Il mio nome è Open, Cold Open [Aurora #001]

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La citazione

«Quando la leggenda diventa realtà, si stampi la leggenda (John Ford)»

scelta da
Emanuela Martini

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Il mio nome è Open, Cold Open [Aurora #001]


AURORA: Per la serie chi ben comincia è a ben più di metà dell'opera, ovvero: titoli di testa, incipit folgoranti e cold open magistrali di cinema e serie tv che ti rapiscono e non ti lasciano più andare.

Abbiamo pensato che sarebbe stata una bella idea creare un appuntamento settimanale per raccontare e approfondire uno degli aspetti più ontologicamente appartenenti al nostro linguaggio preferito – quello audiovisivo, sia esso cinematografico o televisivo. Insomma, bando alle pezze infinite e noiose e piene di parole con più di tre sillabe: se c'è qualcosa che rappresenta bene il cinema (o la serialità) e il suo animo costantemente diviso tra un afflato puramente artistico e una logica commerciale (purtroppo) imprescindibile, è proprio tutto ciò che sta prima dei (e che comprende i) titoli di testa. Lo stesso concetto di cold open – ovvero un inizio ex abrupto, senza introduzioni e già nel vivo della storia – nasce nelle sitcom della tv statunitense degli albori come stratagemma per inchiodare gli spettatori al piccolo schermo ed evitare che cambiassero canale alla prima interruzione pubblicitaria. Dopo essere stato introdotto come bieca strategia pecuniaria, il cold open diventa parte integrante del linguaggio cinematografico anche grazie alla famiglia Broccoli e alla saga di James Bond, che ha fatto dell'azione prima dei titoli di testa una forma d'arte a sé. E visto che il 30 settembre uscirà finalmente (dopo una serie di sfortunati eventi, chiamiamoli così) No Time to Die, quinto e ultimo film in cui Bond sarà interpretato da Daniel Craig, sembra cosa buona e giusta inaugurare la rubrica raccontando il primo (e migliore) cold open dell'era Craig, quello di Casino Royale.

Prima però una spolverata di contesto: nel 2002 finisce l'altalenante epoca Brosnan, e finisce nel peggiore dei modi anche per colpa di Lee Tamahori e del suo rivedibile La morte può attendere – che ricorderemo per Toby Stephens nei panni di un terrorista nord-coreano mimetizzatosi con la chirurgia estetica, per il cameo di Madonna come istruttrice di scherma sadomaso e per l'imperdonabile Aston Martin invisibile. Quattro anni più tardi i Broccoli sono pronti a ripartire con un nuovo 007 – il biondo, e per questo controverso (vabbé), Daniel Craig – e affidano la regia del film che lo farà esordire a un vecchio satrapo dell'action, quel Martin Campbell che già aveva salvato la saga con un altro eccellente primo Bond, il GoldenEye che nel 1995 inaugurò l'interregno Brosnan. Campbell sa cos'è un cold open, sa a cosa serve ed è consapevole della sua importanza per far attecchire in fretta le diverse sfumature del nuovo 007. Di più: Casino Royale vorrebbe raddrizzare e svecchiare la continuity del personaggio, riportandolo agli inizi della sua carriera spionistica e, al contempo, inserendolo in una cornice action più moderna e meno stantia – al punto che ogni Bond di Craig sarà il seguito, più o meno diretto, del precedente. Non solo Campbell ha questo gran numero compiti ingrati, ma decide pure di complicarsi ulteriormente la vita cercando di aggiustarli tutti nel cold open. E ci riesce.

Utilizzando il primo bianco e nero nella storia di Bond, il regista neozelandese riesce già a farci intuire che le atmosfere del nuovo 007 saranno più realistiche e pericolose di quelle dei suoi predecessori. In pochi minuti, e con un montaggio alternato impeccabile, il cold open di Casino Royale mostra i primi due risultati (collegati fra loro) della recente licenza di uccidere acquisita sul campo dal neo 007; e, soprattutto, presenta il carattere del nuovo Bond – agente irrequieto, votato ai fatti più che alle parole, prono a reazioni istintive: prima si agisce e poi si pensa alle conseguenze – senza troppe descrizioni verbose, ma tramite i fatti e le azioni. Una scelta di narrazione che prosegue anche nella prima scena vera e propria del film, quella dopo i bei titoli di testa – anch'essi rimodernati con eleganza e minimalismo dopo il profluvio di birignao videoclipparo esibito da Tamahori in La morte può attendere – mostrando non solo di avere idee buone e ben chiare, ma anche avere il pieno controllo della suggestione narrativa. I primi sei minuti di Casino Royale (che diventano quasi venti ad aggiungerci anche la prima sequenza post titoli di testa) rappresentano, parlando dal punto di vista della tecnica di racconto cinematografico, la più intelligente introduzione a un personaggio che si ricordi nella saga Bond.

Se poi ci aggiungete la celeberrima sequenza gunbarrel insanguinata (la soggettiva dalla canna di pistola di un nemico che viene prontamente abbattuto da 007) e, quasi sempre (fa eccezione Al servizio segreto di Sua Maestà per esempio), la canzone pop dell'artista del momento a sottolineare i titoli di testa – che solitamente sono un profluvio di arte grafica tra il kitsch e il sublime – ecco che avrete la serie di abbrivi cinematografici più memorabile (e longeva) di sempre. A rendere i pacchetti iniziali dei film di Bond – comprensivi, per l'appunto, dell'action sfrenato della cold open e della locura grafico-artistica dei titoli – una faccenda davvero interessante c'è che essi sono, in piccolo, una specie di diorama del processo creativo cinematografico. Ci mette mano la produzione con le sue esigenze – non scorderemo mai il cold open di Solo per i tuoi occhi, ideato apposta per prendersi gioco di Kevin McClory, scrittore protagonista di una querelle giudiziaria con Fleming e i Broccoli per i diritti su Thunderball (Operazione tuono) – ci mette ovviamente del suo il regista di turno che media fra esigenze dei piani alti e tassativi narrativi – in La morte può attendere, per esempio, Lee Tamahori usa i crediti iniziali per mandare avanti la storia e mostrare le torture (non molto credibili con la colonna sonora di Madonna) subite dal prigioniero Bond – e infine intervengono gli artisti grafici a mettere la ciliegina sulla torta con i titoli di testa.

Sono stati tre, fondamentalmente, gli artisti che si sono alternati alla guida creativa degli incipit bondiani. Il primo e il più influente è stato l'inglese Maurice Binder, ideatore della sequenza gunbarrel (fortemente ispirata dall'ultima, celeberrima inquadratura di The Great Train Robbery). Binder ha monopolizzato i titoli di testa di Bond dal suo esordio (Licenza di uccidere, 1962) fino alla pensione, sopraggiunta nel 1989 dopo aver lavorato a Vendetta privata. Nel mezzo era stato sostituito due volte (A 007, dalla Russia con amore e Missione Goldfinger) dallo statunitense Robert Brownjohn. Con il ritiro dalle scene di Binder e con l'avvento dell'era Brosnan (da GoldenEye, 1995), il prestigioso ruolo è stato ereditato dal britannico Daniel Kleinman, che con il suo curriculum pieno di video musicali e pubblicità ha portato un certo birignao digitale all'esperienza dei titoli di testa bondiani. Uno stile che, finora, ha raggiunto il suo apice con gli eccezionali credits di Skyfall. Sono passati sei anni da Spectre e fra poco (finalmente) uscirà No Time to Die, venticinquesimo capitolo della saga. Staremo a vedere cosa si sono inventati per tenere alto il nome dell'arte dei titoli di testa.


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