FEFF 22 - Hirobumi Watanabe: bianco, nero e punk.

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FEFF 22 - Hirobumi Watanabe: bianco, nero e punk.


Approfittiamo della recente conclusione della ventiduesima edizione del Far East Film Festival per riflettere sulla rassegna monografica dedicata a un giovane autore giapponese: Hirobumi Watanabe. Gli ultimi suoi quattro film proposti dalla kermesse delineano un particolare percorso artistico che merita un focus speciale.

Nato a Otawara (piccolo paese a nord di Tokyo) nel 1982, Hirobumi Watanabe è un cineasta prolifico (sette film in sette anni) e fuori dal comune, autore di un cinema lontano geograficamente (vive e lavora nel suo paese di origine) e artisticamente, lontano dal mainstream, dalle tendenze narrative contemporanee, dalle principali linee commerciali e produttive. Il suo cinema, sempre in bianco e nero, si fa punto di incontro e di contaminazione tra numerosi stimoli: tra la narrativa e l’anti-narrativa, tra il realismo e il grottesco, tra il contemplativo e il comico. Un autore dal modus operandi empirico e sperimentale: Watanabe non solo dirige, ma recita, fa il cameraman e il produttore. Proprio sotto questo punto di vista, l’artigianalità del suo lavoro si esprime nella Foolish Piggies Film: casa di produzione indipendente fondata insieme a stretti collaboratori. Un cinema in famiglia, con il fratello Yuji, scrittore e compositore di musiche che spaziano dal punk alla musica classica, ma anche insieme all’ultracentenaria nonna, presenza fissa, spalla contemplativa e silenziosa. Centro nevralgico della filmografia di Watanabe è Otawara, città di nascita del regista, rappresentata in modi diversi tanto da rendere ogni sua produzione una variazione sul tema della provincia.

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Tra i titoli presentati, il primo in ordine cronologico è Party ‘Round the Globe (2018). La storia è quella di due operai fan dei Beatles, uno silenzioso e uno logorroico, che intraprendono un viaggio in macchina verso Tokyo, per andare al concerto di Paul McCartney. È curioso che Watanabe definisca il film un road movie, dato che il viaggio è limitato ad un’unica inquadratura dall’interno dell’auto, mentre il resto è circoscritto a Otawara ed è caratterizzato dal suo stile, fatto di vuoti, silenzi e azioni ripetitive. Elemento chiave sono i dialoghi o, meglio, i monologhi: il personaggio logorroico, interpretato dal regista, sostiene tutta la comicità del film con i suoi discorsi su politica, musica, cinema e cultura generale. Il film restituisce un ritratto poetico di unione familiare durante la festa conclusiva di compleanno della nonna che sembra essere il vero “party” citato nel titolo.

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Life Finds a Way (2018), invece, tratta un tema centrale nella carriera di qualsiasi artista: la pagina bianca. Il film mette in scena il vuoto creativo di un autore attraverso la quotidianità realistica e ripetitiva tipica del regista: un certo senso di ripetizione degli eventi richiama anche quella di una struttura musicale. “Crisi”, “Incompetenza” e “Indignazione”, sono i titoli di capitoli, ma sono anche le caratteristiche di un protagonista in stallo creativo, la cui storia sembra un’autobiografia del regista in tutto e per tutto: il nome, i film, la casa, il paese e il suo stesso auto-interpretarsi. Tra realismo, riferimenti cinefili e classici momenti comici, come la lettera di una spettatrice che suggerisce di fare film più semplici e meno noiosi, il racconto si decostruisce sempre più, fino a un picco sperimentale, surreale e meta-cinematografico. Quasi come una morte e rinascita dello stesso Watanabe con e per il cinema.

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In Cry (2019), vincitore di un premio al 32° Tokyo International Film Festival, Watanabe interpreta un allevatore di maiali nella sua settimana tipo. La giornata inizia con una camminata mattutina attraverso i campi, prosegue con il razionamento del cibo, fila per fila, per gli animali affamati e si conclude alla sera, dopo la cena, con l’anziana nonna. Tra i quattro film del regista giapponese proposti dal festival, Cry emerge forse come il più estremo nella sua idea di cinema sperimentale, un ritratto simil-documentaristico per quanto concerne il contenuto ma al contempo grottesco e provocatorio nella forma: la totale assenza di dialoghi è compensata dal suono ostile dei grugniti, dal rumore delle raffiche di vento e dalle percussioni della colonna sonora del fratello Yuji, mentre la fotografia è caratterizzata da un bianco e nero ancora più acceso rispetto ai suoi precedenti lavori. Ed è alla fine della giornata domenicale che Watanabe costruisce un collegamento al suo personale universo narrativo, con un’anticipazione meta-cinematografica al successivo (e ultimo) film.

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I’m Really Good (2020) è un piccolo spaccato della routine giornaliera della piccola Riko (già interprete di alcuni dei suoi precedenti lavori); nell’arco di ventiquattr'ore la vediamo andare a scuola e giocare con la sua migliore amica Nanaka, fare i compiti accanto al fratello Keita - costantemente alle prese con i videogiochi - e ricevere un rivenditore porta a porta dalla parlantina vivace (Watanabe stesso). Il regista rappresenta la spensieratezza, l’innocenza e il garbo dell’infanzia con il suo consueto stile anti narrativo, arricchito, in questo caso, da panoramiche della campagna giapponese e dal dolce motivo al pianoforte composto dal fratello Yuji. Il titolo (in italiano “Io sono molto brava”) fa riferimento a Riko, emblema della vitalità e della leggerezza del mondo dei bambini in aperto contrasto con la dura realtà della vita adulta. L’assenza del padre alla cena di famiglia sottolinea la crisi di valori e il problema della lontananza della figura paterna nell’educazione dei figli. Watanabe, anche qui, critica la società giapponese inserendo un programma radiofonico di sottofondo che parla dell’aumento del costo della vita e del sistema pensionistico, dimostrando una forte coerenza tematica nel suo puzzle narrativo.

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