Il rumore del mare - Intervista ad Andrea Segre

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Servizio pubblicato su FilmTv 13/2012

Il rumore del mare - Intervista ad Andrea Segre


Dopo Io sono Li, presentato con successi alla Mostra di Venezia 2011, Andrea Segre ha portato (letteralmente) in tour per l’Italia il suo Mare chiuso, documentario doloroso e necessario sui respingimenti dei migranti in Libia, oggi attualissimo

«All’inizio il silenzio. Poi la presa di coscienza di ciò che non si sapeva o non si voleva sapere. E infine la volontà, improrogabile, di rimediare dando a ciascuno il proprio contributo». È questo il percorso interiore che spesso accompagna lo spettatore durante e dopo la visione di un lavoro firmato da Andrea Segre. Come Mare chiuso, la sua ultima fatica nelle sale dal 15 marzo 2012 secondo un calendario preciso e che poi (dopo il passaggio al Festival del Cinema Africano di Milano) andrà ad arricchire la sezione Documentari in Concorso del Bari International Film Festival (il 27 marzo 2012). Un film, questo, certo destinato a far discutere, del resto lui c’è abituato. Veneto d’origine ma (solo apparentemente) apolide quando è dietro una macchina da presa, si è fatto conoscere al grande pubblico grazie a un’opera di finzione, Io sono Li, anche questa (dopo il successo riscontrato alla Mostra di Venezia 2011) in concorso al Bif&st 2012 (racconta infatti l’incontro, in una Chioggia suggellata, tra la cinese Shun Li e Bepi, pescatore di origini slave ormai perfettamente integrato nella comunità locale). In realtà, scorrendo la filmografia di Segre, si rintracciano prevalentemente pellicole documentaristiche (tra queste, Il sangue verde, Come un uomo sulla terra, A Sud di Lampedusa e Marghera Canale Nord). Poco cambia per lui. Ciò che conta è piuttosto il bisogno, l’urgenza di raccontare un’ingiustizia. «Tutte le volte che mi sono trovato davanti a qualcosa di iniquo, ho pensato che fosse doveroso condividerlo».

E non a caso la stessa cosa è successa anche per Mare chiuso.
Esattamente. Di fronte ai respingimenti che l’Italia ha messo in atto nei confronti dei profughi provenienti dalla Libia, a seguito della “svolta strategica” del ministro Maroni, non ho potuto girar la faccia da un’altra parte, fare finta di niente. Ho realizzato così questo documentario, il primo disposto a dar voce ai protagonisti, cioè alle vittime di quei fatti che sono stati non solo brutali, ma anche illegali. Lo ha appena certificato (in data 23 febbraio 2012) una sentenza della Corte Europea per i Diritti Umani che ha sanzionato per questo il nostro Paese.

Come l’hai accolta?
Semplicemente come un punto fermo da cui ripartire: ora è necessario costruire una rielaborazione culturale capace di coinvolgere anche il cittadino medio.

A questo serve o dovrebbe servire il cinema: parlare a tutti. 
In effetti il suo compito è quello di sedimentare la memoria collettiva e, eventualmente, incidere su di essa in modo tale da fermare l’attenzione individuale, troppo spesso distratta da un consumo mediatico superficiale e accomodante. Specie su certi temi.

Tu arrivi dal Veneto, una delle regioni più incandescenti da questo punto di vista.
Dalle mie parti la pellagra, ovvero la malattia che si contrae nutrendosi quasi esclusivamente di polenta, è stata debellata non più di trent’anni fa. E, nel frattempo, sono stati accolti oltre 600 mila stranieri. Il Triveneto potrebbe quindi rappresentare un eccezionale laboratorio interculturale se non si incentivasse una certa propaganda sulla paura dell’altro.

In che modo tu sei riuscito a non farti contagiare?
Ho iniziato a fare cinema viaggiando con i profughi. Detto ciò, si badi bene che i miei non sono film sull’immigrazione, bensì sull’Italia. Raccontata da un punto di vista esterno, quello dei migranti.

Cos’hai imparato da loro?
Principalmente la dignità e la serietà che li caratterizzano, specie nel ruolo di testimoni. L’altra immagine che di solito gli attribuiamo, ovvero quella dei poveretti bisognosi, è costruita sola da una certa retorica benpensante. Roba adatta tutt’al più al classico sms solidale.

 


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Mare chiuso» Cinerama (n° 13/2012)

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