Il sorriso del grande tentatore

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Su IRIS alle ore 02:35.

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L'ultimo film di Paul Schrader, First Reformed , esce direttamente in dvd, ma per noi è il film della settimana. Ripercorriamo la carriera di questo regista con un ritratto di Roberto Manassero.

Il blu è un colore caldo, soprattutto se si tratta di un giallo di Simenon raccontato da Amalric.

Quando Rete 4 fu mandata sul satellite. Dialogo tra un canale televisivo e Tommaso Labranca.

La citazione

«E questo è quanto (Casinò - Martin Scorsese)»

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Servizio pubblicato su FilmTv 15/2008

Il sorriso del grande tentatore


Il Diavolo, per il quale hanno tutti una certa simpatia, detta la cronistoria del rapporto tra Martin Scorsese e la musica: una riflessione scritta in attesa di Shine a Light con i Rolling Stones...

Permettete che mi presenti. Sono un uomo di un certo gusto e di discreta ricchezza. Sono in giro da molto, molto tempo. E mi piace la musica. Come al mio amico Ahmet Ertegün, d’altronde. Spero che abbiate indovinato il mio nome. No? Allora facciamo così. Prendete due cd di film diretti da Martin Scorsese. Due a caso. Diciamo Casinò e Al di là della vita. Date uno sguardo ai nomi e avrete messo insieme metà della storia della musica che conta. Di quella che mi piace. Clash e B.B. King passando per Devo e Moody Blues. Tanto per avere un’idea dell’ampiezza dello spettro musicale cui si riferisce Scorsese. Ampio quanto quello cinefilo: da Mean Streets che sapeva dell’aglio e della sensualità di Ronnie Spector (Billy Joel dixit) passando per il cameo dei Bad Brains in Fuori orario senza dimenticare la chiosa sidviciousiana di Quei bravi ragazzi con My Way. Le canzoni sono sempre state una faccenda di vita e di morte nel cinema scorsesiano. Ma non solo. Ci sono anche l’opera lirica e la musica classica. Che la pratica scorsesiana non sia passata inosservata - anzi sia assurta al rango di metodo - lo dimostra inequivocabilmente I Soprano. Ogni finale di episodio, una canzone che riassume e rilancia quanto sembra concludersi. Una consapevolezza della collocazione e della decontestualizzazione che David Chase e Steven Van Zandt omaggiano esplicitamente quando Tony (Gandolfini) e Silvio (Van Zandt appunto), seduti in un bar, ascoltano il brano di Mascagni sul quale in Toro scatenato Robert De Niro boxa al rallentatore. Come in un magnifico riflesso pavloviano, i due mafiosi sorridono all’unisono e alzandosi fingono di colpirsi al ralenti. Rispetto al laico Wim Wenders, il chierichetto Martin Scorsese non è stato salvato da un riff ma da Me. Scorsese è cresciuto nelle strade di Elizabeth Street tra una processione di San Gennaro, una rissa, una messa, un Corman, un John Ford, le canzoni del Brill Building e Chuck Berry. Scorsese in certe storie ci sarebbe stato comunque dentro fino agli occhi anche se avesse ascoltato solo Giuseppe Di Stefano, Mario Lanza e Pietro Mascagni. Il 45 giri come manifestazione del (melo)dramma del diventare adulti di una generazione di italiani stretta tra il rifiuto e l’ammirazione per i Merigans e le seduzioni della musica dei Mulignan’. Martin Scorsese sa che la voce vive nelle strade. Soprattutto in quelle cattive. E ai crocevia, dove si vende, si compra e germina il blues. Come dimostra Bronx di Robert De Niro, il più bel film scorsesiano non diretto da Scorsese, le canzoni stanno per strada ed è lì che s’impregnano di vita e sapori. Dion Di Mucci, leggendaria voce del Bronx - due canzoni su tutte: The Wanderer e Runaround Sue - sostiene: «Io non canto bianco. Io non canto nero. Io canto Bronx». Poi, infine, inevitabilmente giunge il momento di saldare i propri debiti. Il film su Bob Dylan, realizzato a quanto pare senza avere mai incontrato l’enigmatico menestrello, ha dimostrato che Scorsese è anche uno studente diligente e attento. Sa rovistare negli archivi e, proprio come Demme, Bogdanovich, Arkush e altri colleghi della illustre factory cormaniana, sa come mettere in scena la musica. The Last Waltz sta a lì a ricordarlo a tutti: indimenticabile come il sottile baffo bianco sulla faccia di Neil Young. Shine a Light, seguito ideale di No Direction Home, salda un altro debito. Un debito di gratitudine, soprattutto. Autentici tizzoni d’inferno se mai ve ne furono, i Rolling Stones sanno ancora di zolfo e peccato. La danza di seduzione di Kiff Richards nei confronti di Buddy Guy vale da sola tutto il film. A latitare un pochino però è il guizzo cinematografico di Scorsese. Come se posando finalmente lo sguardo sulla madre di tutte le band (levatrice di tutte le hybris e tutte le dannazioni), scrutando finalmente il volto di Medusa, Scorsese scoprisse il proprio “esilio a Main Street”. Così vicino, così lontano. Come dite? Non capite dove punti il mio gioco, volete sapere chi sono e se Scorsese farà il film su Bob Marley? Sarà per la prossima volta: sono arrivato alla fine del mio spazio.


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Giona A. Nazzaro

Delegato generale Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Programmatore Visions du Réel di Nyon (Svizzera). Collaboratore Festival del Film di Locarno. Autore di libri e saggi. Dischi, libri, gatti, i piaceri. Il resto, in divenire.

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