«il travestitismo è rivoluzionario» Mario Mieli

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Sergio M. Grmek Germani dice che Triple agent - Agente speciale è il film da salvare oggi in TV.
Su Rai3 alle ore 01:20.

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Lui adesso vive ad Atlantide / con un cappello pieno di ricordi / ha la faccia di uno che ha capito / e anche un principio di tristezza in fondo all'anima / nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata / e a volte ritiene di essere un eroe. (Francesco De Gregori - Atlantide)»

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Matteo Bailo

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Servizio pubblicato su FilmTv 10/2020

«il travestitismo è rivoluzionario» Mario Mieli


Arriva nelle sale Gli anni amari, il biopic dedicato a Mario Mieli, attivista e intellettuale omosessuale. Intervistiamo il regista del film e cogliamo l’occasione per ricordare questa figura irregolare, fondamentale per la liberazione sessuale in Italia.

Era un radicale, un arrogante, un idealista, un utopico, una durissima spina nel fianco della conformità, uno “sperimentatore” e un incontenibile rompicoglioni, il milanese Mario Mieli. Quindi era necessario. Perché i coglioni li rompeva allo status quo ideologico e all’egemonia politico-culturale, ma soprattutto li rompeva - e qui stava la sua genialità - a se stesso. Nel senso che torchiava a tal punto le proprie idee da farne una questione fisica: massacrava ogni certezza con l’inquietudine, sbriciolava la prosopopea a forza di mutabilità. Segno non di incoerenza ma di eterna, sublime ricerca. Era un intellettuale mistico, Mieli. Credeva che la rivoluzione omosessuale dovesse prima di qualunque altra cosa implicare l’io, in nome di una transessualità pansessuale, via dalla norma e dalle gabbie della carne. Queer ante litteram, Mario Mieli sognava la distruzione dell’identità per riplasmarne caratteristiche e connotati. Non esiste in Italia un testo queer più importante, folgorante perché “inammissibile”, decisivo perché “irricevibile” e irripetibile, del suo Elementi di critica omosessuale, rielaborazione della tesi di laurea in filosofia morale pubblicata per la prima volta da Einaudi nel 1977: non venne capito, allora, era troppo, perfino tra i ranghi del F.U.O.R.I., il Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, il primo movimento italiano per la liberazione gay, nato nel 1971 e in seguito politicizzatosi definitivamente con il Partito radicale. Un libro teorico, un pamphlet “fantascientifico”, un grido contro la vergogna e i limiti, perciò non ospitabile, non in un’epoca di tentativi sottoculturali di adeguamento e di lusinghe del dominio. Mieli non riusciva ad accettarsi quale e come era, non in quanto omosessuale, ma come forma definita e voluta dal capitale, sesso totemico, immagine predisposta. Anche la politica, dunque, benché da lì lui abbia iniziato (del F.U.O.R.I. fu uno degli esponenti più attivi), si dimostrò più chiusa e claustrofobica di quanto potesse accettare: Mieli non ci stava, non si adattava né ai luoghi (quanti viaggi e quanti soggiorni, tra Londra, Milano e Lora, nel comasco, dove abitava la famiglia), né ai pensieri, non aveva casa, non aveva spazio perché voleva averli tutti, gli spazi e i luoghi, anche quelli impossibili, anche quelli non ancora inventati. Dedicarsi alla scrittura e al teatro era uno sfogo, per esplorare territori sconosciuti, per interrogarsi e provare - su di sé, con sé, per sé, naturalmente - l’inaudito, come con il Super8 auto-coprofago Non è mai troppo ovvio, che dal bagno privato termina davanti al Vaticano. Mario Mieli voleva essere uomo e donna, donna e uomo, bambino e bambina, e pretendeva da splendido freak di cancellare ogni tabù, morale e sessuale, tradizionale, famigliare e dottrinario. Se oggi le teorie queer, i gender studies e le riflessioni sul genere sono ciò che sono, e se io sono ciò che sono, è (anche) per merito suo. Morì suicida il 12 marzo 1983, Mieli. Non aveva ancora 31 anni.

  • La traviata norma - Intervista a Andrea Adriatico

    Gli anni amari è un ambizioso biopic dedicato a Mario Mieli, figura fondativa degli studi di genere e dei movimenti per la rivendicazione dei diritti degli omosessuali in Italia. Ce ne parla il regista, Andrea Adriatico.

    Come ti sei avvicinato alla figura di Mieli?
    In Italia siamo molto indietro su questi temi, ma all’estero i suoi Elementi di critica omosessuale sono considerati un testo chiave per i gender studies. Sarebbe riduttivo però descriverlo solo come uno studioso: Mieli era un volto televisivo, parte integrante di una cultura. Oggi sarebbe impensabile vedere un personaggio come lui fare il giornalista in tv, ma negli anni 70 la Rai gli affidò alcune inchieste sulle condizioni dei lavoratori che hanno fatto storia, e che ricordano per certi versi i Comizi d’amore di Pasolini.

    Nel film riproponi proprio questo episodio, facendo coesistere in un’unica sequenza materiale d’archivio e fiction, in campo e controcampo. Come ci sei riuscito?
    Sì, la scena in cui intervista gli operai dell’Alfa Romeo. Ho fatto un montaggio incrociato tra realtà e storia: da una parte c’è l’attore che interpreta Mieli e dall’altra i piani d’ascolto dei lavoratori intervistati. La scelta di integrare le immagini di repertorio mi è sembrata obbligata: i volti di queste persone erano una testimonianza storica preziosa, e sarebbero stati irriproducibili. Mi sembrava interessante far dialogare presente e passato, mentre non amo la ricostruzione, il fare cinema “come se”.

    E per quanto riguarda gli ambienti? Nel film sono restituiti con precisione la swinging London, la Bologna delle contestazioni, la Milano dell’alta borghesia…
    Io aborro le ricostruzioni in studio, e se posso cerco di evitarle. Però con lo scenografo abbiamo lavorato moltissimo per cercare di inserire degli elementi che fossero in grado di restituire in maniera accurata quelle precise epoche storiche. Anche sull’architettura abbiamo fatto ricerche molto approfondite, ci sono riferimenti a Giò Ponti, Le Corbusier...

    Come si inserisce, a questo proposito, il lavoro di Nicola Di Benedetto? Gli hai chiesto un’interpretazione mimetica?
    Ho cercato un attore protagonista che non sapesse nulla di Mieli, proprio perché non volevo una recitazione intrisa di una memoria depositata. Nicola ha fatto uno splendido lavoro, gli ha conferito l’energia di un giovane straordinario com’era Mieli. In generale volevo un film che non si rivolgesse solo a un pubblico di nicchia, magari omosessuale, ma volevo fare di Mieli una figura popolare e trasversale, come in Milk. Dopotutto Mieli ha sempre detto di lottare non solo per i diritti dei gay, ma per la liberazione di tutti.

    Maria Sole Colombo
  • Un gioco di specchi - Intervista a Mauro Giori

    Cinema italiano e omosessualità hanno dialogato per decenni. Mauro Giori, autore di un volume dedicato al tema, ci racconta del rapporto tra grande schermo e rappresentazione della comunità queer.

    Sosteneva Agrado, in una scena di Tutto su mia madre, che «una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha di se stessa». In questo gioco di rispecchiamento la rappresentazione cinematografica ha giocato un ruolo fondamentale nella battaglia cruciale che si è giocata intorno alla sessualità. Ne abbiamo parlato con Mauro Giori, autore di Omosessualità e cinema italiano - Dalla caduta del fascismo agli anni di piombo

    Spesso consideriamo l’Italia affetta da un incurabile provincialismo. Dal suo studio risulta, invece, che dalla caduta del fascismo alla fine degli anni 70 il nostro paese, al di là dell’immagine ufficiale, era contraddistinto da una controcultura estremamente vitale. Il cinema come si collocava?
    Direi che il cinema si colloca un po’ in mezzo. Dal lato delle posizioni di potere c’è il tentativo di controllarlo come qualsiasi altra forma di espressione, ma il cinema, essendo un fatto collettivo, è molto difficile da sorvegliare. Dall’altro, quello delle spinte controculturali (molto attive, in Italia, dalla metà degli anni 40), c’è la volontà di utilizzare il cinema a proprio vantaggio, attraverso modi che potremmo definire, per dirla con Umberto Eco, «aberranti»: facendo delle sale dei luoghi di incontro, oppure leggendo i film in forme diverse da quelle previste da chi li ha realizzati e distribuiti concedendo la licenza di circolazione. 

    Possiamo quindi considerare il cinema un avamposto attraverso cui si è potuto mettere in discussione lo stato delle cose, rendendo tollerabile l’inaccettabile? 
    È stato uno degli strumenti più forti, proprio per il peso culturale e politico di cui godeva in quegli anni, e quindi fu sfruttato anche da chi ha cercato di promuovere un’immagine diversa rispetto a quella proposta dalla cultura ufficiale. È un luogo di scontro e di contrattazione, tanto dal punto di vista della rappresentazione delle figure omosessuali, quanto dal punto di vista delle pratiche di fruizione: frequentare una sala per fare altro, rispetto a vedere il film, significa scardinare un’istituzione, una forma istituzionalizzata di consumo che, se fatta saltare, non è più controllabile. 

    Che ruolo ha avuto la censura? L’impressione che si ha leggendo il suo libro è che la tortuosità della burocrazia offrisse occasioni per spostare il confine del mostrabile.
    Sì, è così. La censura fu organizzata con molto acume da Giulio Andreotti, e aveva una finalità ben precisa: trovare un espediente che rendesse legale, anche in ambito repubblicano, le pratiche della censura fascista; mise in moto una macchina brillante ma complicatissima. C’è poi un’altra questione: fino alla fine degli anni 50 la censura veniva concepita come uno strumento di sottrazione (togliere/tagliare/evitare). Con il decennio successivo la situazione cambia: non è più possibile vietare cose ormai accettate, quindi la censura si ripensa e sperimenta un ruolo di contrattazione/collaborazione. La questione non è più vietare che si parli di omosessualità, ma controllarne la rappresentazione.

    Nell’arco del periodo in esame e alla luce degli oltre 600 film affrontati, quali sono i titoli che hanno segnato una tappa significativa nella rappresentazione dell’omosessualità?
    Spesso si tratta di veri e propri generi che lavorano attorno a queste questioni, pensiamo al giallo all’italiana e alla fissazione verso l’omosessualità. Sicuramente Ossessione (1943), da cui parte la mia analisi, ma anche Roma città aperta (1945), seppur in modi reazionari rispetto al discorso fatto da Visconti. Le commedie anni 50: qualsiasi film di Totò potrebbe fare al caso nostro. Un gruppo di film sposta sicuramente l’asticella: Europa di notte (1959) di Alessandro Blasetti e Costa Azzurra (1959) di Vittorio Sala; e poi Rocco e i suoi fratelli (1960) e La dolce vita (1960), che segnano quel passaggio relativo alla liberalizzazione della rappresentazione, a come le cose vengono mostrate. Un altro esempio interessante è I sovversivi (1967) dei Taviani, perché rappresenta un tentativo di riflessione da parte del Partito comunista attorno all’argomento. Il cinema popolare traduce queste tensioni in chiave exploitation, prediligendo i rapporti tra donne (i film di Alberto Cavallone o i primi di Dario Argento). Negli anni 70 lo strappo più significativo è la Trilogia della vita di Pasolini.

    Questa intervista è parte di uno speciale dedicato a Mario Mieli: per lui la morale permissiva si rivelava funzionale ai propositi del capitale di mercificazione dell’omosessualità. Come si pone rispetto a questa riflessione? 
    L’idea che la tolleranza non sia una forma di liberazione ma di assorbimento è la stessa sostenuta da Pasolini. Entrambi rappresentavano un’avanguardia che poi il tessuto sociale è stato capace di assimilare. La dialettica di rottura, che le teorie queer, oggi, vorrebbero rimettere in gioco, è davvero tale? È davvero provocatorio affermare che maschile e femminile siano soltanto dei costrutti culturali? Il caso Achille Lauro è indicativo: sarebbe sicuramente piaciuto a Mieli, ma oggi è un fenomeno per famiglie. C’è davvero uno spazio dove sperimentare qualcosa di autenticamente radicale?

    Matteo Marelli

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