Il lato selvaggio del cinema di Scorsese

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L'ultimo film di Paul Schrader, First Reformed , esce direttamente in dvd, ma per noi è il film della settimana. Ripercorriamo la carriera di questo regista con un ritratto di Roberto Manassero.

Il blu è un colore caldo, soprattutto se si tratta di un giallo di Simenon raccontato da Amalric.

Quando Rete 4 fu mandata sul satellite. Dialogo tra un canale televisivo e Tommaso Labranca.

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«Revolution is my boyfriend»

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Servizio pubblicato su FilmTv 40/2009

Il lato selvaggio del cinema di Scorsese


American Boy: A Profile of Steven Prince. Il film “perduto”del grande regista newyorkese. E un suo post scriptum...

«Insomma: stavamo a casa di questo tizio e c’era un divano che era davvero lercio, ma lercio sul serio, e mi siedo in un angolino, sperando di non beccarmi qualche malattia, no?, e davanti a me c’è questa ragazza che sta tirando cocaina e all’improvviso alza lo sguardo, gira la testa e sbatte per terra come morta! Penso: “Cazzo, questa è andata, è morta”. Ma il tizio la controlla e dice: “È solo un arresto cardiaco momentaneo. Basta fare un’iniezione di adrenalina, puntarla dritta al cuore e bam!, la tipa è come nuova”. Ok, dico, chi la fa l’iniezione? E il tizio: “La fai tu, guarda ho un manuale medico che ti spiega come fare. Devi impugnare la siringa e calarla come se volessi pugnalarla al cuore e quando sei dentro, premi lo stantuffo con una pressione secca”. Ora io stavo davvvveeero fuori e mi sono dovuto guardare dentro in profondità per trovare la calma necessaria per fare un’iniezione al cuore della tipa. Mi avvicino, le conto gli spazi fra le costole, guardo il manuale medico per avere un’idea di dove fosse il cuore, tiro un fiato e zac! le infilo l’ago nel cuore, spingo lo stantuffo e ritiro fuori la siringa. Non passa un attimo che la tipa schizza in aria come una molla urlando e gesticolando come una bambola rotta! Me la sono fatta sotto, ma almeno la tipa era viva». Se avete letto sin qui e vi sembra di avere riconosciuto una scena chiave di Pulp Fiction, ripensateci bene. La persona che racconta questa ordinaria storia di tossici è Steven Prince, l’uomo che in Taxi Driver vende le pistole a Travis Bickle e, non contento, tenta di vendergli anche delle droghe e persino una Cadillac. Prince, uomo dai talenti molteplici, road manager di Neil Diamond (ed ecco la risposta a quanti ancora oggi si chiedono: «Ma cosa accidenti ci faceva Neil Diamond in L’ultimo valzer?»), fanatico di armi da fuoco, autentico “con artist” (un truffatore), appassionato tossicomane, visionario e, soprattutto, carissimo amico di Martin Scorsese. Per parafrasare Andrea Pazienza, un amico di quelli sbagliati, ma cui vuoi bene più degli altri. Steven Prince è il prototipo per eccellenza della fauna newyorkese della metà degli anni 70. Combinazione esplosiva e pericolosissima di genialità autodistruttiva, calamita di guai e soprattutto personalità dal fascino rettilico e irresistibile. A sentire i racconti dell’amico, Martin Scorsese si rende conto che qualunque cosa lui possa immaginare, le storie di Steven saranno sempre più folli e imprevedibili. All’apice degli anni “bianchi”, Scorsese, dopo il disastro commerciale di New York, New York (che dai 240’ originari è stato ridotto agli attuali 163’ della versione Usa - in Italia è stato sforbiciato di altri 10’ - sacrificando ben 11’ in cui compare Prince), decide di realizzare un documentario sul suo amico cui, in un momento di grave crisi tra lui e De Niro a causa di Liza Minnelli, chiede addirittura di sostituirlo in macchina. American Boy viene girato tutto in una notte, nella casa hollywoodiana di George Memmoli. Steven Prince è inarrestabile e come un mago tira fuori una storia dopo l’altra. Scorsese parla a raffica più veloce della luce, e a buon intenditore... Poco alla volta dai racconti di Prince viene fuori il ritratto di un’America marginale ma che, o raccolta intorno al CBGB o mettendosi a fare cinema, avrebbe cambiato radicalmente la produzione artistica statunitense della seconda metà degli anni 70. Eppure, questa autentica miniera di storie che è American Boy per qualche misteriosa ragione è diventata il lost film di Scorsese che solo pochi fortunati si scambiavano di mano in mano attraverso copie di pessima qualità (e qualche bootleg deve essere finito anche nelle mani di Quentin Tarantino). In occasione del Festival Internazionale del Film di Roma 2009 American Boy è tornato finalmente a essere visibile nell’ambito della Sezione L’Altro Cinema/Extra curata dal nostro Mario Sesti. Il film di Scorsese è stato abbinato ad American Prince di Tommy Pallotta che tenta di ricreare le medesime condizioni confidenziali del 1978, mettendo in scena uno Steven Prince completamente ripulito, che ha abbandonato il cinema («Ho visto cambiare quest’industria con i miei occhi») e si dedica a lavori di falegnameria («Puoi fare tutto se lo fai con integrità») e alla coltivazione di sostanze stupefacenti naturali («Questa è medicina; scienza»). Intervistato da Richard Linklater che ha convocato una versione animata di Prince nel suo Waking Life (l’agghiacciante rievocazione dell’uccisione di uomo «e vedo questo messicano enorme che mi viene incontro e io gli punto contro la mia pistola e BAAAAMMM!, quello schizza dall’altro lato della strada»), Prince rievoca personaggi come John Belushi («Ehi, ho l’impressione che quel tizio mi abbia puntato una pistola contro!»), fatti di cronaca nera (gli omicidi di Wonderland nei quali fu coinvolto John Holmes) e l’irresistibile charme sessuale di Robbie Robertson (il chitarrista della Band). A fronte di ciò che è diventato oggi il cinema di Martin Scorsese è abbastanza emblematico che sia proprio un personaggio come Steven Prince a ricordarci ciò che non è più. Il re è morto? Lunga vita al principe!


Giona A. Nazzaro

Delegato generale Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Programmatore Visions du Réel di Nyon (Svizzera). Collaboratore Festival del Film di Locarno. Autore di libri e saggi. Dischi, libri, gatti, i piaceri. Il resto, in divenire.

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