I 10 film italiani del 2018 secondo FilmTv

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Mariuccia Ciotta dice che Chiamami Aquila è il film da salvare oggi in TV.
Su IRIS alle ore 16:55.

Avventure da vedere e rivedere, capolavori dell’animazione e lezioni sul rapporto tra uomo e natura: sono i film dello Studio Ghibli, (quasi) tutti disponibili su Netflix.

È una questione di intesa. Lo sguardo di Jonah Hill su Stevie è simile a quello di Jodie Foster su Fred in Il mio piccolo genio . Entrambi con lo stesso provvisorio smarrimento, la stessa solitudine. Con una differenza: l’attrice, nel suo esordio nella regia, era anche protagonista. Jonah Hill no: si affida anima e corpo al bravissimo protagonista, Sunny Suljic, già sorprendente in Il sacrificio del cervo sacro . E poi ancora strani incroci: Scott Rudin, tra i produttori di Mid90s e anche di Il mio piccolo genio .

Il miglior film hollywoodiano dell’anno l’ha fatto la HBO, naturalmente è una miniserie e non un film, ma della Hollywood perduta (non necessariamente quella classica) riprende l’impostazione e la tradizione di trarre da un bestseller un’opera d’autore colta e insieme popolare, come un tempo erano film quali Ragtime , La scelta di Sophie o Il colore viola .

«Continuare a vivere significa continuare a fare film» dice Máximo Espejo, il regista di Légami! È paralizzato sulla sedia a rotelle, in preda a pulsioni fisiche voraci e inappagabili per la bella protagonista, ma non importa: importa il cinema, che si fa «con il cuore e con i coglioni», e quelli funzionano. Il cinema si deve , anche se non si vede : il cinema si fa anche da ciechi, ed è il caso di Mateo Blanco, che perde la vista e l’amore in un incidente ma torna alla celluloide per ricomporre Gli abbracci spezzati .

Sperimentatore eccentrico con l’umiltà del mestierante o dell’artigiano, Nobuhiko Ôbayashi è divenuto un culto per caso, per la sua instancabile volontà di immaginare, al di fuori da ogni schema. Al nome del regista giapponese in genere viene associato un solo titolo: House (1977). Un caso difficilmente superabile di follia su pellicola, in cui l’immaginazione sale al potere senza che nessun limite - di budget, buon gusto o buon senso - la possa rallentare.

La citazione

«Scrivere è anche non parlare (Marguerite Duras)»

scelta da
Marianna Cappi

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I 10 film italiani del 2018 secondo FilmTv


Su FilmTv n°52/2018 facciamo il punto del corso del cinema italiano nel 2018. A corredo dell'articolo abbiamo proposto la classifica dei dieci migliori film italiani arrivati in sala nel 2018.

1

Chiamami col tuo nome

di Luca Guadagnino

La statua greca uscita dalle acque, copia di Oliver, è simbolo del piacere. Elio, però, insegue il desiderio, qualcosa di non esteriore. Il sesso non come pratica, ma come “aurora”, secondo Guadagnino, che va al di là dell’incantesimo amoroso, e ci dice di una metamorfosi, della rivelazione del sé desiderante, oltre i confini di genere. Il “dio americano” è un simulacro e tornerà immobile nel bronzo. Mentre nell’aldiqua ci sono l’estate, la vita e il colpo inferto allo sguardo irritato dalla connessione tra cinema e politica.

Mariuccia Ciotta

2

Dogman

di Matteo Garrone

Mentre Marcello Fonte vince un altro premio, dopo quello a Cannes, come migliore attore (ora l’EFA), breve punto su Dogman,che si pone come sintesi delle cose (da me) più amate nel cinema in genere e in quello italiano in particolare. Non la matrice realistica ma quella fiabesca, “degenere”, d’autore ma non autoriale, sozza e viscerale senza artifici. Nella storia del canaro di Garrone (un “Lazzaro infelice”) si fondono umori popolareschi e periferia, western e horror, estetica tamarra e stilizzazione. Simply the best.

Mauro Gervasini

3

Gli indesiderati d'Europa

di Fabrizio Ferraro

Straub e Godard ringiovaniti da Ferraro, che “fa politicamente un film” e supera in effetti speciali gli eroi Marvel. La tragedia dell’esodo diventa “dramma barocco tedesco”, conflitto di linee di fuga trans-temporali e trans-spaziali: suicidio di Benjamin e sua prova generale; resa dei miliziani rossi e utopia di un’Europa altra; corpi umani in metamorfosi e natura non indifferente che reagisce e va “psicoanalizzata”, asimmetria di colore e b/n. Un road movie tattile che libera il “reale” dalla camicia di forza della “realtà”.

Roberto Silvestri

4

Lazzaro felice

di Alice Rohrwacher

Il film di Rohrwacher, a metà, si ribalta e sorprende lo spettatore. Da indagine quasi fenomenologica del mondo contadino, sulla scia dei suoi lavori precedenti, si trasforma in un film di fantascienza o di fantastoria, trasporta i suoi personaggi nel mondo d’oggi e cerca i territori impervi della fiaba e della poesia (che sono sempre un rischio, al cinema). Sotto la guida, delicata e crudele, del cinema di Sergio Citti, la regista si spinge con coraggio oltre i confini del proprio cinema e del realismo.

Emiliano Morreale

5

Loro

di Paolo Sorrentino

Sorrentino dice “loro”, ma intende “noi”. Dittico sul berlusconismo (inutile decrittare nomi e situazioni) come allucinazione collettiva di un paese. Infatti, in Loro 1, Silvio/Servillo è sempre negli occhi, nella fantasia, nel desiderio di qualcuno, persino in un tatuaggio sopra il culo di una ragazza. Quando c’è, è sempre qualcun altro, da una baiadera a Ennio Doris. In Loro 2 finisce come un povero cristo qualunque, con la moglie che gli strilla contro e una ninfetta che gli dice che ha l’alito del nonno. Lui, cioè noi.

Rocco Moccagatta

6

Menocchio

di Alberto Fasulo

Come dare corpo a un’altra immagine del mondo se non provando a strappare alle tenebre lacerti di luce in grado di penetrare nel baluginare della coscienza? Ancorato a un paganesimo contadino, Alberto Fasulo crea un film dal sapore arcaico, come di una parola riaffiorante alla superficie delle cose. Volutamente inattuale, come una lotta rimasta in sospeso. Modernissimo, quindi. E Fasulo, autore sempre più imprendibile, riafferma la singolarità della sua idea di cinema: in netta controtendenza.

Giona A. Nazzaro

7

Santiago, Italia

di Nanni Moretti

Moretti ci mette la faccia. E la parzialità. Ma è l’unico modo non per ripensare alla Storia bensì per ricrederci. E perciò ricredere a un paese (il nostro) e alle sue persone. Pare scontato, non lo è, e le ragioni sono infinite. Un documentario che sceglie la sensibilità sull’archivio, l’emozione sul repertorio, l’accessibilità sul cinema: anche soltanto per questo motivo pare fuori dal tempo (e dalle mode); e probabilmente non è casuale che la commozione sia inevitabile. Dritta, “semplice”, intensissima, travolgente.

Pier Maria Bocchi

8

La strada dei Samouni

di Stefano Savona

La piccola Amal disegna con le parole un albero che non c’è più. Siamo a Zeitun, Gaza, fra i sopravvissuti a una strage (Piombo fuso). Savona incontra quel mondo e chi lo abita. E questo è il documento. Poi c’è l’animazione. I graffi di Simone Massi che scavano la materia nera del passato, il dolore, l’orrore, che liberano dall’oblio la memoria dei Samouni, pacifici agricoltori. La realtà e la sua anima segreta. Il drone vede solo ombre, nemici. Il cinema guarda le persone e le loro storie, le contraddizioni, la speranza.

Fabrizio Tassi

9

Sulla mia pelle

di Alessio Cremonini

Borghi scompare dentro il corpo accartocciato di Cucchi, Cremonini asciuga regia e script per lasciare solo lo stretto necessario: la cronaca implacabile dei sette giorni di abusi, indifferenza e deresponsabilizzazione che hanno ucciso un ragazzo qualunque, trasformandolo in morto di stato, emblema di un fallimento irredimibile. Del film ricorderemo (anche) le proiezioni affollate, la grande emozione collettiva, il dubbio salvifico che il cinema, qualche volta, possa addirittura fare la differenza.

Alice Cucchetti

10

La terra dell'abbastanza

di Fabio e Damiano D'Innocenzo

Di gioventù sbandate e luoghi ostili, di imperscrutabili disegni del destino e riscatti illusori, di spavalderie incontrollate e autolesionismi devastanti: nella notte acida e disperata, ai margini della Capitale, due amici si giocano la vita, ribaltandone più volte la prospettiva. I gemelli D’Innocenzo esordiscono con un noir malsano, derivativo ma efficace, dove la realtà schiaccia i sogni e l’inadeguatezza al ruolo chiede il conto: il buio esplode dentro a corpi ancora acerbi.

Adriano De Grandis

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