Intervista a Giovanni Totaro

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La citazione

«sarà mica la maniera di lavorare… non si lavora così dai… ogni lavoro anche il più banale necessita di un minimo di regia»

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Andrea Bellavita

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Intervista a Giovanni Totaro


Happy Winter eccezionalmente torna in sala dal 14 al 16 maggio: ne parliamo con il giovanissimo e talentuoso regista Giovanni Totaro.

Un’estate al mare, tra sogni d’amore, di stabilità economica, di tintarella. E un augurio sincero per un Happy Winter (che, eccezionalmente, torna in sala dal 14 al 16 maggio): ne parliamo con il giovanissimo e talentuoso regista Giovanni Totaro.

Il film comincia con un’inquadratura dall’alto, a circoscrivere lo spazio d’ambientazione. Come sei arrivato al lido di Mondello?
Nel 2014, che rischiava di essere l’ultimo anno delle capanne al mare, cioè di questa sorta di villaggio turistico autogestito, mi sono accorto che era una realtà che meritava di essere ricordata. Successivamente, c’è stata una proroga: le cabine verranno montate fino al 2020. Ho iniziato subito a riprendere, visivamente mi piaceva, e sapevo che anche umanamente, con più tempo a disposizione, avrei trovato delle storie valide.

Quella di Mondello è una spiaggia-mondo, in cui persone di diversa estrazione sociale portano il proprio privato, quasi come se quel luogo fosse un’estensione della propria abitazione.
Vivendo quella particolare dinamica estiva, mi sono molto legato al posto, e mi sono reso conto che rappresenta una specie di rivincita da parte di una classe media, che in Italia arretra sempre più, e che una villa in spiaggia non se la può permettere. Per quei tre mesi, riesci così a essere proprietario di una casetta, molto più vicina al mare di quella che non potrai mai avere. Mi ha colpito molto la relazione che le persone instaurano con queste capanne. Loro cercano di continuare a godersi le vacanze nonostante non ci sia più la fiducia nel paese che caratterizzava gli anni del Boom economico. È di per sé una messa in scena.

Come hai costruito il tuo rapporto con i personaggi?
Ho girato il film in cinque settimane, davvero poco tempo, e la riuscita era completamente in mano loro. Considera che le capanne vengono montate il 15 giugno e smontate il 15 settembre, per cui ho iniziato a fare il “casting” nel 2014 e ho continuato anche durante l’inverno. Cercavo persone legate a questo posto in maniera personale, che fossero disposte a mettersi in gioco e in cui trovavo degli aspetti vicini a me. In un documentario ti devi innamorare dei protagonisti, devi entrare in empatia con loro. È stato fondamentale il lavoro svolto ad aprile 2016: un mese in cui i capi-capanna vanno a rinnovare il contratto per l’uso della cabina per l’estate successiva. In quel momento ho incontrato Tony Serio, ovvero l’aspirante sindaco. Durante le riprese mi è capitato di filmare da solo, per far sentire meno la presenza invasiva della troupe. Per girare i momenti di maggiore intimità, come anche quello della mareggiata, che non potevo prevedere nel piano di produzione.

Avevi già in mente un’idea di sceneggiatura?
Sì, perché con le prime riprese ho ricavato un cortometraggio di 30 minuti, che è diventato il mio saggio di diploma al Centro sperimentale di cinematografia. Fare quel lavoro mi aveva dato grande consapevolezza: avevo capito la dinamica delle vacanze, l’anima del luogo e la crisi culturale di fondo. Ho iniziato a scrivere un trattamento dossier immaginando il protagonista che avrei potuto incontrare. Poi, confrontandomi con i personaggi che effettivamente sono entrati nel film, il testo è cambiato molto, è diventato più vero e potente.

Il tuo è un film di piani fissi, la macchina da presa non si muove mai, se non per seguire due personaggi: il venditore abusivo di bibite e il (futuro) candidato sindaco.
Sì, proprio perché loro, rispetto ad altri bagnanti più “spiaggiati”, hanno degli obiettivi, sono più “d’azione”. Inoltre, spostandosi, univano diversi punti della spiaggia. Nel mio saggio di diploma era tutto statico, tutto cavalletto, l’ho girato da solo. Qui invece avevo a disposizione una troupe di 15 persone, insolito per un documentario, perché volevo fare qualcosa di diverso. Ho ribattezzato Happy Winter un docupanettone in maniera provocatoria per rendere l’idea di qualcosa con un ritmo che intrattenesse lo spettatore, che fosse accessibile a un pubblico generalista, senza comunque rinunciare a un livello di maggiore profondità.

Ci sono momenti del film che sconfinano nella fiction.
Questo grazie al lavoro di Paolo Ferrari, il direttore della fotografia, che è stato mio docente e a quello del montatore Andrea Maguolo, che viene dal cinema di finzione (Lo chiamavano Jeeg Robot). I momenti musicali danno ampio respiro al film, e anche un certo ritmo. In fondo parliamo dell’estate, già di per sé un periodo di sovrabbondanza musicale.

A un certo punto inizia a sentire che l’estate sta finendo, il vento e la mareggiata portano malinconia. Come hai deciso il finale del film?
Ho deciso di concludere Happy Winter con la cerimonia dei gratta e vinci, la fine di una commedia che si ripete di anno in anno sempre uguale. L’avevo già filmata prima, ma non mi era riuscita e volevo riprovarci, era importante perché questo inseguimento della vincita economica lascia un po’ di amaro in bocca, un sentimento quasi di disperazione. C’è qualcosa di grottesco in quelle immagini. Non ho però voluto condannare i personaggi, né giudicarli. Noi tutti siamo dentro in quella dinamica, non possiamo prendere troppo le distanze perché viviamo in questo paese. Li saluto mentre sono ancora nel villaggio vacanze. Ricordo poi con grande piacere la prima del film alla Mostra di Venezia, è stata importante perché ho portato il cast a veder il film. Non se l’aspettavano, è stato bello premiarli in questo modo.


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Happy Winter» Cinerama (n° 52/2017)

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