FEFF 22 - Corea del Sud e Taiwan: due capitoli bui della storia recente

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La citazione

«Il motivo per cui Dio ci ha dato due orecchie e una bocca è per permetterci di ascoltare il doppio di quanto parliamo (Quincy Jones)»

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Emanuele Sacchi

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FEFF 22 - Corea del Sud e Taiwan: due capitoli bui della storia recente


Continua la nostra analisi dei film presentati al Far East Film Festival 2020. Dopo il percorso che lega personaggi femminili in lotta per l'emancipazione, scopriamo le storie di due paesi le cui vicende recenti sono poco note in Occidente: Corea del Sud e Taiwan.

Non solo personaggi in lotta per l’emancipazione femminile, l’edizione attualmente in svolgimento del Far East Film Festival offre spunti per addentrarsi nei periodi bui del passato asiatico, vicende poco conosciute in Occidente ma che hanno macchiato in maniera indelebile il corso della storia di due Paesi: la Corea del Sud e Taiwan.

The President’s Last Bang, film del 2005 recentemente restaurato, e The Man Standing Next, in concorso, sono due thriller che mostrano l’assassinio del presidente coreano Park, ucciso a colpi di arma da fuoco nel 1979, diciotto anni dopo essere salito al potere con un colpo di stato militare. L’horror Detention, invece, riflette sull’era del Terrore Bianco taiwanese, ovvero il periodo storico (iniziato nel 1947) in cui il Kuomintang (Partito Nazionalista Cinese) decreta la legge marziale, arrestando ogni dissidente politico. Esaminiamo in maniera dettagliata come vengono rielaborati questi capitoli tragici del loro passato.

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In The President’s Last Bang Im Sang-soo si focalizza sulle ore antecedenti e conseguenti alla morte del presidente Park Chung-hee. Il regista mette a nudo letteralmente i politici coreani con uno stile raffinato e un umorismo amaro, prediligendo una narrazione asettica dai toni poco convenzionali al dramma politico. Kim Jae-gyu, capo dei servizi segreti della KCIA (Korean Central Intelligence Agency) e autore dell’omicidio, è un uomo dal fare sfrontato, al limite del grottesco: sono numerose, infatti, le scene che lo rappresentano in modo ironico e caricaturale. Il presidente coreano è invece descritto esplicitamente come un amante dei festini e delle belle donne, con una passione smodata per la musica tradizionale giapponese enka (ricordiamo il rancore dei coreani nei confronti del Giappone) e, da quanto emerge da un dialogo con i suoi sottoposti, aspramente critico nei confronti dell’operato dei servizi segreti. Im Sang-soo non prende una netta posizione politica, ma lascia che la satira nera si alterni al colore del sangue e alla brutalità degli omicidi.
Gli ultimi minuti svelano il fatale destino a cui sono andati incontro i complici (volontari e non) di Kim: “Cosa ne pensate di lui? Vi sembra un rivoluzionario che lotta per la libertà? O un Don Chisciotte paranoico?” sono le testuali parole della voce narrante che interpella il pubblico sulle reali intenzioni del capo della KCIA. Tutt’oggi le correnti di pensiero sono contrastanti e poco chiare a riguardo: un coup d’état premeditato o un’azione impulsiva? Allo spettatore le conclusioni.

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Di tutt’altra entità il registro adottato da Woo Min-ho, che con The Man Standing Next decide di indagare a fondo sulle motivazioni che hanno spinto Kim a modificare il destino del suo Paese: nei giorni antecedenti il fatidico 26/10/1979 le indagini sulle operazioni illegali del governo coreano (Koreagate) e le proteste dei giovani manifestanti a Busan minacciano la sicurezza di stato e il presidente Park è in dubbio se dichiarare la corte marziale per sopprimere le rivolte. Il film uscito lo scorso gennaio nelle sale coreane predilige una narrazione didascalica e lineare, con immagini di repertorio che sintetizzano brevemente il contesto storico. La cupezza della fotografia e la teatralità della messa in scena di The Man Standing Next si distanziano dalle scelte stilistiche di Im Sang-soo; Woo, al contrario, si sofferma maggiormente sull’introspezione psicologica dei personaggi e sulla ragnatela di intrighi: il direttore dei servizi segreti Kim, qui interpretato da Lee Byung-hun, è un uomo carismatico ma al contempo subdolo e pronto a sacrificarsi per il bene della democrazia. Malgrado il suo gesto estremo un ulteriore colpo di stato militare ha portato il Paese ad una nuova dittatura; l’atto di un solo uomo quanto può cambiare la storia di una nazione?

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In Detention, invece, è la vicenda di due giovani adolescenti che permette di riflettere su un triste capitolo della storia taiwanese. Siamo nel 1962 e due ragazzi si svegliano di notte all’interno del loro liceo, completamente soli. Lui è uno studente sovversivo, membro attivo di un club del libro, illegale per il tempo; lei, invece, è una studentessa modello molto riservata. Taiwan è sotto la legge marziale dal 1947 e sono quindici anni che il governo, in nome della lotta al comunismo, sopprime qualsiasi tipo di dissidente, negando qualsiasi tipo di libertà di stampa e di parola. Diretto da John Hsu, Detention, oltre ad essere un’opera prima che si accoda alla recente rinascita dell’horror taiwanese, è il primo film, prodotto in patria, ad essere tratto da un videogioco (il popolare horror game omonimo uscito nel 2017). Da quest’ultimo il regista prende le atmosfere creepy videoludiche impostate attorno a un non-luogo sospeso e onirico (in questo caso il liceo) a cui attribuisce tutto l’incubo del Terrore Bianco, abitato dai fantasmi degli oppressi e dai demoni oppressori. Quella che si figura è la proiezione di un subconscio collettivo orrorifico nella quale i protagonisti e il regista affrontano il rimosso (e non) di un trauma storico nazionale (che rimase un tabù, anche dopo la fine della legge marziale). Inoltre, in questo mondo onirico di spiriti annebbiati dal senso di colpa e dalla ricerca psicotica di un traditore (dissidente o spia che sia), il film ragiona, con registri horror, sul rapporto tra sacrificio e sopravvivenza nella lotta alla libertà; facendosi così monumento ai martiri ma soprattutto ai sopravvissuti, a “quelli che vivono”, in quanto unici portatori di ricordi, scrigni di memoria.

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