FEFF 22 - Better Days e Victim(s): i vincitori a confronto

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La citazione

«Alice Harford: I do love you and you know there is something very important we need to do as soon as possible. - Dr. Bill Harford: What's that? - Alice Harford: Fuck.»

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Fabrizio Tassi

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FEFF 22 - Better Days e Victim(s): i vincitori a confronto


Il Far East Film Festival è terminato sabato 4 luglio con la cerimonia di premiazione. Il Gelso d’Oro, attribuito con i voti del pubblico, è andato al cinese Better Days, melodramma adolescenziale sul bullismo. Secondo classificato il malaysiano Victim(s), altro dramma incentrato sulle discriminazioni e ritorsioni sui banchi di scuola, mentre conclude il podio il taiwanese I WeirDO. È proprio ai due trionfanti che dedichiamo l’ultimo approfondimento sulla ventiduesima edizione della kermesse friulana.

Il caso Better Days ha attirato le attenzioni del pubblico europeo lo scorso anno, quando è stato ritirato improvvisamente dalla sezione Generation del Festival di Berlino. Il motivo? La censura ferrea che colpisce ripetutamente i settori dell’informazione e dell’intrattenimento nella Repubblica Popolare Cinese. In un mercato dominato dalle produzioni locali, sono numerosi i film costretti a superare dei rigidi controlli prima dell’autorizzazione ufficiale alla distribuzione. Ciononostante Better Days ha ottenuto un incoraggiante risultato al botteghino (225 milioni di dollari di incasso globale), inoltre ai recenti Hong Kong Film Awards ha conquistato i riconoscimenti più ambiti.

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La storia ruota attorno a Chen Nian, ragazza oggetto di molestie da parte delle coetanee che, poche settimane prima degli esami di ammissione all’università, assiste al suicidio di un’amica, vittima anche lei di bullismo. Né la madre né la polizia sono in grado di aiutarla, solo Xiao Bei, giovane teppista, stringe un forte legame con la ragazza. Il secondo lungometraggio del figlio d’arte Derek Tsang - il padre Eric, uno dei volti più noti e amati del cinema hongkonghese, ha spesso affiancato star del calibro di Jackie Chan e Maggie Cheung oltre ad aver preso parte alla trilogia di Infernal Affairs - non nasconde gli intenti strettamente commerciali dell’operazione (il film è tratto da un romanzo adolescenziale e l’attore protagonista Jackson Yee è un famoso leader di una boyband), ma sfrutta la notorietà e la bravura degli interpreti per mettere a fuoco la crudele realtà della vita studentesca nella Cina odierna. I selettivi esami Gaokao (unica modalità di accesso alle università) sono lo specchio sociale di una generazione costretta a subire pressioni estenuanti da un sistema che fatica a tutelare i diritti dei deboli: le istituzioni sono incapaci di porre un freno alle ingiustizie, come dichiarato da uno dei poliziotti che etichetta come “complicati” i casi di bullismo. Ecco che, in un contesto così opprimente, da una storia d’amore tra due emarginati nascono speranza e voglia di rivalsa, un coraggioso atto di ribellione contro le disparità della Cina contemporanea (ben identificato dal forte gap sociale tra l’aguzzina e Chen Nian) in aperto contrasto con l’“uguaglianza” che il maoismo predicava. I titoli di coda sottolineano l’impegno dell’attuale governo cinese nella lotta al bullismo, un’esigenza forse dettata più da logiche di distribuzione che da un efficace esito delle campagne stesse.

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Victim(s), invece, è l’esordio della regista cinese Layla Zhuqing Ji e il primo film malaysiano a vincere un premio al Far East. La morte di un ragazzo, messa in scena come controcampo della telefonata di una madre, dà inizio al racconto. Questo evento, in un certo senso intimo, diventa subito pubblico, attraverso lo sfruttamento giornalistico che alimenta scalpore e indignazione. Le indagini della polizia indicano come colpevole un compagno di classe della vittima, anche se il problema sembra essere altro. Victim(s) è una storia di bullismo scolastico complessa e sfaccettata, dove ogni atto di violenza è accompagnato da un terzo soggetto (studente impaurito o insegnante incapace di agire) che osserva e, silenziosamente, contribuisce a quell’atto tragico che questo film vuole inscenare. Ma il bullismo non è circoscritto tra le mura della scuola e la sua eco rimbomba per tutta la nazione, diventando una stressante caccia al colpevole fatta di disparità culturali, economiche e sessuali. Il tutto mediato attraverso lo smartphone che, con il suo linguaggio e la sua estetica riproposti diegeticamente, diventa l’unico mezzo di comunicazione per una società che non riesce più a parlarsi. Inoltre il discorso della regista riesce ad allontanarsi dal rischio di cadere nella retorica, grazie ad importanti cambi di prospettive, aggiungendo quella “s” al titolo; dimostrando che non c’è vittima e non c’è colpevole, oppure che siamo tutti vittime, in un racconto che sa restituire quelle scale di grigi che intercorrono nei dibattiti spesso polarizzati tra il bianco e il nero, tra l’etichettare la vittima e il carnefice. Date le tematiche di bullismo e di omosessualità, Layla Ji, al contrario di Better Days, ha girato il film in Malesia per evitare di incappare nelle pesanti limitazioni che in Cina avrebbero potuto ostacolare la produzione.

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