, nonostante accordi precisi con gli operai per un rilancio, al quale da due anni collaborano fattivamente non percependo straordinari per le ore lavorate in più (per un totale, tra contributi e salario, di 14 milioni di euro “regalati” all’azienda e soprattutto agli azionisti). Invece di abbozzare ulteriormente i lavoratori cominciano una sorta di guerra di trincea con la proprietà (o meglio, i suoi rappresentanti francesi), la politica, la confindustria, la stampa, ben decisi a non retrocedere di un centimetro, bloccando la produzione. Spicca, nella lotta, il sindacalista della CGT (Confédération générale du travail) Laurent Amédéo (Vincent Lindon) ispirato alla figura di Edouard Martin, ex operaio siderurgico della Lorena a capo di una lunga lotta sindacale contro la chiusura di un’azienda simile a quella del film, e che ora siede al Parlamento europeo nelle fila dei socialisti. In guerra è diretto da Stéphane Brizé come si trattasse davvero di un war movie alla Kathryn Bigelow (sembra The Hurt Locker tra i picchetti degli scioperanti, le assemblee). Oltre a Lindon ci sono soltanto altri due attori professionisti: l’operaia che condivide con Amédéo la guida del confronto, Mélanie Rover, e il direttore della fabbrica, Jacques Borderie, che mantengono il loro nome anche nella “finzione” per ridurre il più possibile la distanza dal personaggio. Gli altri sono i veri lavoratori della vera lotta operaia alla quale Brizé si è ispirato. La sceneggiatura è stata scritta senza dialoghi, la maggior parte dei quali sono improvvisati seguendo delle tracce decise con i protagonisti, anche in questo caso per mantenere il massimo di autenticità. Vincent Lindon, che abbiamo raggiunto per un breve scambio di battute sul film, conferma il metodo di lavoro con il regista. «In dieci anni, Stéphane non mi ha mai detto: “Vieni, ti parlo un po’ del personaggio.” Parliamo di tutto, delle donne, dei figli, del tempo che passa, tranne che di quello. E poi cos’è un personaggio? Napoleone, Danton, Robespierre, forse. Se no esistono le persone, gli esseri umani. Il giorno in cui sarò in albergo e mi dirà: “Ci vediamo alle sette, al bar, per parlare del personaggio”, allora chiamerò un mio amico e gli dirò: “Senti, sono preoccupato, credo che Stéphane Brizé non stia bene.” Non ha bisogno di parlarmi, so già quello che mi deve dire. Al massimo possiamo discutere su un movimento, se io mi chino in avanti e lui l’immaginava all’indietro». E tuttavia, chiediamo, non è stato difficile lavorare per interpretare un uomo come Laurent Amédéo? Che domande si fa un attore per definire al meglio un personaggio così? Risponde Lindon: «Se mi facessi troppe domande prima di interpretare un ruolo credo che non riuscirei nemmeno ad andare sul set. Mentre sono in macchina e mi preparo a girare penso solo e soltanto a delle stupidaggini. Un giorno sono arrivato di corsa: “Dov’è Stephan?” ho chiesto. Non ho salutato nessuno, sono corso da lui e gli ho domandato: “Oggi posso mettere la t-shirt blu? Questa non mi piace”. Era la cosa che mi preoccupava di più».


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Marianna Cappi

È nata il 9 gennaio del 1976 tra le nebbie del Po, in provincia di Mantova. Si è laureata in Storia del Cinema a Bologna con una tesi su Serge Daney e diplomata in Sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Ha diretto un documentario su Tomaso Monicelli, sceneggiato alcune fiction e cortometraggi, e scritto il film di Sergio Basso Amori Elementari. Come critico, ha iniziato giovanissima su un quotidiano di Mantova, ha poi collaborato con la rivista Donneuropa e con il portale MyMovies.it. I suoi capolavori sono Emma, del 2007, e Olivia, del 2013.


Mauro Gervasini

Firma storica di Film Tv, che ha diretto dal 2013 al 2017, è consulente selezionatore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e insegna Forme e linguaggi del cinema di genere all'Università degli studi dell'Insubria. Autore di Cuore e acciaio - Le arti marziali al cinema (2019) e della prima monografia italiana dedicata al polar (Cinema poliziesco francese, 2003), ha pubblicato vari saggi in libri collettivi, in particolare su cinema francese e di genere.

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