I soliti sospetti

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Oggi Free
Pier Maria Bocchi dice che Film d'amore e d'anarchia, ovvero stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza... è il film da salvare oggi in TV.
Su Cine34 alle ore 10:50.

Avventure da vedere e rivedere, capolavori dell’animazione e lezioni sul rapporto tra uomo e natura: sono i film dello Studio Ghibli, (quasi) tutti disponibili su Netflix.

È una questione di intesa. Lo sguardo di Jonah Hill su Stevie è simile a quello di Jodie Foster su Fred in Il mio piccolo genio . Entrambi con lo stesso provvisorio smarrimento, la stessa solitudine. Con una differenza: l’attrice, nel suo esordio nella regia, era anche protagonista. Jonah Hill no: si affida anima e corpo al bravissimo protagonista, Sunny Suljic, già sorprendente in Il sacrificio del cervo sacro . E poi ancora strani incroci: Scott Rudin, tra i produttori di Mid90s e anche di Il mio piccolo genio .

Il miglior film hollywoodiano dell’anno l’ha fatto la HBO, naturalmente è una miniserie e non un film, ma della Hollywood perduta (non necessariamente quella classica) riprende l’impostazione e la tradizione di trarre da un bestseller un’opera d’autore colta e insieme popolare, come un tempo erano film quali Ragtime , La scelta di Sophie o Il colore viola .

«Continuare a vivere significa continuare a fare film» dice Máximo Espejo, il regista di Légami! È paralizzato sulla sedia a rotelle, in preda a pulsioni fisiche voraci e inappagabili per la bella protagonista, ma non importa: importa il cinema, che si fa «con il cuore e con i coglioni», e quelli funzionano. Il cinema si deve , anche se non si vede : il cinema si fa anche da ciechi, ed è il caso di Mateo Blanco, che perde la vista e l’amore in un incidente ma torna alla celluloide per ricomporre Gli abbracci spezzati .

Sperimentatore eccentrico con l’umiltà del mestierante o dell’artigiano, Nobuhiko Ôbayashi è divenuto un culto per caso, per la sua instancabile volontà di immaginare, al di fuori da ogni schema. Al nome del regista giapponese in genere viene associato un solo titolo: House (1977). Un caso difficilmente superabile di follia su pellicola, in cui l’immaginazione sale al potere senza che nessun limite - di budget, buon gusto o buon senso - la possa rallentare.

La citazione

«Alice Harford: I do love you and you know there is something very important we need to do as soon as possible. - Dr. Bill Harford: What's that? - Alice Harford: Fuck.»

scelta da
Fabrizio Tassi

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Articolo pubblicato esclusivamente su questo sito

I soliti sospetti


Sapete qual è la cosa migliore che possiate fare in quanto appassionati di cinema, a parte precipitarvi in sala il prima possibile? Abbonarvi a MUBI. Per darvi un'idea di quello che vi state perdendo, dal 3 maggio vi proponiamo un appuntamento settimanale in cui compulsiamo per voi il vasto catalogo di MUBI e vi proponiamo i titoli, gli autori, i percorsi o le tematiche più interessanti e difficilmente reperibili altrove.

Il cinema indipendente esiste praticamente sin da quando il medium è stato inventato e i colpevoli, tra virgolette, sono sempre gli stessi: gli Stati Uniti d'America. Che prima mettono la faccia del capitalismo cattivo e tolgono, quindi reagiscono alle ingiustizie che si sono creati da soli urlando forte “siamo il paese della libertà” e andandosi a riprendere i diritti negati. Quando il cinema, agli inizi del '900, era ancora (letteralmente) una baracconata ai confini della fantascienza, venne instradato sui binari dell'industrializzazione da quel satrapo di Thomas Edison (uno dei peggiori esseri umani di sempre, citofonare Tesla per conferma); che per non saper né leggere né scrivere, decise di monopolizzare – tramite la sua azienda, alla testa di un vero e proprio cartello di produttori di macchine da presa e ottiche – i mezzi di produzione, impedendo a chiunque non appartenesse al suo trust anche solo di poter mettere mano su una cinepresa. I primi eroi indipendenti, dunque, furono quelli che per non dare soddisfazione a Edison impararono a costruirsi da soli delle rudimentali macchine da presa. La situazione, con gli anni, è migliorata anche per loro; a partire dalla fondazione, nel '19, della United Artist (per iniziativa di Charlie Chaplin, Mary Pickford, Douglas Fairbanks e D.W. Griffith), la prima grande realtà produttiva estranea alla logica monopolista delle cinque major. Il problema degli indipendenti è sempre stato molto marxista: senza l'accesso ai dispendiosi mezzi per realizzare un film, c'erano poche chance di potersi inserire nell'ambiente senza rendere omaggio ai potenti. Quando la disponibilità dei mezzi si è fatta più accessibile grazie alle migliorie tecnologiche, anche il sistema delle major ha smesso di essere l'unica via per fare cinema. Si sono alternate, in ordine cronologico, realtà come quella del cinema di exploitation, della New Hollywood, dei produttori internazionali, e laboratori dedicati come quello, ormai iconico, del Sundance Institute. Oggi il cinema è digitale, e con le idee giuste un film lo realizzi anche con un buon cellulare. La difficoltà maggiore è quella di farsi notare, all'interno di un panorama in cui l'accessibilità ai mezzi di produzione è diventata forse meno importante dell'idea di cinema che si esprime.

Il vero cineasta indipendente, oggi, è uno come Stephen Cone, 42enne totalmente autodidatta che riporta in auge lo spirito di quei pionieri che, in barba all'antipatico Edison e precursori di MacGyver e del metodo Ikea, le cineprese se le assemblavano da soli. La svolta nella carriera di Cone arriva grazie a un altro anacronismo: una singola recensione positiva; per quanto firmata dall'indiscussa divinità della critica nordamericana, ovvero il compianto Roger Ebert. Il quale, per caso, butta un occhio sul secondo lungometraggio di Cone (In Memoriam) e lo descrive come “un film toccante”. Tanto basta ai direttori dei festival che fino a quel momento avevano snobbato il regista per cominciare a invitarlo nelle loro manifestazioni. Comincia l'Outfest di Los Angeles, storico festival (esiste dall'82) a tema LGBTQI+, che proietta il film successivo di Cone, The Wise Kids, il primo titolo scelto da MUBI per la mini-retrospettiva dedicata all'autore indipendente. La storia è quella di una manciata di studenti all'ultimo anno di superiori nella profonda Carolina del Sud, un gruppo di ragazzi che frequenta fedelmente la chiesa battista locale. A un passo dal diploma, una di loro (Brea) coglie al volo l'opportunità fornita dal momento di confine tra la fanciullezza e l'età adulta per cominciare a mettere in dubbio il dogmatismo che le viene imboccato da sempre nell'ambito della congregazione. Il moto inquisitorio di Brea scatena un domino di veli squarciati in tutte le persone, adulte e ragazzi, che le gravitano intorno, dando vita a una di quelle narrazioni che fanno dell'osservazione onesta e sottile il loro punto di forza. Il cinema di Cone continua a gravitare attorno a tematiche queer e attorno ai dubbi (autobiografici) di adolescenti che imparano a scoprire la propria sessualità e lo fanno in un mondo normale, molto poco hollywoodiano, popolato di adulti il cui unico problema è sentirsi inadeguati di fronte all'argomento. Nel cinema di Cone non esiste la tragedia a ogni costo solo per il gusto della tensione narrativa; esiste una normalità filmata e messa in scena con una struttura drammaturgica ben congegnata. Henry Gamble's Birthday Party (2015) è il secondo esempio di questa poetica: anche in questo caso il protagonista (Henry Gamble, appunto) è un 17enne, membro attivo del movimento giovanile della sua congregazione ecclesiastica, fortemente dubbioso sulla (e spaventato dalla) sua sessualità. L'azione, compresa dei soliti adulti volenterosi ma sperduti, si concentra (come da titolo) attorno allo svolgimento della festa di compleanno di Henry. La catarsi c'è, ma è talmente realistica da lasciare quasi l'amaro in bocca. Princess Cyd (2017) è l'ultimo film sinora realizzato da Cone, e mischia le carte dei suoi lavori precedenti prendendo una giovane e testarda protagonista femminile orfana di madre (la 16enne Cyd del titolo) che, a scopo raddrizzamento, viene spedita per l'intera estate dalla natia Carolina del Sud a Chicago, dove viene ospitata dalla zia scrittrice di romanzi religiosi. Il film esplora il rapporto fra le due donne, la scoperta (e la ri-scoperta) della sessualità, la convivenza con la fede religiosa, il delicato processo di passaggio all'età adulta. Cone prosegue nel suo riuscito tentativo di raccontare storie reali, senza drammi eccezionali: solo ordinaria amministrazione. Che, se ci pensate bene, nelle mani giuste (Cassavetes è il primo nome che salta alla mente, Ozu il secondo) può diventare la narrazione più interessante possibile.

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